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Fantasmi da Marte (Ghosts
of Mars)
di John Carpenter (Horror-Fantascienza/Usa/2001/100min) con Natasha Henstridge, Ice Cube, Jason Statham, Clea DuVall, Pam Grier, Joanna Cassidy, Richard Cetrone, Rosemary Forsyth, Liam Waite, Duane Davis, Lobo Sebastian, Rodney A. Grant, Peter Jason, Wanda De Jesus, Doug McGrath musica degli Anthrax http://www.spe.sony.com/movies/ghostsofmars
Il pianeta è rosso, solitario. La squadra speciale che va a
prendere nel carcere un criminale molto cattivo (Desolation Williams)
capirà presto che il pericolo non è il prigioniero, ma
"la cosa" che assedia l'avamposto sperduto. Lavorando in una
miniera, gli umani hanno svegliato qualcuno. Teso e cupo, il John Carpenter
di Ghosts of Mars (simile all'incompreso Pitch Black di David Twohy)
non si perde in ritratti psicologici e spiegazioni. Qui contano la situazione,
la corsa contro i mostri. Fra esplosioni e duelli l'effetto speciale
più importante rimane la mente del regista. Sono cresciuto a pane e Carpenter, ha dichiarato il rapper attore Ice
Cube. Bene, anche noi. E ora che il maestro ha deciso di tornare, dopo
Vampires del '98, noi siamo qui in sala a osservare le sue nuove mosse,
a osannarlo se necessario. Il film di Carpenter è un film spiazzante. Un film doppio. Aperto
sia al suo interno, nei riguardi dei personaggi e della narrazione,
che verso l'esterno, nei riguardi delle possibili interpretazioni, ad
una duplice lettura. Da dove si parte, per raccontare un ennesimo film di Carpenter? dai
suoi molti film, dallo zoccolo duro dei suoi fans, dagli scenari che
l'artigiano John ha costruito in questi decenni di cinema? Forse, dal
divertimento. Dall'immersione in un mondo western dove la macchina da
presa è sempre ad altezza-colt, anche se siamo nel 2100 o giù
di lì. Non sono un'ultrà carpenteriana, e non ho visto
e rivisto tutti i suoi film: ma le pellicole di questo anzianotto ragazzo
casual hanno come quid un aspetto da bmovie fatto per avvincere ed intrattenere,
ché quasi ti aspetti di uscire di casa e andare al drive-in a
vederteli, anche se qua drive-in non ne esistono. Così, sarà
per l'aria da serie B, per i bassi budget che impiega, per gli scarsi
e creativi effetti speciali, che alcuni amano moltissimo l'universo-Carpenter
ed altri lo reputano una perpetua bufala. Dicevamo, nel 2100equalcosa
la terra è sovrappopolata e così molti umani vivono su
Marte. Una squadra di poliziotti terrestri capitanata da Pam Grier (caro
John... nel 2100equalcosa vige il matriarcato e a governare e decidere
saranno le donne) deve raggiungere un avamposto marziano per prelevare
un pericolosissimo prigioniero, 'Desolation' Williams. Ma il film prende
avvio dal ritrovamento dentro un treno blindato di una sola superstite
della squadra, il tenente Melanie Ballard, che si risveglia dopo aver
perduto i sensi e con ricordi orribili. Si dipana così il racconto,
dove si parla di creature marziane che si sono impossessate di corpi
degli umani, distruggendo quelli che vedono come invasori. Il film è
il lungo narrare della paurosa avventura... Certo la piacevolezza non
sta nella trama, né negli effetti visivi, e nemmeno negli attori
(che pure, con qualche eccezione, se la cavano): niente di speciale,
su tutti e tre i fronti. La piacevolezza sta nel tocco, sta nel trasformare
il solito western d'assedio in un film di fantascienza, con invasori
tremendi e i nostri eroi che s'intrappolano claustrofobicamente in spazi
sempre più angusti, ritirandosi, divenendo via via più
sparuti e con l'angoscia incombente del nemico-virus che si può
infiltrare ovunque... Niente di nuovo, insomma. Né in generale
né per Carpenter: un bene, un male? Certo ne gioiranno gli ammiratori
del regista, perché Fantasmi da Marte è una summa dell'universo
carpenteriano, una sorta di riuscito patchwork dei successi che furono...
Ci sono, però, i flashback continui, gli scarti temporali, il
divertente inserto di tendine anni '50; c'è ancora Utopia, c'è
la presenza altera e guerreggiante della rediviva Grier, simbolo della
blackploitation che Tarantino ha rispolverato e che pare sempre più
giovane film dopo film... c'è un capo-marziano che è un
mix perfetto tra Marylin Manson e Alice Cooper, che guida una tribù
quasi pellerossa, che si appiccica al volto la pelle tolta dalle facce
di chi ha ucciso, ed emette suoni tremendi che sono (si presume) urla
belluine inneggianti alla guerra e alla vendetta. C'è il treno,
sì, come nei veri western, un treno lucido che corre verso la
salvezza... ma i nostri eroi (sempre meno numerosi a mano a mano che
il film ansima verso la fine, e la squadra di milizia finisce per diventare
un agglomerato di criminalità sbruffona ma onesta e di legalità
tossica...) decideranno di tornare indietro per salvare la terra. Melanie
e 'Desolation' non concludono la loro battaglia. 'Desolation Williams'
è il rapper Ice Cube (Boy'z n the Hood), lui sì carpenteriano
di ferro; di ferro è anche la sua recitazione, probabilmente
di acciaio i suoi muscoli gonfi, tuttavia Ice fa quel che il regista
vuole da lui, ed è funzionale la catatonicità del volto
che ci ricorda, una volta di più, i cowboys di Hawks. Il tenente
Ballard è Natascha Henstridge (che bella che è), tosta
e sexy (a proposito, un occhio ai costumi... sembra pelle nera ma è
bluastra, per dare maggior riflesso e sembrare incollata al corpo),
al posto della provinata Courtney Love che pareva certa nel cast. Poi
c'è la onnipresente Clea Duvall che fa la recluta un po' imbranata
e un po' terribile, c'è Joanna Cassidy (miliardi di anni prima-dopo
Blade Runner), una sgualcita scienziata che si unisce al manipolo di
combattenti per fuggire da Marte (o da New York, fa lo stesso). Storie
di marziani, di fantasmi, di Bene e di Male, di lotta all'ultimo sangue,
di coraggio e di ironie... il western miscelato alle nuove culture metropolitane;
il piercing, il corpo trafitto, i segni, la musica heavy (degli Hantrax
e dello stesso Carpenter), inserti digitali, possessioni malefiche.
Ora: se non amate Carpenter, non scegliete questo film. Se (strano ma
vero) non avete mai visto, nemmeno in tv, un suo film, andate e incrociate
le dita, potrebbe piacervi assai; se siete degli appassionati o giù
di lì, correte e qualcosa di buono ne uscirà. "Non
posso accettare qualcuno che m'impone qualcosa", dice Carpenter,
"gli studios, che dagli anni '80 hanno trasformato il cinema da
un divertimento a volte istruttivo in operazioni finanziate da Wall
Street, non accettano la mia libertà e i miei incassi -discreti,
non planetari".Fanno male: perché a far cinema Carpenter
si diverte, e già questo è un buon risultato. E senza
volare alto, con la solita macchina da presa ad altezza di colt, con
sceriffe del 2170 e indiani tatuati che scotennano a ritmi metal, diverte
ed intrattiene anche noi. Mica poco... "Ghosts Of Mars" è un film di John Carpenter per eccellenza.
Senza giri di parole, senza mezzi termini. E rappresenta il trionfo
del cinema indipendente: quello dal budget ridottissimo, quello che
unanimemente viene definito con una sigla da serie cadetta (B-movie)
e che al contempo stupisce per la straordinaria efficacia dei suoi intenti
e per il conseguimento del suo obiettivo primario, l'intrattenimento.
Siamo su Marte in un futuro prossimo venturo ed è iniziato il
processo di colonizzazione del "pianeta rosso". Un gruppo
di poliziotti si sta recando verso una colonia-carcere per prelevare
un pericoloso criminale (detto "Devastazione" Williamson).
Al loro arrivo sul posto non trovano anima viva e dopo una breve ricerca
scoprono che molti degli abitanti del luogo sono morti decapitati ed
appesi come quarti di bue al soffitto. Inizialmente tutti i sospetti
della strage ricadono su "Devastazione" ma ben presto verrà
alla luce un'altra, e ben più terrificante, realtà. Difatti
una forza primigenea (che un tempo aveva vissuto e dominato su Marte)
ha contagiato la maggior parte degli abitanti del posto e li ha resi
feroci e mortalmente aggressivi. Cosi' i poliziotti si troveranno asserragliati
dai mostruosi invasati ed ingaggeranno con essi una spietata battaglia.
Il nuovo film di Carpenter è un "signor" b-movie carico
d'azione e di atmosfere apocalittiche. E' una sorta di western-horror-fantascientifico
che riprende il discorso aperto con il precedente "Vampires"
e ne estremizza la velocità e la violenza. Ci sono decapitazioni
e mutilazioni in quantità realizzate con gli ottimi effetti del
trio Nicotero, Berger, Kurtzman e delle scenografie veramente da brivido.
Carpenter dirige con mano solida e si diverte a riempire il film di
citazioni a non finire; si va da "Non aprite quella porta"
(uno degli invasati strappa la faccia ad un disgraziato e poi se la
applica al volto) a "Nightmare" (un altro dei folli ha una
mano artigliata che fa il verso a Freddy ehehe) passando per "Hellraiser"
( i pazzi si infilano nelle carni catene, lame e ferraglia varia). Interessante
anche l'idea di rendere gli invasati simili ad una tribù d'indiani
ed ovvio il reazionario riferimento agli antichi indigeni d'America
sterminati dai bianchi e bramosi di riprendersi la loro terra (in questo
caso Marte). I personaggi del film sono sopra le righe ( in stile "Distretto
13" oppure "Fuga da New York") e caratterizzati da una
rozzezza marcata esageratamente, vedi ad esempio la poliziotta drogata
( interpretata dalla formosa Natasha Henstridge). Infine eccellenti,
come sempre, le musiche del film composte dallo stesso Carpenter che
riesce a creare ritmi ossessivi e martellanti. Ovviamente non ci troviamo
di fronte ad un capolavoro ai livelli di altri lavoro del regista americano,
ma di certo questo "Fantasmi da Marte" è un ottimo
prodotto carico di tensione che vi strapperà più di un
brivido. Il Maestro John Carpenter sposta la frontiera del West su Marte… La rabbia dei (non morti) Due anni fa, come tanti altri umani provenienti dai quattro punti cardinali
della nazione, mi feci tre ore di coda per assistere all'incontro-intervista
con John Carpenter, presentato al Torino Film Festival da Dario Argento.
Di solito non mi sottopongo all'ambascia delle code, in quanto pigro,
impaziente e vagamente snob. Non vado mai in banca né in posta
e, per colpa di una coda chilometrica, non m'iscrissi al DAMS di Bologna
negli anni Settanta, nonostante le ore di viaggio in mezzo a una nebbia
lattiginosa e stressante. Per vedere e sentire Carpenter non ebbi dubbi.
Chi vi scrive è, infatti, carpenteriano sfegatato, disponibile
ad accollarsi di buon grado anche le perle meno riuscite del nostro.
C'è poco da dire, si tratta di un normale caso di amore a prima
vista. Parigi, maggio del '79, al Grand Rex, con altri duemila spettatori
schiamazzanti scoprii Halloween e restai ipnotizzato da quell'idea di
cinema, al contempo così semplice (umile) e nondimeno complessa
(l'unità di tempo e luogo, l'invincibilità del Male, il
crogiolo dei generi, la musica e tutte le altre cose sulle quali, ormai,
sono state scritte migliaia di pagine). Tornato in Italia, diedi fiato
alle trombe e tentai di divulgare il verbo, arricchendo l'ultimo numero
della rivista Robot (quello con l'androide morente tra la spazzatura
galattica in copertina, un capolavoro di Festino) con un pezzo sul film,
spingendomi a definire Carpenter "uno degli autori-chiave del cinema
a venire". Era il '79, ripeto, Carpenter non se lo filava ancora
nessuno e il mio pezzo sulla curtoniana rivista che stava chiudendo
fu uno dei primi in assoluto ad uscire in Italia sul nostro ed il grandioso
catalogo di Roberto Turigliatto e Giulia D'Agnolo Vallan, uscito al
Torino Film Festival nel '99, me ne rende merito. Ma non sto qui a rivendicare,
bensì a rimpiangere, se non si è capito. Perché
oggi, a cinquantun anni, mi ritrovo a bearmi, come tanti altri umani,
ancora dello stesso film e di quella stessa idea di cinema, scoperta
nel '79, che non cessa di affascinarmi. Carpenter, infatti, può
deviare di tanto lungo il suo cammino creativo (e chi non lo fa poi?),
ma alla fine c'è sempre il solito, piccolo o grande, manipolo
di creature assediate dal Male che dilaga all'esterno. L'Esterno contro
l'Interno. Quando a Torino qualcuno tra il pubblico ha chiesto al nostro
se "crede" veramente alle paure che mette in mostra, lui -
deludendo non pochi - si è fatto una grassa risata e ha risposto
di no. Fantasmi, UFO, mostri sono tutte balle, rese vere soltanto dal
cinema. Ma, pochi secondi dopo, ha rievocato la sua infanzia in una
piccola cittadina nel Kentucky, Bowling Green, quando di sera ci si
chiudeva tutti in casa e per strada non passava più nessuno.
Lui, il piccolo John, guardava fuori e non vedeva nulla, ma era colpito
dalla paura tangibile degli adulti che guardavano fuori anche loro e
riuscivano, purtroppo per loro, a "vedere qualcosa"….Bowling
Green un po' come Santa Mira. L'Esterno contro l'Interno. Quest'ultimo
è sempre quello e lo "spazio esterno" è di volta
in volta Haddonfield, Los Angeles, l'Alaska e il New Mexico. Oggi è
Marte, ma il film è lo stesso di oltre vent'anni fa e funziona
ancora a meraviglia. Naturalmente con il valore aggiunto della memoria-schermo
alla Lacan nata da una filmografia quasi esemplare, di cui l'autore
s'ingozza senza problemi. La desolazione cosmica del pianeta Marte il
cui vermiglio rimanda per analogia al plumbeo nitore de La Cosa; la
nebbia rossastra che avanza e conquista come la Nebbia per antonomasia
di The Fog; i mostri che, come sempre deviano, dall'impostazione "classica"
del Mostro, proprio come Michael Myers (corpi posseduti, zombies, un
po' vampiri, fantasmi…); Desolazione Williams che è un
po' Jena, Jack Crow, Mac Ready, ma soprattutto il Napoleone Wilson di
Distretto 13; il capo dei mostri che ripropone la faccia di Valek (Vampires),
arricchita da un look alla Marilyn Manson; l'idea del Male come follia
dilagante e contagiosa… Che faccio, vi racconto il film? Ma no,
lo stiamo vedendo dal 1979. Piuttosto, riproponiamo una convinzione.
Oltre che il mestiere, le idee ed il touch, Carpenter ha una marcia
in più rispetto ai tanti registi-decalcomania che starnazzano
a Hollywood. Ha un segreto, al momento indicibile, profondamente radicato
nella sua infanzia e negli anni della formazione. Si ha un bel dire
"non credo nei mostri", ma, raramente, nella storia del cinema,
una filmografia si è tanto sviluppata nei termini di una vera
e propria ossessione personale. Prima o poi lo svelerà. E, nel
gioco d'anticipo reclamato dalla società dello spettacolo, l'uomo
non ne ha fatto mistero: Siamo su Marte, in un possibile futuro: la poliziotta Melanie Ballard
(Henstridge) insieme alla sua squadra viene inviata presso un penitenziario
del pianeta rosso per prelevare il pericoloso malvivente "Desolazione"
Williams (Ice Cube) lì detenuto da alcuni giorni. Ma una volta
arrivati i nostri avranno una bella sorpresa. C'era una volta un ottimo
regista di nome John Carpenter, autore di film meravigliosi come "La
Cosa", "1997, Fuga da New-York", "Halloween",
"Grosso guaio a Chinatown", ecc., che sono diventati giustamente
delle pietre miliari della storia del cinema mondiale. Questo geniale
film maker (che tra l'altro a volte realizzava anche la colonna sonora
e la sceneggiatura dei suoi film), non solo riusciva a regalarci delle
storie sensazionali, ma soprattutto riusciva a donarci delle opere molto
originali dal punto di vista narrativo. I lettori più attenti,
avranno giustamente notato che chi scrive ha usato l'imperfetto, un
verbo che di solito si usa per indicare cose o persone passate e che
quindi sono state: ebbene sono poco lieto di annunciarvi che anche se
Mr. Carpenter è ancora vivo biologicamente (per fortuna), con
questo "Fantasmi da Marte" dimostra invece di essere bello
che defunto dal punto di vista registico-narrativo. Mi spiego meglio:
questo "film", per chi scrive, è stato una delle più
grandi delusioni del 2001. Carpenter non ha fatto altro che realizzare
un prodotto più che mediocre, scarsamente coinvolgente e con
una sceneggiatura (in parte firmata anche da lui), che si rifà
non poco e con poca originalità, ad altri film suoi e di altri
registi. Ecco gli ingredienti della ricetta: 1. Prendete un po' della
saga di "Alien" (l'eroina dura e cattiva sola contro gli alieni),
2. Aggiungeteci un po' di "La Cosa" e "Zombi" (i
marziani che si impossessano dei corpi umani e il manipolo di eroi che
è isolato e costretto ad affrontare i mostri extraterrestri),
3. Aggiungeteci ancora un po' di "Pitch Black" (il galeotto
di colore dalla personalità ambigua [interpretato qui da Ice
Cube, un tizio che sembra più che altro "Arnold" dell'omonima
sit-com americana da grande e che nemmeno dopo tre milioni di plastiche
e sedute di palestra potrebbe sperare di ottenere il carisma di Vin
Diesel, il protagonista del film suddetto] ), 4. Condite il tutto con
un po' di "Distretto 13: le brigate della morte" (gli eroi
chiusi nel penitenziario-fortino assaliti dai marziani inferociti),
e avrete bello e pronto l'insipido piatto chiamato "Fantasmi da
Marte".Questo non ce lo aspettavamo da te John, come proprio non
ci aspettavamo certe superficialità e cadute di tono, cose delle
quali non ci avevi mai abituato sino ad adesso e che invece il film
presenta copiosamente: perché, come giustamente qualcuno ha notato,
non hai approfondito di più il concetto di società matriarcale
presente nell'ipotetico futuro da te raccontato nel film? Perchè
hai creato degli alieni che non spaventerebbero nemmeno mia nonna, vestiti
tutti come dei fans della musica Heavy-Metal ( da manuale del cinema
scult è il capo dei Marziani, una specie di versione palestrata
di Marilyn Manson che per tutto il film non fa altro che mulinare una
clava e digrignare i denti, per poi prendere sempre un sacco di botte
ogni volta che ingaggia un combattimento corpo a corpo con il buono
di turno)? Perchè hai filmato/montato le scene d'azione in quella
maniera così confusa, piatta e banale e perché mai hai
infilato in bocca a quel pesce lesso di Ice Cube quelle insulse battute
("Andiamo a spaccare il culo a quei bastardi!" o una cosa
del genere) nella scena finale, che sanno tanto di film pseudo-rambistico
anni '80? Insomma, perché non sei più John Carpenter?
Chi scrive si stupisce che certi critici abbiano espressi giudizi positivi
su questo lungometraggio, ma quasi sicuramente quei critici sono gli
stessi che hanno avuto il coraggio di dire che "Merry Christmas"
segna la rinascita della Commedia italiana: roba da denuncia! Da parte
mia, dopo aver visto "Fantasmi da Marte", c'è solo
il desiderio di andare da Mr. John, bussargli sulla capocchia e chiedergli:
"Hello Carpenter, c'è qualcuno in casa?" ("Ritorno
al futuro" docet). Marte, 2176. Il tenente Melanie Ballard (Natasha Hentsridge) ha il
compito di consegnare alla giustizia il criminale James "Desolation"
Williams (Ice Cube). Quando pero' arriva a Shining Canyons, la base
e' totalmente deserta, e strani esseri si aggirano nei dintorni. Delle
persone arrivano in una base e la trovano deserta. Strane creature si
aggirano nei dintorni. Questo plot e' forse uno dei piu' abusati dal
cinema di fantascienza-horror, a partire da "Alien" fino al
recentissimo "Pitch Black". Ma John Carpenter colpisce ancora
una volta nel segno, reinventando il tutto nel segno del western-heavy
metal, e con un'enorme dose di ironia. Difficile non notare nelle "creature"
che si aggirano nella base, abbigliate in una via di mezzo tra Marilyn
Manson e Alice Cooper, la parodia dei metallari (anche perche', nel
caso avessimo dei dubbi, la colonna sonora heavy metal composta da Carpenter
stesso provvede presto a fugarli), e non accorgersi che, guarda caso,
contro di loro lotta il rapper Ice Cube. E difficile anche non divertirsi
quando Carpenter fornisce come unico rimedio all'invasione quello di
assumere droghe (non svelo niente di importante, non temete...). Per
100 minuti l'adrenalina sale, e il regista americano dimostra di essere
uno dei pochi a riuscire a realizzare un film senza punti morti, in
un momento in cui la verbosita' e' diventata un vanta e molte delle
pellicole in circolazione abbisognerebbero di consistenti tagli. Gli ingredienti del più classico dei film Carpenteriani ci sono
tutti: la frontiera, una società oppressiva, l'iper-violenza,
l'eroe anarchico e sbruffone, nonchè la programmatica povertà
di mezzi ed effetti speciali, tutti rigorosamente artigianali. Niente
di nuovo sotto il sole, dunque, nemmeno rispetto alla sua ultima fatica,
VAMPIRES, con il quale questo mostra più di una somiglianza:
la trama, in effetti, non brilla certo per grande originalità,
essendo anzi ridotta all'essenziale per fungere da canovaccio allo svolgimento
della storia, e i numerosi buchi narrativi stanno a dimostrarlo. Ma
la classe non è acqua, e basta la grande capacità del
regista per trasformare un anonimo film d'azione in un piccolo gioiello.
Fatti salvi alcuni scivoloni di sceneggiatura (alcuni scambi di battute
al limite del ridicolo e leggerezze narrative come l'assalto al reattore
atomico), il film procede come una macchina perfettamente oliata riuscendo
in pieno nel proprio scopo di offrire un'ora e mezza (alla faccia dei
lunghissimi film moderni) di divertimento: a Carpenter non interessano
i messaggi o le interpretazioni sociologiche (per quanto sia del tutto
riconoscibile la filosofia dell'autore), ma solo il gusto della narrazione
più classica, senza voli pindarici od inutili virtuosismi. Qui
siamo dalle parti di DISTRETTO 13, di THE FOG, con un gruppo di persone
alquanto eterogeneo che si trova assediato in un luogo ostile e tagliato
fuori dall'esterno, con i cattivi-cattivi dalle apparenze inquietanti
nella regola che li vuole deformi (e la somiglianza del capo dei "fantasmi"
con Marylin Manson pare sia del tutto casuale), ed i buoni costretti
nel proprio ruolo dalle circostanze più che da un reale senso
di giustizia, fatta salva la consueta vena anarchica che non fa mai
male. Persino nel finale aperto (ma senza desideri di sequel, questo
è certo) si nota la mano del regista, cui non interessano le
motivazioni, non importa spiegare i perchè ed i percome della
vicenda, che viene lasciata volutamente priva di molte risposte: contano
i personaggi, la narrazione, la tensione. E sebbene la sceneggiatura,
come già detto, non sia certo straordinaria, è perfettamente
funzionale allo stile di Carpenter che si permette una "lussuosa"
narrazione per flashback, pericolosa ma efficace, ed alcuni stacchi
di montaggio retrò davvero efficaci. Film programmaticamente
"vecchio", che sicuramente non piacerà ai più
come non è piaciuto negli States, ormai assuefatti a pellicole
ipertrofiche e confusonarie che ben poco hanno a che fare con la narrazione
pura: ci sono voluti quattro anni perchè il Maestro tornasse
dietro la macchina da presa, ma con risultati così può
prendersi tutte le pause che vuole... "E' ora di restare vivi", dice Ice Cube nell'ultimo film
di Carpenter, è sarà perché l'ho visto il 10 settembre
2001 questa frase assume un significato profondo, quasi profetico. Gli
spiriti di Marte, liberati per caso, attaccano l'uomo che ha invaso
il pianeta. Tra soggettive, accelerazioni e flashback Carpenter mette
in piedi un fantastico horror tamarro, ricco di humour nero sia esplicito
sia metaforico. Carpenter si diverte a mostrare la rabbia nella sua
veste più primitiva, creando dei cattivi - nel giusto - che sono
un bell'incrocio tra Marylin Manson, gli Hell's Angels e le scimmie
di 2001 Odissea nello spazio. Viene spontaneo però leggere questo
film in una prospettiva più seria, e cioé una violenta
rappresentazione di quello che succederà all'Occidente quando
il "terzo mondo" prenderà coscienza della sua forza,
bruta e non. Natasha convince e fa sbavare gli uomini, inedita Barbie
dal pugno di ferro; più macchiettistica Pam Grier, che comunque
fa sempre piacere vedere su uno schermo. Gli uomini, come è giusto
che sia vista la premessa del film, sono inutili comparse, anche Ice
Cube, simpaticamente a disagio. Su Marte una spedizione di poliziotti deve scortare il pericoloso delinquente
"Desolazione" Williams da una prigione a un'altra: ma buoni
e cattivi si alleano ben presto quando scoprono che gli spiriti delle
antiche popolazioni marziane stanno impossessandosi della gente per
tornare a governare sul pianeta rosso. Struttura a incastri e flashback
da noir d'altri tempi, situazioni e temi da archetipo western (ricorrenti
in Carpenter, il cui film del cuore è Un dollaro d'onore: l'assedio,
l'onore, l'eroismo, la lealtà, l'amicizia), armamentario heavy
metal (il capo dei posseduti assomiglia incredibilmente alla rock star
Marilyn Manson): Carpenter non ha mai sfoderato tanta energia (potente
la colonna sonora da lui stesso curata, puntuale e incalzante) e ironia
(da antologia la scena - comica - del negro "fatto" che si
mozza un dito per aprire una bomboletta, analoga a quella del commissario
che taglia i sigari e non solo in Uno sparo nel buio), ed anche se il
suo cinema non è mai originale (questo è la somma di Atto
di forza, Il tocco del male e del suo La cosa, ed anche la scelta del
pianeta è dettata dalla moda degli ultimi anni) o perfetto (verso
la fine è lapalissiano che il regista non sapesse come farlo
finire, e allora inventa una scusa per far ritornare indietro a combattere
ancora quelli che si erano salvati), in questo caso firma una delle
sue opere migliori, con un finale finalmente intelligente e all'altezza
della situazione. In TV - senza Dolby Stereo né CinemaScope -
perde sicuramente molto del suo fascino e della sua vigoria. Jason Statham,
che interpreta il tenente Jericho, è un quasi-sosia di Bruce
Willis perfino nei modi di fare. Conosciuto anche con il meno autoriale
titolo Fantasmi da Marte. Si è molto discusso sugli (evidenti?) debiti di Carpenter nei
riguardi del genere western e, più specificatamente, nei confronti
di Rio Bravo, Un dollaro d'onore o Quel treno per Yuma, ma riteniamo
la questione accademica e priva di interesse. Certo, gran parte della
sua ultima pellicola echeggia Assault on Precint 13 che, a sua volta,
era una sorta di remake impasto delle opere citate, ma i toni e il concetto
centrale del film sembrano molto distanti dall'archetipo western. Regista
più di ogni altro a corrente alternata e, proprio per questo,
ancora più lucidamente anarchico, Carpenter riesce finalmente
ad uscire da un lungo tunnel buio durato tre film con una produzione
di forte impatto visivo e dalle evidenti letture sociopolitiche. I fantasmi
di Marte possono rappresentare una parafrasi dei pellirossa sterminati
dagli americani, o di qualsiasi popolazione indigena estintasi a contatto
con la civiltà, ed è altresì degno di attenzione,
sebbene non approfondito, il tema della società matriarcale e
dei rapporti fra i sessi in una tale struttura. Carpenter osa alcune
finezze tecniche, come raramente gli è capitato di fare negli
ultimi anni, e certe dissolvenze a tenda, l'uso ripetuto dei flashback,
alcune sperimentazioni con il digitale rendono ancora più interessante
la pellicola. Nonostante qualche concessione alle nuove tecnologie il
nostro continua a perseguire la strada dell'artigianato, intrappola
Marte in una visione realista al limite dello squallore, scevra di raggi
laser ed astronavi scintillanti, densa invece di polvere, deserti e
stazioni ferroviarie abbandonate. Tutti presi dai paragoni con Howard
Hawks i critici nostrani sembrano quasi dimenticare la lezione che emerge:
Carpenter, nonostante le sue dichiarazioni e probabilmente contro il
suo stesso volere, è un regista di horror movie e i momenti più
intensi sono quelli che ricadono dentro questo genere. Le stanze con
i corpi massacrati e le strane sculture che pendono dal soffitto, l'altopiano
con le teste impalate e le scarnificazioni sui volti degli indemoniati,
l'assedio dei marziani con il loro ferocissimo leader… Siamo dalle
parti dei film di Romero, forse con maggior passione e minore parafrasi
sociologica, e quella nebbia rossa che pervade e contamina gli esseri
umani non può far altro che ricordare altri tipi di gas ed emanazioni
che rendono zombie gli sventurati personaggi de La notte dei morti viventi,
così come analoghi sono gli assedi dei mostri e la disperata
lotta degli umani. Paradossalmente, sono proprio le scene più
facilmente riconducibili al western che sembrano perdere efficacia:
le sparatorie e gli scontri sono condotti con mano incerta e impacciata,
con orde di creature che aspettano pazientemente di battersi in fila
indiana contro gli eroi e le frasi messe in bocca ai personaggi suonano
false e di maniera. Carpenter , grande ammiratore del cinema di Hong
Kong in tempi non sospetti, sembra non rendersi conto che l'apporto
di registi quali Woo, Tarantino, Wachowski bros. o Raimi ha dettato
nuovi ed imprescindibili canoni cinetici per scene di questo tipo, non
tanto per le posizioni della telecamera o i modi di ripresa quanto piuttosto
nella dirigere gli attori, meglio ancora i loro corpi. Inevitabilmente
superato (anzi, cocciutamente sordo e cieco al cinema-videogame, del
quale non si vogliono mai recepire i lati positivi), il regista di The
Thing propone inquadrature poco incisive, lasciando gli attori ad improvvisare
con risultati legnosi e statici. In generale risulta inefficace la recitazione
dell'intero cast, senza voler far torto a nessuno in particolare, sebbene
sia davvero inspiegabile la scelta della Henstridge (un cedimento dell'autarchico
Carpenter verso la lectio delle major che prescrivono almeno una bonazza
per film?) e totalmente fuori ruolo il buon Ice Cube, che vorrebbe probabilmente
ripescare la figura del cow boy cupo, rassegnato, ma uomo (ed umano)
fino in fondo. Ice Cube non riesce ad incarnare questo stereotipo, limitandosi
a far vagare il suo grasso corpicino in giro per il set, con una perenne
espressione da cane bastonato. Eppure, nonostante i dialoghi da fotoromanzo
e la narrazione eccessivamente confusa, Ghost of Mars rimane un'opera
buona, una delle migliori prove di Carpenter, ricca di visioni suggestive
proprio per la loro natura cruda ed artigianale, equilibrata fra le
evidenti suggestioni steampunk (i treni, i quadri di comando ed i macchinari
in genere…) con un insolito sottinteso sessuale garantito dalla
presenza di un gruppo assortito di maschi e femmine in tenuta di pelle
e cuoio simil sado-maso. Il digitale viene usato dal regista per cercare
di rendere una sensazione di straniamento (quando gli spiriti marziani
guardano noi) e bisogna ammettere che l'esperimento è ottimamente
riuscito. Finale, come spesso accade per questo autore fuori dalle pastoie
hollywoodiane, apocalittico ed ironico nello stesso tempo e con una
morale di fondo assai interessante: in tempi duri e difficili, una delle
vie migliori per sopravvivere all'omologazione (l'invasamento da parte
degli alieni) sembra essere l'assunzione di un qualche tipo di sostanza
stupefacente (le pasticche che inghiotte Ballard), fatto che può
essere inteso nel suo senso più diretto o metaforizzato (droga
= cinema), fate voi. Recentemente, nella storia della celluloide, un
altro personaggio ha dovuto inghiottire una pillola (e poteva scegliere,
se rossa o blu) per vincere le pastoie di una realtà virtuale
che lo vincolava ed imprigionava… Sarà un caso? Non ce ne vogliano gli agguerriti fans del maestro del fanta-horror
John Carpenter; chi vi scrive quando era giovane era considerato dai
suoi amici una specie di ultrà del geniale regista, al punto
da contare i giorni, le ore, i minuti e persino i secondi che mancavano
all'uscita del suo nuovo film. Ora che giovane non lo è più,
guarda con divertito stupore a questa sorta di cerimonia autocelebrativa
che è Fantasmi da Marte. Sembra quasi che per Carpenter il tempo
non sia mai passato; fa sempre lo stesso film con le stesse tematiche;
le oscure forze del male che si impossessano degli esseri umani come
nella Cosa o nel Signore del male; posseduti che si trasformano in feroci
e mostruosi guerrieri barbari, vestiti in stile dark e punk che lanciano
grida mostruose in un linguaggio incomprensibile. Unica concessione
alla moda di oggi è il piercing, di cui fanno largo uso i dannati.
E poi la droga che circola liberamennte sia tra le forze di polizia
che tra i delinquenti; il solito prigioniero che come in 1997 fuga da
New York, finisce per passare dalla parte della legge; la solita strage
in carcere che ricorda troppo da vicino quella di Distretto 13 e la
musica composta dallo stesso regista senza alcun risparmio di decibel.
Il cinema, nel corso degli anni, è cambiato anche se poco in
bene e molto in male ma Carpenter sembra quasi non essersene accorto
e tira avanti per la sua strada, rispolverando il western di un tempo
e contaminandolo con la fantascienza. Il risultato è un filmettino
da serie B, da zona retrocessione che se fosse stato girato da un Deodato
qualsiasi non sarebbe nemmeno stato distribuito nel normale circuito
cinematografico. Carpenter tenta la stessa operazione fatta da Dario
Argento con Non ho sonno; lì il regista romano si autocelebrava
come maestro del giallo all'italiana, in Fantasmi da Marte è
Carpenter che si atteggia a vate del fanta horror. Risultato è
che entrambi, guardandosi troppo in un metaforico specchio filmico e
piacendosi troppo, scivolano nel ridicolo, mostrandosi più che
altro maestri dell'immutabilità. Nella scena in cui i superstiti bloccano una porta con una tanica di
liquido infiammabile e poi ci sparano facendola esplodere addosso al
cattivo di turno si può notare come la stessa rimanga integra
nonostante l'esplosione dovuta a un proiettile contro di essa. Notato
da Mirco Pierfederici. |
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