
di Norman Renè
con Stephen Caffrey, Patrick Cassidy, Brian Cousins, Bruce Davison,
John Dossett, Campbell Scott, Mary-Louise Parker, Mark Lamos, Dermot
Mulroney, Robert Joy, Michael Schoeffing
TRAMA
Film non eccezionale, Che mi dici di Willy? ha certamente il merito
di parlare della tragedia dell'aids e della condizione degli omosessuali
senza morbosità o pietistica commiserazione, o peggio con sottintesi
di condanna (del tipo se la sono voluta peggio per loro!), ma con sincera
adesione e solidarietà nei confronti del loro doloroso destino.
Il regista René, forse consapevole del pericolo di uniformità
narrativa che incombe sulla storia (dopo la fase iniziale tutto diventa
tremendamente prevedibile), cerca di vivacizzare la pellicola inserendo
qualche momento sorridente che spezza la plumbea atmosfera dominante
e inventandosi un fantasioso finale strappalacrime, forse un po' fuori
luogo in un film sino a quel momento condotto su un piano di un' anonima
e un po' incolore, ma dignitosa e efficace, aderenza alla realtà.
Il titolo originale, a differenza di quello insulso italiano, è
molto significativo: Long time Companion, "compagno di lunga data",
è un eufemismo usato nei necrologi per nominare un partner convivente.
é il primo film che abbia trattato direttamente l'Aids e perciò
merita un'attenzione particolare, nonostante i suoi vistosi limiti.
La struttura è a tesi: mostrare come un gruppo di otto persone,
tra cui una donna, viva l'avvento della malattia, che ne muta i comportamenti
e li falcidia, fino a fame sopravvivere solo quattro.
Attraverso alcuni flash viene mostrato un giorno per ogni anno dal 1981
al 1989. L'inizio è una sorta di Eden, in quella Fire Island
che è un paradiso riservato ai gay, tutti in eccellente forma
fisica. Qui gli amici, turbati solo minimamente dalle notizie sulla
nuova malattia, ci scherzano su, continuando i loro divertimenti quotidiani:
nuotate, passeggiate sulla spiaggia, discoteche. Il tutto all'insegna
di una piena libertà sessuale, anche se di sesso non se ne vede
proprio.
La morte del bel John apre invece il confronto con una realtà
ben diversa e ogni giorno pi pesante: la malattia si rivela devastante
sia sul fisico (non vengono risparmiati né flebo né funerali)
che sullo spirito, viste le paure e la difficoltà dei rapporti
che si vengono ad instaurare.
Ma nonostante la pretesa di realismo il film è, col suo levigato
e garbato pudore, falso e consolatorio. Non riesce ad ampliare un orizzonte
claustrofobico, poiché il suo universo si limita agli otto personaggi
(tutti dell'upper class e bianchi) escludendo altre classi sociali o
altri aspetti della malattia. Per arrivare alfine, attraverso soluzioni
ad effetto, ad una logica strappalacrime (degna di una soap-opera, di
cui peraltro condivide le psicologia stereotipate) che trova la sua
esaltazione nell'ultima scena, ai limiti del kitsch: l'abbraccio universale
che vede gli amici morti e i sopravvissuti riuniti in un mondo finalmente
senza Aids, tornato alla primigenia età dell'oro della spensieratezza
e della libertà sessuale.