| |
 |
Il
pianeta delle scimmie (Planet of the Apes)
di Tim
Burton (Avventura-Fantascienza/Usa/2001/119min)
con Mark Wahlberg, Tim Roth, Helena Bonham Carter, Michael Clarke Duncan
www.planetoftheapes.com 

Il film americano più atteso all'inizio della stagione, "Il
pianeta delle scimmie" di Tim Burton, non è divertente e neppure
avventuroso. È tetro, violento, guerresco, a suo modo grandioso.
Le scimmie che popolano il pianeta su cui precipita un giovane astronauta
americano sono crudeli, spietate: picchiano, bastonano, disprezzano, maltrattano
la minoranza degli umani usati come schiavi o come animali domestici,
perseguitano i gruppi di umani inselvatichiti vagabondanti nel paesaggio
ostile, considerano gli umani come un tempo venivano considerati i neri
negli Stati Uniti, come oggi vengono considerati da tanti europei gli
immigrati di colore. Le scimmie vivono e vestono secondo modelli umani.
La loro ferocia in guerra è terribile: non possiedono armi da fuoco
(sono proibite) ma pestano, rompono a calci la spina dorsale, spezzano
l'osso del collo, spappolano a pugni gli organi interni. Ogni scimmia
ha la forza di sei uomini, ha scatto e velocità immensi. Le scimmie
stanno su due zampe, ma in casi di emergenza tornano ad essere quadrupedi
e nella corsa raggiungono velocità impressionanti. Sono razziste.

Ne "Il pianeta delle scimmie", scimpanzé e oranghi non
mettono paura perché sono diversi dagli umani, ma perché
sono troppo simili a loro. Pierre Boulle, il romanziere francese anche
autore de "Il ponte sul fiume Kwai", morto nel 1994 a ottantadue
anni, pubblicò "Il pianeta delle scimmie" nel 1963, quasi
quarant'anni fa. Nel 1968 Franklin J. Schaffner ne trasse il primo film
con Charlton Heston: un grande spettacolo, un racconto di fantascienza
inquietante, un'allegoria sui pericoli della guerra fredda, una satira
che mostrava un darwinismo alla rovescia in cui scimmie oscurantiste rifiutavano
di riconoscersi discendenti dagli uomini, una favola avveniristica che
terminava con la grande immagine della Statua della Libertà semisommersa
sulla spiaggia dalle acque invadenti il mondo. Al successo del film seguirono
quattro sequels, una serie televisiva, un fumetto, molti telefilm. "Il
Pianeta delle scimmie" di Tim Burton non è un rifacimento
né un séguito: piuttosto un apologo antirazzista, un'analisi
degna dei progressi scientifici compiuti negli ultimi trent'anni nel rapporto
uomo-scimmia, una narrazione che rispecchia la gran confusione contemporanea
su ciò che è prettamente umano e ciò che è
invece mix o manipolazione. L'astronauta smarrito che atterra sul pianeta
delle scimmie, che incontra lì una bella bionda (sembrano Big Jim
e Barbie, due pupazzi artificiosi quanto la Terra), che viene amato da
una scimpanzé antirazzista e liberale, cerca di sottrarsi alla
schiavitù e alla morte, di tornare a casa: per scoprire che non
esiste più ritorno né casa né futuro non scimmiesco.
Le avventure del protagonista sono esclusivamente lotte per la sopravvivenza,
scontri con scimmie violente. Di qui (e dalla luce perennemente bassa,
dall'oscurità costante), una certa monotonia del film, un senso
di oppressione accentuato dall'assenza di attori: Mark Wahlberg è
un burattino e gli altri (Helena Bonham-Carter, Tim Roth) sono cancellati
dalla truccatura scimmiesca. Rifacendo "Batman", il regista
Tim Burton era ricorso all'eleganza: stavolta la ferocia non ha lo stesso
effetto, ma il vecchio successo hollywoodiano sa diventare una fiaba filosofica
ambigua, visualmente seducente.
(Lietta Tornabuoni/La Stampa/15.09.01/****)

Lo hanno detto in molti: di fronte alla tragedia di New York e Washington,
anche il più apocalittico film di fantascienza prende l'aspetto
di un inoffensivo gioco da ragazzi. È indubbio, ma sono le stesse
ragioni che ci fanno capire quanto profondamente, nel 1968, sotto la minaccia
nucleare della guerra fredda, il primo "Pianeta delle scimmie"
abbia potuto marcare l'immaginario mondiale; soprattutto la sequenza finale,
con le rovine della Statua della Libertà, che diventò un'icona
pop e un monito lanciato dal cinema alla realtà. Come aveva annunciato
Tim Burton, Planet of the apes non è un remake di quell'originale.
Anziché sulla Terra del dopoguerra atomica, la nuova versione -
più fedele al romanzo di Pierre Boulle - si svolge su un pianeta
lontano, dove l'astronauta Leo Davidson precipita attraverso un buco spaziotemporale,
trovandovi un'umanità schiavizzata da un popolo di scimmie guerrafondaie.
Fin dalle prime sequenze dell'altro mondo, l'enorme qualità visiva
del film salta agli occhi: Burton ci catapulta in un universo minaccioso
e barbarico, fatto di scenografie degne dei suoi due "Batman"
, nonché tributarie delle tavole a fumetti di Flash Gordon. Fedele
al suo bestiario di creature al confine tra l'animale e l'umano (l'Uomopipistrello,
la Gatta, il Pinguino), il regista di Burbank accentuta la ferinità
degli antropoidi, facendoli muovere e ringhiare come primati. Bardate
in paramenti da guerra degni delle saghe omeriche, le scimmie non sono
il risultato di tecnologie numeriche, ma attori di carne mascherati e
truccati che - tutt'al più - gli effetti speciali aiutano a compiere
mirabolanti evoluzioni. A un certo punto, il racconto adotta un'opzione
di ottimismo che ribalta le catastrofiche profezie dell'originale (ma
che oggi, sotto l'influsso degli avvenimenti reali, acquista una luce
amaramente beffarda). Eletto salvatore degli umani, l'astronauta li guida
alla riscossa contro le legioni del feroce generale Thade convinto, da
buon americano, che la determinazione di pochi possa cambiare il corso
della storia: sotto la guida del messia piovuto dallo spazio, gli umani
vincono la loro guerra di liberazione. Eppure il nuovo Planet of the apes
non chiude su una nota ottimistica. Burton è troppo scantato e
scettico per negarsi un finale tinto di humour nero, che rilancia l'angoscia
colpendo sotto la cintura lo spettatore con la sua intelligente cattiveria.
(Roberto Nepoti/la Repubblica/15.09.01/****)
Tim Burton 
|
|