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A tempo pieno (L'Emploi du temps)
di Laurent Cantet (Drammatico/Francia/2001/133min)
con Karin Viard, Serge Livrozet, Aurélien Recoing, Jean-Pierre Mangeot, Monique Mangeot, Nicolas Kalsch, Marie Cantet, Félix Cantet, Maxime Sassier, Elisabeth Joinet, Nigel Palmer, Christophe Charles, Didier Perez, Olivier Lejoubioux,Pauline de Laubie
Venice Film Festival 2001 Don Quixote Award Laurent Cantet
Viennale 2001 FIPRESCI Award Laurent Cantet




E' un film da vedere, bello, attuale, intelligente. E' un ideale seguito di "Risorse umane", in cui Laurent Cantet dimostra - ispirandosi alla storia vera di un uomo che perde il lavoro e mentendo si inventa una pericolosa doppia vita - la resistibile discesa di un manager. Non solo l'operaia ma anche la classe borghese non andrà in Paradiso. Cantet pone in "A tempo pieno" molti problemi (il tempo libero, la pratica della menzogna, i legami di famiglia, il sottile confine della legalità), ma ha la mano ferma nelle psicologie, entra sottopelle ai personaggi, anche i più patologici, manovra questo teatrino di alienazioni reciproche con gusto del dramma psico-sociale ma privo di retorica. Aiutato da un magnifico ed inedito attore, Aurélien Recoing, che con una maschera impassibile subisce le onde del destino in un mondo comandato dal Dollaro. Rispetto alla realtà, Cantet ha preferito un finale non certo felice ma non truculento (la vera storia finiva con un eccidio in famiglia, come in un film di Claude Chabrol), lasciandoci un originale film seminato di fertili dubbi, fra cui quello della nostra identificazione con il lavoro che, dice il regista, diritto ma non sempre un dovere.
(Maurizio Porro/Corriere della Sera/www.iann.it/20.10.01/*****)

In uno dei Quarantanove Racconti di Ernest Hemingway due camerieri, uno giovane e l'altro vecchio, immersi nella cupa atmosfera di un locale hard boiled, sono animati da una discussione sui massimi sistemi della vita, di quelle che si consumano sui banconi dei bar di tutto il mondo. Il cameriere più anziano si lamenta, si lamenta di qualcosa che non ha, mentre il giovane spavaldo lo rintuzza ricordandogli che non gli manca niente, che ha avuto tutto dalla vita, raggelato dalla risposta tagliente e secca dell'amico: "Mi manca tutto, tranne il lavoro". Lo scriveva Hemingway nel 1938, lo riprende oggi Laurent Cantet con il flm A tempo pieno, premiato a Venezia con il Leone dell'anno, il neonato Award istituito per la prima volta quest'anno da Barbera. Cantet, quindi, disegna un tratto in più nella riflessione sulla condizione esistenziale dell'uomo occidentale vestendo il tema della fuga dalla realtà, dal gioco delle costrizioni economiche e sociali nel nuovo mondo della new economy, sul corpo stanco e flaccido di un quarantenne, Vincent, che approfittando di un licenziamento, forse indotto, scende i gradini verso l'inferno dell'ambiguità tra desiderio di fuga e mantenimento dei privilegi sociali che la condizione borghese garantisce. Vincent inscena una doppia vita, quella ufficiale e finta che lo vede alto funzionario dell'0nu in stanza a Ginevra, e quella vera e tremenda, di un uomo che si confonde con la vita dei bassifondi e del traffico illecito di marche falsificate. Efficacemente tenuto sul bilico di questo abisso A tempo pieno trasforma il fatto di cronaca nera, la vera stoffa di Romand che fa strage della famiglia allorquando questa scopre la menzogna un cui l'ha tenuta, in una parabola sulla deriva autodistruttiva di un uomo che tenta la fuga da una realtà che non gli piace. Laurent Cantet sposta la sua osservazione dal contesto sociologico del mondo lavorativo, affrontato con il precedente Risorse Umane, a quello psicologico, più delicato e intimista, senza soluzione di continuità, tirando un filo che lega le vicende di Frank, il protagonista in lotta sindacale di Risorse Umane, a quelle di Vincent. Sarebbe quindi un errore considerare quest'ultima prova come un tassello in più nel filone del cinema politico-sindacale francese, come considerare Cantet il Ken Loach transalpino, anche se le cose che più convincono sano proprio quelle lasciate sullo sfondo: l'ingordigia di piccoli borghesi benestanti che tentano la fortuna investendo i risparmi di una vita in operazioni di mercato al limite della legalità, quelle che imbastisce Vincent per alimentare la sua schizofrenia, come il mondo fosco del traffico illegale di orologi e penne "taroccate". Ombre che attraversano la strada di questa vittima letta dal mercato globalizzato la cui doppia vita viene strozzata da un efferato doppio finale.
(Dario Zonta/l'Unità/www.iann.it/18.10.01/*****)



Un uomo, dirigente d'azienda, perde il lavoro. Non si sente, non ha il coraggio o la voglia di dirlo ai famigliari e agli amici. Osserva gli orari di prima, rispetta l'apparenza di una vita che non ha più: nel tempo inoccupato dorme in automobile, mangia male, abusa del telefonino, girella nei parchi o lungo i fiumi, s'intristisce nell'ozio e nell'ansia, affonda in un mare di menzogne alla fine insopportabile. Il caso è più frequente di quanto si creda. In Francia l'analogo percorso di Jean-Claude Romand ha dato origine a un fatto di cronaca sanguinoso e famoso. In "A tempo pieno" di Laurent Cantet, vincitore del Leone dell'Anno all'ultima Mostra di Venezia, il protagonista senza più lavoro deve procurarsi i soldi per garantire alla famiglia il livello di vita abituale: organizza una piccola rete di falsi investimenti del denaro di conoscenti e poi se ne pente, si associa a un truffatore dell'importazione clandestina dai Paesi dell'Est europeo, racconta balle, a un certo punto le sue bugie non reggono più. Con l'aiuto del padre, trova un nuovo lavoro. Al di là dell'aneddoto, il bel film diventa l'analisi di un'esistenza: l'uomo né brutto né bello, anonimo e insieme ricco di personalità, profondamente sincero mentre recita le sue bugie, è logorato dal lavoro eppure incapace di avere identità senza il lavoro. Dopo mesi di tensione (e anche di riposo: ozio, ore vuote, mancanza di regole e di competizione), quando si presenta al nuovo impiego non prova alcun sollievo. Smarrimento e desolazione non si cancellano. Dentro di lui, così attento a mostrarsi buon dirigente, buon padre, buon marito, buon guidatore, buon componente della società, esiste un immenso desiderio di libertà che gli permette di sopravvivere. I rapporti del protagonista con il lavoro, con la solitudine, con i propri figli e i propri genitori, sono illustrati nel film attraverso una sottigliezza, accuratezza e originalità alle quali dà un grande contributo l'interpretazione eccellente di Aurélien Recoing, attore di teatro meno noto al cinema. Nel mondo contemporaneo disoccupazione e sottoccupazione sono incubi quotidiani, e può sembrare singolare l'analisi di un disagio insito nel lavoro parolaio, inappagante: ma "A tempo pieno" rappresenta anche una lezione importante d'intelligenza umana.
(Lietta Tornabuoni/La Stampa/www.iann.it/19.10.01/****)



Cosa fai nella vita? Il manger risponderebbe Vincent, padre di famiglia, benestante, brava persona. Eppure mente, perché é stato licenziato da più di tre mesi e adesso deve giustificare le sue lunghe assenze da casa. Un altro lavoro, un incarico internazionale all'0nu, ma é tutta una bugia. Che prima o poi qualcuno scopre Leone dell'anno a Venezia il nuovo film di Laurent Cantet (che esordì con "Risorse umane"). Strameritato. Una costruzione drammaturgica condotta con rigore stilistico glaciale per sottolineare il solo principio ontologico del nostro mondo: "lavoro dunque sono". E se uno non lavora più? Magari per scelta? La storia di Vincent sembrerebbe solo esemplare se non fosse ispirata a un fatto reale, che si concluse in maniera ben più tragica del film. Anche se a ben vedere l'ultima sequenza che Cantet regala al nostro sguardo é agghiacciante e sembra aprirsi su uno scenario alla Michael Haneke. "A tempo pieno" riscrive (o dimostra come si siano riscritte) le regole della convivenza in base ai requisiti formali della "professione". Anche nel linguaggio, nel parlare di tutti i giorni, quando tra colleghi si instaura una comunicazione felice e non un rapporto umano. Dopo a "A tempo pieno" non si può fare a meno di pensare al Grande Lebowsky come a un eroe dei nostri giorni.
(Mauro Gervasini/Film TV/www.iann.it/24.10.01/****)

Per avere diretto con Risorse umane uno dei pochissimi film contemporanei sul lavoro in fabbrica, il francese Laurent Cantet fu salutato come il nuovo Ken Loach. Con A tempo pieno, Leone dell'Anno a Venezia, Cantet torna al mondo del lavoro, ma per una via più esistenziale che politica. Che cosa sono diventati gli individui, si chiede, in una società dove ciascuno sta chiuso nel suo lavoro come in una cella; è etichettato solo in base a quello; se lo perde, diventa nessuno? Vincent, consulente finanziario sulla quarantina, viene licenziato. Anziché dirlo alla moglie s'inventa una nuova occupazione come funzionario ONU a Ginevra; il suo tempo, invece, lo impiega a viaggiare e a spillar soldi agli amici, vantando immaginari investimenti. Sa che prima o poi gli verrà chiesto conto del denaro affidatogli ma continua a dir bugie per assicurare il tenore di vita di sempre a moglie e figli. C'è qualcosa di psicologicamente più profondo, tuttavia, nel suo atteggiamento: malgrado i sensi di colpa Vincent sembra trovare nella truffa quella parte di sé che, nel lavoro regolare, non era mai riuscito a tirar fuori. Centrando uno dei temi-chiave delle società occidentali d'oggi, Cantet suddivide anche l'entourage del suo protagonista tra chi è in deficit cronico di tempo (sua moglie, divisa tra il lavoro, la casa e i bambini) e chi dispone di una quantità di tempo (suo padre), ma non sa che farsene. Realistico, attento ai particolari quotidiani, interpretato da facce autentiche, A tempo pieno è un film più complesso delle apparenze: lo attraversa una disperazione oscura, il rimpianto, più che il senso di rivolta, per il modo in cui abbiamo stravolto le nostre vite cedendo tutto il tempo e le energie al lavoro. E risulta tanto più convincente perché non si sceglie un eroe anarchico, ma un uomo perfettamente normale; però così espressivo, nel suo male di vivere, che le ultime inquadrature sul suo volto restano tatuate nella memoria.
(Roberto Nepoti/la Repubblica/www.iann.it/21.10.01/****)