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Brother
di Takeshi Kitano (Drammatico/Gran Bretagna-Giappone/2000 /110min)
con Ren Osugi, Takeshi Kitano, Omar Epps, Kuroudo Maki, Masaya Kato, Susumu Terajima, Royale Watkins, Lombardo Boyar, Ryo Ishibashi, James Shigeta, Tatyana Ali, Makolo Ohtake, Kouen Okumura, Naomasa Musaka, Rino Katase
http://office-kitano.co.jp/brother/



Gran film, violenze feroci: facce che esplodono ai colpi di pistola, disegnando sulla parete grandi fiori rosso sangue; bastoncini infilati nelle narici e spinti con una manata verso l'alto, sino a perforare il cervello; teste mozzate; falangi del mignolo recise col coltello e offerte al boss in segno di pentimento d'una mancanza di rispetto (secoli fa, era un uso e un rito dei samurai). Nel suo primo film realizzato fuori del Giappone, il grande Takeshi Kitano (regista, protagonista, produttore, sceneggiatore) racconta di uno yakuza che arriva a Los Angeles in cerca del fratello, dopo l'annientamento della sua famiglia mafiosa in una guerra tra bande a Tokyo, e che si trova a battersi insieme con una specie di amico per la supremazia nel traffico della droga in città. Nessuno esprime l'essenza del gangster asiatico come Kitano: con la sua faccia immobile, cicatrizzata e triste, invasa dalle lenti nere degli occhiali da sole; con la sua laconicità ironica oppure letale; col suo piccolo corpo dalle gambe arcuate e dalle spalle sbilenche sempre vestito di nero; con i suoi gesti di morte secchi, repentini, inevitabili. Nessun altro killer del cinema uccide come Kitano: entra in luoghi dove aleggiano inquietudine e spavento, tende il braccio irrigidito, non sbaglia un colpo. Nessuno come Kitano sa guardare le metropoli scrostate e squallide, le strade senza traguardi, la paura negli occhi dei morituri, i criminali che giocano infantilmente sulla spiaggia prima d'un eccidio o dopo un massacro. Cinquantadue anni, comico famoso con lo pseudonimo di Beat Takeshi negli Anni Settanta, conduttore di talk-show televisivi, commentatore sportivo alla radio, opinionista di quotidiani e settimanali, autore di canzoni e di libri, interprete del personaggio del sergente in "Furyo" di Oshima, vincitore del Leone d'oro nel 1997 a Venezia con "Hana-Bi", Kitano è un regista di grandissima bravura. Il suo stile rende ogni gesto iconico, leggendario; rende ogni luce glacial-radiosa, trasparente; rende epico ogni p ersonaggio. La carica di veloce energia delle azioni è intensa e significativa quanto la contemplazione di paesaggi urbani e no. Romanticismo e atrocità si mescolano, con risultati inarrivabili.
(Lietta Tornabuoni/La Stampa/www.iann.it/03.12.00/*****)



Con "Brother" Takeshi Kitano mette ordine nella sua filmografia, sintetizza le costanti di uno stile. mette a disposizione un'antologia dei suoi noir sul furore degli yakuza. Rituali, cerimonie, esplosioni fulminee di violenza, umorismo, mucchi selvaggi disposti a vivere e, soprattutto, a morire. A Tokyo come in America. Sono Samurai moderni con tatuaggi larghi quanto un tappeto, con mignoli tranciati e ventri squarciati da hara-kiri al saké. Tornano le inquadrature del mare e della spiaggia, si moltiplicano le assonanze con i "padrini" coppoliani, cresce il disincanto di chi é obbligato a fare solo il lavoro sporco. Il regista-attore attraversa lo spazio delle inquadrature con le sue gambe storte da clown triste, con la faccia di un Clint Eastwood che ha preso una scossa elettrica e con la sicurezza di un anarchico solitario. Versione orientale degli eroi fuorilegge adorati dal cinema americano. Kitano per girare questo film-bilancio, un flashback dopo "Hana-Bi" e "L'estate di Kikujiro", si trasferisce in America. Sulle tracce del suo protagonista spaesato che, sconfitto in una feroce guerra tra bande, sbarca a Los Angeles alla ricerca del fratello minore. Trova altri clan e altre etnie: neri, ispanici, mafiosi. Il denaro, la forza e la lealtà restano le unità di misura di un destino segnato. L'America é desolata e triste con le sue caffetterie e le sue stanze vuote. La nuova lingua e la nuova cultura sono un ideogramma sconosciuto.
(Enrico Magrelli/Film TV/ www.iann.it/28.11.00/****)

Quello di Takeshi Kitano è un cinema stoico. È stoico nello stile rigoroso e austero della regia; è stoico nella camminata del regista/protagonista, implacabile e fatale come il mitico incedere di John Wayne quando, da solo, andava incontro a nugoli di nemici. Nel suo primo film realizzato in America, Kitano racconta la storia di Yamamoto, un gangster che si trasferisce a Los Angeles dopo la strage della sua yakuza. Benché non capisca una parola d'inglese, l'uomo comincia un'escalation criminale degna di un generale in esilio. Organizza la banda di balordi comandata da Ken, suo fratello minore, e comincia l'eliminazione sistematica delle gang avversarie: vestito di nero, occhiali neri, braccio teso a reggere una pistola che vomita colpi infallibili. Nella sua furia di conquista, che sottende una difesa dell'identità nazionale nipponica nel Paese straniero, Yamamoto finisce per sfidare l'onnipotente mafia. Benché, con Brother, Kitano abbia messo in scena il classico itinerario ascesa/caduta del film di gangster americano, la trasferta non ha affatto modificato i caratteri peculiari del suo cinema. Come in "Sonatine", convivono nelle immagini lirismo e ironia, romanticismo e raffreddata comicità, momenti pensosi e sequenze di violenza caricaturale. I combattimenti sono feroci. Non mancano dita tagliate per penitenza e harakiri, secondo il rituale barbarico della yakuza; vi si aggiungono varianti sadiche originali come fiammiferi infilati nelle narici e fatti salire fino al cervello. Tornano i temi dell'amicizia virile, la pausa serena sulla riva del mare, le riflessioni sul tempo che passa; con in più, questa volta, un inedito sottointreccio di amicizia interrazziale fra il taciturno killer giapponese e Denny, giovane delinquente black cui il primo incontro con Yamamoto è costato - alla lettera - un occhio. Se l'avventura in Occidente di Kitano è meno riuscita di un capolavoro come "HanaBi" , non la si deve per questo credere viziata da compromessi commerciali. Strano incrocio di criminale, poeta e clown, "Beat" (così si fa chiamare il regista, nella sua seconda personalità d'attore) è straordinario. E la Los Angeles che il film mette in scena - anonima, minacciosa, scrostata e inospitale come in una vecchia serie B degli anni Cinquanta - è una "città degli angeli" vista da un figlio del Sol Levante, molto diversa da quella che il cinema ci mostra abitualmente.
(Roberto Nepoti/la Repubblica/ www.iann.it/25.11.00/****)



E' l'approdo americano del Kitano-style, storia di yakuza alla prova del gusto e delle regole occidentali. Occasione da non perdere se non conoscete ancora Beat Takeshi. La faccia di Takeshi Kitano è come i suoi film: impenetrabile e generica, austera e autoironica, contemplativa e imprevedibile, giapponese standard ma con una cicatrice misteriosa. Qualcuno la ricorderà dai tempi di "Merry Christmas Mr. Lawrence" a fianco di David Bowie. Da "Sonatine" ad "Hana-bi" (Leone d'oro a Venezia), in un decennio ha perfezionato una visione del cinema di genere (poliziesco, melò, gangster) in rapporto alla cultura e l'arte giapponese. La violenza confina con il mare. Anche quando spara, il colpo viene da un silenzio amaro, pur necessario. Questo primo film americano era in cantiere nel '95. Sconfitto a Tokyo in un guerra di clan, Yamamoto-Kytano fugge a Los Angeles dal fratello e fonda un clan multirazziale, bizzarro e micidiale, che riprende l'austera forza dell'onore nipponico e la fonde umoristicamente con l'action-movie hollywoodiano di Van Damme e la cronaca 'negra' di Spike Lee. Unico.
(Silvio Danese/Il Giorno/ www.iann.it/25.11.00/****)

TAKESHI KITANO