back [l'altro sguardo] un angelo alla mia tavola schede
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Di Jane Campion,( Nuova Zelanda/Australia/GB, 1990-157’)
Con Alexia Keogh, Karen Fergusson, Kerry Fox.

un angelo alla mia tavola

“Resta dove sei, non ti muovere
Se all’improvviso l’angelo si siede alla tua tavola
Cancella piano le poche grinze
Della tovaglia sotto il tuo pane”

Rainer Maria Rilke

“Mi ricordo che quando avevo 13 anni leggevo i libri di Janet Frame distesa sul mio letto e ricordo l’impatto che ebbero su di me. C’erano molti passaggi poetici nel romanzo “Owls Do Cry” che erano molto tristi ed evocavano il mondo della follia… Mi ricordo anche di ciò che leggevo su Janet Frame, delle spiegazioni che erano state date sul suo modo di scrivere e che lo si collegava alla sua schizofrenia…Io mi interessavo in generale ai personaggi trascurati, abbandonati, ai quali non si presta tanto interesse e ho apprezzato Janet proprio per questo. C’è sempre stato qualcosa che mi ha attratta nel raccontare storie di anti-eroi e nel vederne il loro aspetto eroico…Ciò che mi attira nella gente che ha dei problemi è il fatto che abbia un atteggiamento attivo nei confronti della vita. Sento qualcosa di straordinariamente tenero in questo sforzo umano, uno sforzo sincero e non cinico di tentare di capire l’esistenza…
In Un angelo alla mia tavola, più che di follia, parlerei di ipersensibilità, di vulnerabilità…Janet mi ha detto che non si sentiva sola, che il cielo, la natura erano delle presenze vive per lei e che si sentiva in rapporto intimo con loro. Ho quindi voluto mostrare che, nonostante tutto, non era infelice.”

(Jane Campion).

Lo sguardo con cui Jane Campion coglie e racconta la vita della poetessa neozelandese Janet Frame, seguendone le tracce nei suoi romanzi autobiografici, ha i toni di una fiaba già dalle prime immagini: è lo sguardo ingenuo ed affabulatorio di una cantastorie.
Colpisce subito l’aderenza delle immagini della Campion alla storia intima, privata di Janet, come se l’una avesse prestato le forme visibili alle parole poetiche dell’altra, in una sorta di comunicazione profonda tra le due artiste. La stessa figura di Janet, così grassoccia e bianca, con i capelli rossi e ricci, quasi un cappello di fuoco, che si staglia nel verde dei prati della Nuova Zelanda, ha un effetto fiabesco.
“Per quanto riguarda i colori, ho sempre pensato al rosso e al verde per Un angelo alla mia tavola. Il verde è il colore della Nuova Zelanda, il rosso è il colore dei capelli di Janet. Partendo dai capelli rossi, potevo giocare con un insieme di toni dolci, smorzati, o, al contrario, dare più luminosità al film facendo risaltare il contrasto tra il rosso e dei colori vivaci quali il verde”
Una scrittura morbida, rotonda, pittorica quella della Campion per questo film, un occhio legato all’infanzia, uno sguardo dal basso. Trattandosi di un’autobiografia, c’è la ricerca di un linguaggio visivo che dica il ritmo dei ricordi, l’andamento discontinuo della memoria, fatto di lampi improvvisi, di coni di luce in mezzo al buio della dimenticanza. Così il film all’inizio si muove per inquadrature spezzate, scelta degli episodi più significativi, ricordati a tratti, essenziali.
“Relativamente alla struttura narrativa, devo sottolineare che uno degli scopi del primo episodio del film era di rendere l’idea di come si sviluppa il ricordo. Volevo che i primi momenti fossero come piccole diapositive, semplici impressioni visive. Se torni indietro ai tuoi primissimi ricordi, non puoi mettere insieme una storia: sono immagini. Per questo volevo che il primo episodio costruisse la narrazione con scene molto brevi che diventano via via più lunghe, come accade con la memoria”.
L’infanzia è importante per Janet, contiene già tutte le premesse che svilupperà in seguito. È nell’infanzia che nasce quel disagio che la porterà da grande ad instaurare un rapporto a distanza con il resto del mondo. Ma nello stesso momento l’infanzia è anche la stagione che formerà la sua poetica, il particolare, originale sguardo con cui continuerà sempre a guardare il reale e che le permetterà di accedere alla creazione artistica, sguardo poetico per eccellenza, legato ad un sentimento infantile panico di profondo contatto con la natura e con le cose più semplici della vita.
Jane Campion ha un modo di raccontare senza orpelli, senza inutili sentimentalismi, senza elementi superflui. Non vuole commuoverci, sta all’essenziale delle cose, vedi per esempio la sequenza della morte della sorella Myrtle.
La vita di Janet è descritta dando importanza al gesto quotidiano intimo, alla vita in famiglia, al rapporto con le sorelle, alle prime amicizie. E’ uno sguardo che con delicatezza scruta in profondità dentro l’universo femminile.
E questo sguardo è in armonia con lo sguardo nudo, senza falsità, ingenuo di Janet, che scandisce tutto il film, quel suo modo intimo e vero di guardare il mondo.
Il disagio di Janet si acutizza alla fine dell’adolescenza, ed il suo modo di fare impacciato e perennemente in imbarazzo caratterizzerà le sue relazioni future quando dovrà lasciare la famiglia per potere proseguire i suoi studi. Questo progressivo accentuarsi dell’incapacità di vivere va di pari passo con il deteriorarsi dei suoi denti, grazie ad una passione morbosa ed incontrollata per il cioccolato, affannosa compensazione della distanza affettiva che la separa dagli altri.
“Troppo timida per socializzare, troppo impaurita per entrare nell’edificio del Circolo, ero sempre più sola, le mie uniche avventure erano la poesia e la letteratura”. E’ un mondo fatto di immaginario quello dove si rifugia Janet.
Questa timidezza irriducibile e la mancanza di comunicazione con gli altri, insieme alla solitudine, la porterà ad un tentativo di suicidio e in seguito alla diagnosi di schizofrenia, cioè di deperimento mentale irreversibile, che in un secondo momento verrà giudicata errata, ma che segnerà profondamente la sua vita, insieme agli 8 anni passati in un ospedale psichiatrico, ai 200 electroshock subiti, al terrore e all’abruttimento di quel periodo.
Quasi privata della sua sostanza umana, Janet continuerà a scrivere e questa sarà la sua salvezza, la residua fiducia nella sua profonda capacità di interagire con il reale tramite la scrittura. Il suo primo libro di racconti viene pubblicato, vince un premio, e la salva da un intervento di lobotomia, la “nuova”, inquietante cura per le malattie mentali.
Quando uscirà dall’ospedale dovrà ricominciare a costruirsi il suo diritto alla vita. Sarà un cammino duro ma sempre in salita. Janet scriverà, pubblicherà, viaggerà in Europa, farà esperienze di vita che le permetteranno infine di vincere la sua battaglia: trovare il coraggio di vivere e di restare aderente a sé stessa, al suo sentire, alla sua singolarità di essere umano e al suo desiderio. “Cosa potevo fare al mondo, per guodagnarmi da vivere restando me stessa, quale sapevo di essere?”, si chiede Janet Frame nella sua autobiografia.
Nell’ultima formidabile immagine del film lasciamo Janet Frame racchiusa dentro lo spazio rettangolare ritagliato dal finestrino della roulotte che la ospita vicino alla casa della sorella, mentre scrive, emozionata e felice di aver trovato la vera voce della natura: “ hush-hush-hush, l’erba, il vento, l’abete e il mare dicono: hush-hush-hush…”