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Distretto 13: le brigate della morte (Assault at Precinct 13)
di John Carpenter (Action-Thriller / Usa / 1976 / 91min)
con Darwin Joston, Laurie Zimmer, Martin West, Tony Burton, Charles Cyphers, Nancy Kyes, Peter Bruni, John J. Fox, Marc Ross, Alan Koss, Henry Brandon, Kim Richards, Frank Doubleday, Gilbert De la Pena



Oh, ed eccoci finalmente al filmone della settimana, culto ed ispirazione per un sacco di registi dell'ultimo ventennio (non ultimo Rodriguez in Dal Tramonto all'Alba, che trasferisce l'assedio nel deserto messicano). Ma anche Distretto 13 è a modo suo un remake, essendo dichiaratamente ispirato ad Un Dollaro d'Onore di Hawks (e a La Notte dei Morti Viventi di Romero). Più di tutto rappresenta un topos, un "luogo" del cinema moderno: da Alien a Zombi (cioè Romero che rifà Carpenter che rifaceva Romero: la mente vacilla) innumerevoli sono i film che vi si ispirano. Decisamente un'opera fondamentale per capire il cinema degli ultimi vent'anni. Non perdetevelo.
(Luca/Filmagenda/www.filmagenda.it/26.07.01/****)

Carpenter adora il western e lo trasporta nella periferia metropolitana. In Distretto 13; l'azione sale gradatamente e con una sapienza romeriana si giunge allo scontro epico tra reclusi (in quest'accezione lo sono tutti non solo Wilson) e una misteriosa gang tanto urbana quanto esoterica nei riti. In mezzo al caos c'è tempo per far nascere un amore "da pistoleri", demolendo la donna angelicata per lodarne la versione più dura ed emancipata. Che dire della musica? Non sarà un capolavoro, ma comunque è sobria e ci introduce perfettamente nel patos della storia. Un film, dal quale Carpenter non saprà più liberarsi (in parte eccetto Grosso Guaio a Chinatown) riproponendone gli schemi in opere future... da "1997: fuga da New York" all'ultimo "Fantasmi da Marte".
(philip frog/www.35mm.it/***)

La seconda opera di Carpenter, Distretto 13: Le Brigate della Morte, è una trasposizione moderna e urbana del film di Howard Hawks Un Dollaro D'Onore. Il regista non ha mai nascosto la sua ammirazione per il western, dichiarandosi ammiratore incondizionato dei pionieri americani Howard Hawks e John Ford, ed ha sempre cercato di adattare i suoi personaggi allo stile eroico e maledetto dei protagonisti caratteristici del genere. Il film si sofferma a lungo sulla redenzione del protagonista, un condannato a morte che rivela un'animo eroico e altruista, ma non trascura quella che diverrà una costante di tutto il cinema dell'autore: la critica sociale. Gli emarginati che si organizzano in gruppi per seminare morte e violenza sono i reietti dellla società consumistica, i respinti e gli ignorati, il loro attacco verso il distretto di polizia è una ribellione contro i valori del capitalismo, una sovversione violenta dello status quo. Senza assolvere o condannare i suoi personaggi, Carpenter si limita a mostrare le cose, quasi esprimendo un pessimistico monito senza avere peró la presunzione di suggerire soluzioni.
(Luigi De Angelis & Tempi Moderni/ www.fantahorror.com/****)

Anche se il modello di partenza è stato "Un dollaro d'onore" di Howard Hawks, lo stile al solito essenziale di Carpenter può essere ricondotto ad un altro autore di western, cioè Bud Boetticher, per come entrambi affrontano i plot con ritmo e senza perdersi in inutili chiacchiere, e per l'astrazione che impongono alle loro immagini. "Distretto 13" fa parte della prima parte della carriera di Carpenter, quando riusciva a sfornare un grande film dopo l'altro ("Halloween" e "La Cosa", per esempio) prima di perdersi in bassi budget e mancanza di idee forti. Questo film è un concentrato di tensione che esplode non appena finisce di riunire i vari personaggi nel distretto di polizia in cui dovranno subire l'assalto di criminali quasi tutti senza volto. E dietro al thriller non si nasconde tanto il western (rispetto ad "Un dollaro d'onore" manca qui il senso del riscatto incarnato dall'ubriacone Dean Martin o il vecchietto petulante) ma l'horror, cui criminali senza personalità e senza volontà (obbediscono ad un patto voodoo) fanno pensare in quanto somiglianti a tanti zombi. Grande colonna sonora composta dallo stesso regista, dialoghi essenziali, attori funzionali, buona fotografia: tutto contribuisce a fare di questo film un piccolo gioiello di tensione e di atmosfera sinistra.
(F.T.B. utenti.lycos.it/ilcriticafilm/***)

Assalto al mondo del cinema
Con la sua pellicola di esordio datata 1976 (il lungometraggio Dark Star è da considerarsi come l'ampliamento del saggio di fine corso della Scuola di Cinema) Carpenter viene immediatamente conosciuto e riconosciuto come uno dei nuovi nomi che si impongono nel panorama cinematografico internazionale. Tesissimo, ritmato, ironico, evocativo, angoscioso e violento (la crudele e secca uccisione della bambina in una scena che incontrerà grossi problemi con la censura americana è quantomai dura perché filmata con occhio impietoso), Distretto 13 offrirà al suo stesso autore, e non solo, un modello eccellente e ben collaudato di cinema che riesce a fondere insieme vari generi incorporandoli in uno schema semplice ma d'indubbia efficacia.
Un fatiscente distretto che sta per essere abbandonato deve resistere ad un ultimo assalto che durerà tutta una notte; un tenente e due giovani segretarie dovranno divenire eroi loro malgrado alleandosi con dei detenuti per resistere alla carica di una micidiale banda metropolitana da cui vengono assediati. Fuori la squallida e assolata periferia di Los Angeles popolata da uomini insensatamente violenti; un inferno dove anche fermarsi a mangiare un gelato può diventare un gesto mortale… Il tutto cadenzato da una musica tribale e metropolitana al tempo stesso, di cui è autore lo stesso regista.
"Non c'è azione che quando c'è pericolo. Vivere o morire è il nostro più grande dramma." (Howard Hawks)
Un assedio, dunque. Un assalto violento dal "di fuori" che tende a minare "un dentro" costretto a reagire in modo ancor più violento per difendersi. Un western metropolitano evidente e dichiarato che non trattiene Carpenter dal palesare un rapporto di continuità e di filiazione con un grande del passato: Howard Hawks. È il genere western, infatti, che si ritrova travestito in molti dei suoi film, dai primi fino a Vampires; un genere tanto amato ma che non è mai riuscito a concretizzarsi direttamente in un progetto filmico. Usando lo pseudonimo di John T. Chance per firmare il montaggio (nome del personaggio interpretato da John Wayne per il quale Carpenter aveva scritto la sceneggiatura di El Diablo, progetto poi non realizzato a causa della morte dell'attore), Carpenter fa del suo Distretto 13 una rivisitazione moderna di Un dollaro d'onore (Rio Bravo, 1959), esaltando il pericolo con la suggestione di un ritmo frenetico proprio come accadeva nell'originale di Hawks, il quale riusciva a dominare la macchina da presa forzandola in nuovi e audaci punti di vista. Ma anche le tematiche care al vecchio regista vengono riprese e ricontestualizzate da Carpenter: uno spaccato di vita duro ed esaltante, le dinamiche che si scatenano all'interno di un gruppo nei momenti di massima tensione e una particolare intesa virile.
"Mi sono identificato con il lato oscuro del male".
Carpenter racconta di essere cresciuto nella parte meridionale del paese denominata "Cintura della Bibbia" in cui i suoi famigliari, di inclinazione democratica e di ideali rivoluzionari, erano considerati da tutti outsider. Incredibili pregiudizi e un odio tipico delle terre di confine facevano sentire il giovane John assediato, attaccato dalla violenza degli altri, che lo obbligavano a cercare rifugio nel suo chalet famigliare.
Maturando questa esperienza infantile, l'assedio si configurerà come una tematica fondamentale nella sua poetica. In tutte le sue pellicole il Male che sopraggiunge dall'esterno assume il valore metaforico di un incubo insensato e angoscioso perché di origine sconosciuta, dove la visione del regista finisce per essere sempre un'analisi sul mistero dello sguardo e un'apertura sull'invisibile. Da La Cosa, dove il male è un'entità orribile che s'incarna e si impossessa del corpo umano, fino a Il signore del male, pellicola apocalittica e metafisica che suggerisce l'unicità di Dio e del diavolo, Carpenter fa del genere horror un portavoce dell'angoscia umana consapevole del grande valore catartico della paura; valore attinto dalla letteratura, altra sua grande passione giovanile. In particolare forte è il legame che lo unisce allo scrittore gotico H.P. Lovercraft che viene direttamente omaggiato nel bellissimo Il seme della follia. Fedele alla sua indipendenza di spirito anche quando lavora nella grande produzione hollywoodiana (1997: fuga da New York, Starman, Grosso guaio a Chinatown), Carpenter non ha mai smesso di prendere sul serio i generi del fantastico attraverso il suo pudore e la sua sensibilità morale; reinventando il cinema dell'orrore come genere moderno, come spazio di libertà, di riflessione, e soprattutto di sperimentazione.
(Giorgia Bernoni/www.zabriskiepoint.net/****)