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  inizio Le Pornographe
di Bertrand Bonello (Drammatico/Canada-Francia/2001/108min)
con Jean-Pierre Léaud, Jeremie Renier, Dominique Blanc, Thibault de Montalembert, Andrè Marcon, Catherine Mouchet, Ovidie, Laurent Lucas



Se si digita su qualche buon motore di ricerca Le pornographe si scopre subito che il film di Bertand Bonello - in Italia col titolo Il pornografo - è un vero e proprio oggetto d'amore. Basterebbe il suo protagonista a spiegarlo, Jean-Pierre Léaud, il mai dimenticato ragazzino truffautiano dei 400 colpi che qui offre e senza alcun risparmio corpo, nevrosi, sorrisi, imbarazzi, dolore, solitudine al personaggio del regista porno Jacques Laurent, famoso negli anni 70, finito nell'oblio negli 80 specie dopo la legge che in Francia (nel 75) che bollandolo con la X ha cancellato il cinema pornografico dalle sale. Ma non è solo questo. Accanto a Léaud troviamo una vera attrice porno, Ovidie, 21 anni e almeno una ventina di film X di cui uno da regista - Orgie en noir, realizzato in versione X e erotica - che nello sguardo di Bonello è insieme se stessa (un'attrice X) e il suo contrario. La presenza di Ovidie va in quel senso contaminato già di Rocco Siffredi in Romance di Catherine Breillat o delle due giovani attrici X, anime ribelli in Baise-moi di Virginie Despentes, spinto però all'estremo. Lì infatti - e specie nel film di Despentes - la scelta delle star porno passava attraverso una citazione del genere fuori dai suoi riferimenti diretti, cioè il porno veniva usato alla stregua di altri generi cinematografici, come parte del sistema cinema nel suo complesso - da cui l'irritazione e la censura.



Nel Pornografo il porno è dichiarato come tale, si mostra il regista al lavoro. E in qualche modo il rovesciamento del codice diventa ancora più radicale. Leaud /Laurent costruisce il suo film, le scene di sesso, nudi, amplessi singoli o allargati, il campionario del genere che è assemblato in raffinate performance, body art klossowskiana di seduzione e piacere. In cui diventano espliciti anche i legami a tutto il cinema inteso come sperimentazione impudica - i piaceri cinematografici del regista Léaud (e anche del regista Bonello) sono ad esempio La commedia di Dio, magnifica suite del desiderio firmata da Joao-Cesar Monteiro, con il "Deus" che scrive la personale origine del mondo ispezionando i peli pubici delle adolescenti. Che è appunto il corpo l'oggetto teorico e politico su cui gioca Il pornografo, degli attori, del cinema e dei suoi fantasmi, quel pornografico che diventa filosofia e spazio di ribellione. Per questo Bonello, trentatre anni e anche musicista - in questi giorni sta registrando il suo secondo disco - ha voluto Léaud, che ama come dimostra ogni singola inquadratura e persino quel suo perderlo talvolta lasciandosi trascinare dalle irruenze dell'attore. E che ritorna anche nei suoi riferimenti di cinema, Eustache tra gli altri di cui Léaud era stato splendido corpo in La maman et la putain. Anche se poi la relazione non è di padre-figlio, che invece segna l'altro nodo del film. Il regista ha infatti un figlio adolescente (Jeremie Regnier) che ha rotto qualsiasi rapporto con lui quando ha scoperto il suo lavoro. Moralismo? Chissà. Eppure il ragazzo potrebbe fare parte del movimento anti-globalizzazione, coi compagni organizza proteste del silenzio - "le parole ce le hanno rubate tutte i nostri padri" dicono - in facoltà. Nel cinema francese recente di padri e figli ce ne sono stati diversi.



Ci sono il padre contro il figlio nella protesta in fabbrica di Laurence Cantet (Risorse umane), da poco Frédéric Videau ha girato Le fils de Jean Claude Videau, autobiografia sui rapporti col padre anche lui operaio. Nel Pornografo però lo scontro assume altre sfumature, legate ancora una volta allo spazio "assente" che è il cinema, e non solo pornografico, vissuto come trasgressione alle alle convenzioni, alle aspettative, ai mercati. E' l'utopia sognata dal padre in cui non si ritrova il figlio che si sente invece "padre del padre" con la saccenza (almeno apparente) di chi rivendica il ruolo giusto. Bonello rovescia ancora una volta la prospettiva, si schiera col padre che è adolescente vero, sognatore e per questa sua follia tagliato fuori dal mondo. Certo non tutti i padre sono Lèaud, e incarnano le nuovelle vague della vita con tanta leggerezza, ma anche i ruoli, i codici della riconoscibilità possono essere poco chiari. La sfida è aperta.
(Cristina Piccino/il Manifesto/04.10.01/****)

Bertrand Bonello