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Paz!
di Renato De Maria (CommediaM/Italia/2002/100min)
con Flavio Pistilli, Fabrizia Sacchi, Claudio Santamaria, Giulia Steigerwalt, Giulia Carmignani, Vittorio Attene, Cristiano Callegaro, Iaia Forte, Roberto Citran, Antonio Rezza, Ricky Memphis, Rosalinda Celentano, Giampaolo Morelli
con brani di Lucio Dalla, Tiromancino, CCCP, Ustmamò', Skiantos, Area
www.pazilfilm.it



candidato nella sezione Migliore Attrice Non Protagonista al 52° edizione del David di Donatello
candidato nella sezione Migliore Scenografia al 52° edizione del David di Donatello

Concepito fino dall'origine come una sfida (impossibile?) Paz! di Renato De Maria è insieme un omaggio alle tavole di Andrea Pazienza, una rievocazione del "dopo '77" a Bologna e il concentrato di un tipo di cultura pop nazionale che ben di rado ha trovato ospitalità sullo schermo. Tratti per via diretta dal fumetto (in particolare dall'episodio "Giallo scolastico"), gli avvenimenti sono inscritti in una specie di unità aristotelica: uno stesso appartamento condiviso dai tre personaggi principali - Penthotal, Fiabeschi e Zanardi - l'arco di un'unica giornata, le lotte e le occupazioni del movimento studentesco bolognese. Perennemente in pigiama, autore di fumetti, appena lasciato dalla ragazza e depresso, Penthotal (Claudio Santamaria) è quasi l'alter-ego di Pazienza. Fiabeschi (Max Mazzotta), fuorisede e fuoricorso, tenta gli esami al Dams solo per prolungare il rinvio del servizio militare, e si fa bocciare. Quanto a Zanardi, detto Zanna (impressionante la somiglianza di Flavio Pistilli con il personaggio disegnato), che viaggia sempre in trio col superdotato Colas e lo sfigato Petrilli, è un giovane dandy cinico e pluriripetente ontologicamente ostile all'autorità. L'atmosfera ricreata di quegli anni è accurata e complice; credibile, perlomeno, anche là dove si dia qualche imprecisione topografica, che gli antichi studenti di Arte, Musica e Spettacolo non faticheranno a rilevare. Pubblico ristretto, si dirà; ma tant'è, tutto il film è intessuto di "private joke" ad uso esclusivo degli iniziati: vedi il cameo dell'ex-leader del movimento studentesco Franco "Bifo" Berardi, impegnato in gesti dadaisti nella parte di se stesso; oppure la presenza di Roberto "Freak" Antoni, al quale tocca la parte di un bidello. Paz! si avvia molto bene, immergendoti in un clima tra surrealista ed espressionista; ottenuto, quest'ultimo, mediante inquadrature sghembe e deformate che imitano i tagli dei fumetti. Benché i due linguaggi diacronici - fumetto e cinema - siano profondamente diversi, la scommessa è, almeno parzialmente, vinta. Peccato che lo stile visivo adottato da De Maria non regga sulla durata dei cento minuti, facendo sfilare a coda di pesce la seconda parte di un film riuscito (alla lettera) solo a metà.
(Roberto Nepoti/la Repubblica/24.02.02/****)

Facciamo finta di non sapere quasi nulla di Andrea Pazienza. Non ci verrà molto difficile: questione di gusti, o di accidenti della vita (non é un giudizio di merito, lo giuriamo e lo controfirmiamo alla presenza di un notaio), ma non abbiano mai troppo frequentato quel tipo di fumetto e quel tipo di cultura. Mettiamoci quindi di fronte a Paz! come a un Ufo appena sbarcato sul nostro pianeta: che tipo di oggetto é? é possibile identificarlo? somiglia a qualche film noto, consente termini di paragone? Tutte risposte molto difficili. Il critico, preso alla sprovvista, potrebbe definire Paz! una versione bolognese e settantasettina di Trainspotting. Stessa struttura corale, stessa monomania di alcuni personaggi (non tutti) per le sostanze stupefacenti (fumo, non eroina: quindi meno tragedia e più ironia, perché le canne non uccidono), stesso stile iperlavorato (inquadrature dal taglio bizzarro, montaggio frenetico, personaggi che guardano & parlano in macchina: siamo ai confini dell'espressionismo). Il paragone é lievemente squilibrato e probabilmente ingiusto: Trainspotting era più narrativo, più "scritto", inoltre forzava le situazione e le portava al limite, mentre Paz ha un tono grottesco che si ferma sempre un attimo prima di diventare melodrammatico; o rimane, al massimo, tragicomico. Come ricognizione in un particolare scorcio storico-geografico (il '77, Bologna, il Dams, l'autonomia, gli studenti fuori sede, le code in mensa, la musica punk, le periodiche risse con fascisti e politica è soprattutto spinelli, spinelli e poi ancora spinelli) é divertente ma non profondo, perché si ferma alla superficie dei comportamenti senza scavarli più di tanto. Un bizzarro spettacolo; un fumetto sconvolto e surreale che con un pizzico di follia in più sarebbe potuto diventare un musical. Tutto questo, appunto, se non sapessimo nulla di Andrea Pazienza. Ma almeno due cose le sappiamo. La prima: Pazienza disegnava e scriveva fumetti, era un artista underground, dal taglio narrativo feroce e fluviale, che la pubblicazione su Linus portò a una grande e improvvisa notorietà. Era popolare e "cult" al tempo stesso. La seconda: in una cosa "poco seria" come il fumetto (nella vulgata della cultura "alta", non certo nelle convinzioni di chi scrive, di Pazienza stesso e di chi allora lo leggeva) metteva tutto se stesso al punto di morirne, giovane e maledetto come una rockstar. Quindi, la suddetta parola - "fumetto" - che poteva suonare come una critica, é esattamente ciò che il film vuole essere. In piú, l'adesione del regista Renato De Maria alla materia é sincera e totale: perché De Maria viene da quell'ambiente, ha vissuto quegli anni, era amico di Pazienza e per scrivere Paz! ha ripercorso con amore e scrupolo filologico tutta la sua opera. Mescolando due personaggi importanti (Zanardi e Pentotal) e uno minore (Fiabeschi), e descrivendone una giornata qualsiasi in una Bologna che sembra uscita da un film in costume (fare al cinema il '77 è come fare il '700: la sola idea che non esistano i telefonini e che Pentotal chiami casa usando l'apparecchio a gettoni del bar é nostalgica e sconvolgente! ). La ricostruzione di De Maria é impeccabile dal punto di vista figurativo. I problemi del film sono, invece, due. Uno è di struttura. Pensando a quanto erano lunghe e complesse le storie di Pazienza, viene da dire che nel film succede troppo poco. Il secondo é, forse, un'impressione del tutto nostra, e personale, ma ci sembra investa la natura di fondo del film, ovvero il passaggio dal fumetto al film con attori (lo stesso che ci si pone davanti ai vari Batman, di Tim Burton o meno; al Dick Tracy di Warren Betty; al futuro Spider Man di Raimi, o ad un ipotetico Topolino fatto da un tizio in carne ed ossa). Il fumetto ha un'elasticità (fisica e soprattutto psicologica) che gli attori non hanno. Il fumetto é libertà e fantasia, gli attori sono comunque persone. Sulla carta Zanardi é un eroe, o può diventarlo: fatto da un attore, per quanto somigliante, diventa una persona "verosimile" e la voglia di prenderlo a ceffoni, o di consegnarlo alla "pula" quando crocifigge il gatto della preside, è insopprimibile (esattamente come sono insopportabili le idiozie in "politichese" alle quali Pentotal si ribella durante l'assemblea organizzata là per là nel suo appartamento). É come se l'Es, l'innominabile, la parte in ombra della nostra coscienza si materializzasse all'improvviso. Ma può anche darsi che tutto ciò sia benefico. Se Paz! ha tirato fuori, anche solo per pochi minuti il reazionario che è in noi sarà comunque stato utile. Come una seduta di psicoterapia di gruppo, per giunta a buon mercato.
(Alberto Crespi/l'Unità/22.02.02/***)

Renato De Maria