back  fantasmi da Marte 
  inizio
Fantasmi da Marte (Ghosts of Mars)
di John Carpenter (Horror-Fantascienza/Usa/2001/100min)
con Natasha Henstridge, Ice Cube, Jason Statham, Clea DuVall, Pam Grier, Joanna Cassidy, Richard Cetrone, Rosemary Forsyth, Liam Waite, Duane Davis, Lobo Sebastian, Rodney A. Grant, Peter Jason, Wanda De Jesus, Doug McGrath
musica degli Anthrax

http://www.spe.sony.com/movies/ghostsofmars



I "Fantasmi da Marte" sembrano Comanches. Oppure gli africani di "Zulu" (il film di Cy Endfield), col piercinq dappertutto. Allacciatevi le cinture perché il film di John Carpenter vola alla velocità della luce. I guerrieri del pianeta silenzioso sono Melanie (Natasha Henstridge), una donna poliziotto; la sua esigua truppa, destinata allo sterminio, e un fuorilegge di nome Williams (call him Desolation!). Un patto di reciproca alleanza, l'assedio in un fortino, una battaglia all'ultimo sangue contro una nemica civiltà e il dollaro d'onore della ricompensa. Le regole del western sono rispettate, il verbo di Howard Hawks pure: Natasha Henstridge e Ice Cube sanno che il loro sporco lavoro è un impegno morale, prima di tutto con se stessi. Ma questa volta Carpenter guarda alla classicità con sguardo obliquo, perché irrompe il digitale (l"'occhio" dei marziani) e perché la linearità del racconto è fatta a pezzi dai flashback, dalla polifonia delle voci che riecheggiano gli eventi in modo diverso. Chi ci dice che non sia tutto l'incubo di una civiltà che non sa sopravvivere se non "mutandosi", di film in film, in una tirannia diversa (qui matriarcale, in "Fuga da Los Angeles" teocratica)? O un sogno lisergico di Natasha, strafatta di pasticche? Il tema della droga, della tossicodipendenza della protagonista, non è così secondario come sembra. Attraverso l'alterazione chimica, lei riesce a cacciare il Male che l'ha invasa. Spunto per una riflessione drammatica (anche se Carpenter a Venezia ha ironizzato su quelle pasticche) sul tema della trasfigurazione. Molto New Horror, molto anni '80: l'anima e la psiche - non solo il "corpo" ("La cosa"), non solo sguardo ("Essi vivono") mutano in "altro da sé" per evidenziare la manipolazione. In "Fantasmi da Marte" si respirano la passione personaggi laconici, tratteggiati bruscamente, affascinanti al di là degli stereotipi; la durezza e l'essenzialità estetica dei film americani di "serie B". Ma è unicamente una connotazione di tipo economico. Il film è costato quanto una sola sequenza di "Jurassic Park 3 " ma solo sul Pianeta Rosso si respira il vero Cinema.
(Mauro Gervasini/Film TV/18.09.01/*****)

Il pianeta è rosso, solitario. La squadra speciale che va a prendere nel carcere un criminale molto cattivo (Desolation Williams) capirà presto che il pericolo non è il prigioniero, ma "la cosa" che assedia l'avamposto sperduto. Lavorando in una miniera, gli umani hanno svegliato qualcuno. Teso e cupo, il John Carpenter di Ghosts of Mars (simile all'incompreso Pitch Black di David Twohy) non si perde in ritratti psicologici e spiegazioni. Qui contano la situazione, la corsa contro i mostri. Fra esplosioni e duelli l'effetto speciale più importante rimane la mente del regista.
(Claudio Carabba/Sette/13.09.01/****)

Sono cresciuto a pane e Carpenter, ha dichiarato il rapper attore Ice Cube. Bene, anche noi. E ora che il maestro ha deciso di tornare, dopo Vampires del '98, noi siamo qui in sala a osservare le sue nuove mosse, a osannarlo se necessario.
La prima cosa che ti attira in Fantasmi da Marte è la sua carpentericità, per così dire. E questo è confortante. Non assomiglia per niente a cose come Mission to Mars o Pianeta Rosso. E' un b-movie, un film di intrattenimento, a bassa tecnologia e basso budget. Carpenter guarda a se stesso, alle sue spalle, ai suoi film migliori. E la sua ultima opera rischia seriamente di trasformarsi da Fantasmi da Marte in un 'Fantasmi di Carpenter'.
Siamo sul pianeta rosso, nel 2176. I terrestri, sottoposti ad una autorità matriarcale, sfruttano le miniere del disabitato Marte in una natura ostile. Il tenente Melanie Ballard (un omaggio a James?), incaricata di raggiungere una sorta di avamposto per scortare un prigioniero pericolosissimo, James 'Desolation' Williams (Ice Cube), viene ritrovata svenuta nel treno blindato che la riporta indietro. Della sua squadra di poliziotti nemmeno l'ombra. Melanie (Natasha Henstridge, l'aliena di Species) racconta di aver vissuto un vero incubo: la base è invasa da creature marziane che si sono impossessate dei corpi degli umani, uccidendo e distruggendo con odio feroce qualsiasi traccia degli invasori terrestri. Dopo aver resistito a lungo, la poliziotta, unica superstite, è salva soltanto grazie all'aiuto di Desolation Williams. Ma la partita con i marziani non è chiusa, "è ora di rimanere vivi"... Un western di frontiera, ancora una volta. Una situazione d'assedio, ancora una volta, un omaggio all'Howard Hawks di Un dollaro d'onore. Più esattamente questo western-science fiction di Carpenter si sarebbe potuto collocare lì dove John Ford incontra paradossalmente Roger Corman, dove Il massacro di Fort Apache si fonde con Il vampiro del pianeta rosso. Ma Carpenter ha ricalcato troppo la sua bella grafia di Distretto 13 - Le brigate della morte e attinto ad alcuni elementi vincenti del Signore del male (come le possessioni), per poter affermare che abbia rinnovato il suo stile, la sua originalità. Non che ci dispiaccia. Il suo marchio low tech, con effetti speciali industrial ancora artigianali per il 2001, lo humour parodistico, le citazioni a profusione ci riempiono ancora occhi e orecchie ("prima di qui ero a Utopia, il buco del culo dell'universo..."). Eppure l'unico segno evolutivo è nella costruzione questa volta non lineare del racconto: Fantasmi da Marte è fatto di piccoli preziosi flashback a breve, dentro il grande flashback della protagonista che racconta. La quale ottiene il suo personale flash(back), e cioè lo struggente ricordo della Terra (anzi dell'acqua che la ricopre), attraverso l'uso di un allucinogeno tridimensionale e sintetico (vedi Total Recall). Carpenter lancia la presenza di Pam Grier (già utilizzata in Fuga da L.A. e prima che Tarantino la riscoprisse con Jackie Brown) per poi toglierla di scena in pochi minuti, caricando tutto il film sulle fragili spalle della pur volenterosa e bella Henstridge, affiancata da un Ice Cube (Boys 'N the Hood, Three Kings) troppo affabile e sornione e poco prorompente. L'archetipo carpenteriano di donna bella e indipendente è salvo (a parte le droghe) e ancora una volta gli assedianti sono una massa astratta da centrare con le armi automatiche. L'unico ad essere caratterizzato è il capo, Big Daddy Mars, fotocopia (inconsapevole, afferma Carpenter) della rockstar Marilyn Manson. Pensati come 'pellerossa' trasportati da una tribalità crudele, i marziani si impossessano dei corpi dei terrestri scarnificandoli e adornandoli di miriadi di piercing di ogni tipo. Carpenter si mette così al passo con i tempi, agganciando le culture primitive con l'odierna body art, il riciclaggio e la scultura d'arte povera, condendo il tutto con la colonna metal degli Hantrax. Tutte cose apprezzate dai teen-ager. Del film resta quel treno d'acciaio old fashion che attraversa il rosso deserto marziano spazzato dal vento a 200 nodi, assaltato all'arma bianca dagli ululanti 'invasati'. Proprio come in un buon vecchio western.
(Camillo De Marco/www.kwcinema.kataweb.it/***)

Il film di Carpenter è un film spiazzante. Un film doppio. Aperto sia al suo interno, nei riguardi dei personaggi e della narrazione, che verso l'esterno, nei riguardi delle possibili interpretazioni, ad una duplice lettura.
Marte è una colonia terrestre. Il pianeta viene sfruttato per le sue infinite risorse minerarie. Un gruppo di poliziotti viene incaricato di trasferire un pericoloso criminale di colore da uno sperduto avamposto minerario al capoluogo di Marte. La missione non sembra essere particolarmente rischiosa nonostante la pericolosità del detenuto. All'arrivo dei poliziotti l'avamposto si presenta però come una città fantasma. I pochi sopravvissuti, tra i quali il malvivente, raccontano di strane presenze ectoplasmatiche che si sono impossessate dei corpi e delle menti di tutti gli abitanti trasformandoli in barbari guerrieri assetati di sangue. Ben presto anche il manipolo di poliziotti dovrà rendersi conto di quanto questi allucinanti racconti siano il fedele resoconto di una realtà da incubo. Per sopravvivere ai fantasmi di Marte dovranno ricorre all'aiuto di tutti i sopravvissuti, presunti assassini compresi.
Nel film si assiste con stupore al rovesciamento di alcuni canoni stabiliti della narrazione carpenteriana. In primo luogo il protagonista assoluto è una donna. Un affascinante e deciso tenente di polizia interpretato dalla bionda e formosa Natasha Henstridge. Un rappresentate della legge tanto attraente quanto letale nell'uso delle armi. Non più quindi Iena Plissken o l'ammazza vampiri James Woods ma una dolce donzella. La ragazza infatti non è soltanto il centro dell'azione cinematografica, ruolo che condivide con il detenuto Ice Cube, ma è il fulcro della narrazione. E' lei a raccontare in flash back tutta la vicenda mentre è sottoposta ad interrogatorio da una commissione d'inchiesta paramilitare. L'intreccio è infatti un reticolo ad incastro, dove diversi piani temporali si sovrappongono seguendo i racconti dei vari protagonisti. Racconti evocati, ricordati ed esposti dalla giovane poliziotta, unica sopravvissuta della spedizione.
Il film risulta così nettamente scisso in due unità che si compenetrano e compensano a vicenda. Una fabula lineare ricca di ossessivi riferimenti al tempo, alle ore, ai minuti che trascorrono inesorabilmente e che vengono segnati da tutta una infinita serie di deadline. Uno stile narrativo tipicamente legato al regista americano: basti ricordare l'importanza del tempo in un film come 1997 Fuga Da New York. Un intreccio che mira a dilatare e ridurre a suo piacimento la fabula, a metterne in crisi il suo principio strettamente legato al tempo. Lo stesso gioco di alternanze lo si individua nel rapporto che per tutto il film si stabilisce tra interno ed esterno, tra materiale e spirituale. Non è un caso che i fantasmi di Marte rappresentino lungo tutto l'arco della vicenda una doppia minaccia. Minaccia sfacciatamente corporea attraverso il loro aspetto orripilante e le loro intenzioni estremamente bellicose, e minaccia spirituale, eterea, sostanza fluttuante capace di trasferirsi con estrema facilità da un corpo all'altro, da un ospite all'altro. L'orrore non è univoco e quindi più o meno facilmente eliminabile, ma qualcosa di diverso e più pericoloso. Anche gli stessi esseri umani sono vittime di una loro duplice natura. Costretti dalla vicenda a rappresentare i buoni, gli eroi pronti a tutto, sono in realtà gli invasori, gli sfruttatori contro i quali gli spiriti del pianeta rosso si ribellano. Gli alieni, nel senso di estranei, su Marte sono gli uomini. La possibilità di una doppia lettura, di un film ribelle confezionato e volutamente malcelato all'interno di un film più tradizionale, è una delle caratteristiche che fanno di John Carpenter's Ghosts Of Mars, e di gran parte dei film di Carpenter, un elemento di forte disturbo all'interno del cinema mainstream americano.
(Fabrizio Pirovano/www.revisioncinema.com/***1/2)

Da dove si parte, per raccontare un ennesimo film di Carpenter? dai suoi molti film, dallo zoccolo duro dei suoi fans, dagli scenari che l'artigiano John ha costruito in questi decenni di cinema? Forse, dal divertimento. Dall'immersione in un mondo western dove la macchina da presa è sempre ad altezza-colt, anche se siamo nel 2100 o giù di lì. Non sono un'ultrà carpenteriana, e non ho visto e rivisto tutti i suoi film: ma le pellicole di questo anzianotto ragazzo casual hanno come quid un aspetto da bmovie fatto per avvincere ed intrattenere, ché quasi ti aspetti di uscire di casa e andare al drive-in a vederteli, anche se qua drive-in non ne esistono. Così, sarà per l'aria da serie B, per i bassi budget che impiega, per gli scarsi e creativi effetti speciali, che alcuni amano moltissimo l'universo-Carpenter ed altri lo reputano una perpetua bufala. Dicevamo, nel 2100equalcosa la terra è sovrappopolata e così molti umani vivono su Marte. Una squadra di poliziotti terrestri capitanata da Pam Grier (caro John... nel 2100equalcosa vige il matriarcato e a governare e decidere saranno le donne) deve raggiungere un avamposto marziano per prelevare un pericolosissimo prigioniero, 'Desolation' Williams. Ma il film prende avvio dal ritrovamento dentro un treno blindato di una sola superstite della squadra, il tenente Melanie Ballard, che si risveglia dopo aver perduto i sensi e con ricordi orribili. Si dipana così il racconto, dove si parla di creature marziane che si sono impossessate di corpi degli umani, distruggendo quelli che vedono come invasori. Il film è il lungo narrare della paurosa avventura... Certo la piacevolezza non sta nella trama, né negli effetti visivi, e nemmeno negli attori (che pure, con qualche eccezione, se la cavano): niente di speciale, su tutti e tre i fronti. La piacevolezza sta nel tocco, sta nel trasformare il solito western d'assedio in un film di fantascienza, con invasori tremendi e i nostri eroi che s'intrappolano claustrofobicamente in spazi sempre più angusti, ritirandosi, divenendo via via più sparuti e con l'angoscia incombente del nemico-virus che si può infiltrare ovunque... Niente di nuovo, insomma. Né in generale né per Carpenter: un bene, un male? Certo ne gioiranno gli ammiratori del regista, perché Fantasmi da Marte è una summa dell'universo carpenteriano, una sorta di riuscito patchwork dei successi che furono... Ci sono, però, i flashback continui, gli scarti temporali, il divertente inserto di tendine anni '50; c'è ancora Utopia, c'è la presenza altera e guerreggiante della rediviva Grier, simbolo della blackploitation che Tarantino ha rispolverato e che pare sempre più giovane film dopo film... c'è un capo-marziano che è un mix perfetto tra Marylin Manson e Alice Cooper, che guida una tribù quasi pellerossa, che si appiccica al volto la pelle tolta dalle facce di chi ha ucciso, ed emette suoni tremendi che sono (si presume) urla belluine inneggianti alla guerra e alla vendetta. C'è il treno, sì, come nei veri western, un treno lucido che corre verso la salvezza... ma i nostri eroi (sempre meno numerosi a mano a mano che il film ansima verso la fine, e la squadra di milizia finisce per diventare un agglomerato di criminalità sbruffona ma onesta e di legalità tossica...) decideranno di tornare indietro per salvare la terra. Melanie e 'Desolation' non concludono la loro battaglia. 'Desolation Williams' è il rapper Ice Cube (Boy'z n the Hood), lui sì carpenteriano di ferro; di ferro è anche la sua recitazione, probabilmente di acciaio i suoi muscoli gonfi, tuttavia Ice fa quel che il regista vuole da lui, ed è funzionale la catatonicità del volto che ci ricorda, una volta di più, i cowboys di Hawks. Il tenente Ballard è Natascha Henstridge (che bella che è), tosta e sexy (a proposito, un occhio ai costumi... sembra pelle nera ma è bluastra, per dare maggior riflesso e sembrare incollata al corpo), al posto della provinata Courtney Love che pareva certa nel cast. Poi c'è la onnipresente Clea Duvall che fa la recluta un po' imbranata e un po' terribile, c'è Joanna Cassidy (miliardi di anni prima-dopo Blade Runner), una sgualcita scienziata che si unisce al manipolo di combattenti per fuggire da Marte (o da New York, fa lo stesso). Storie di marziani, di fantasmi, di Bene e di Male, di lotta all'ultimo sangue, di coraggio e di ironie... il western miscelato alle nuove culture metropolitane; il piercing, il corpo trafitto, i segni, la musica heavy (degli Hantrax e dello stesso Carpenter), inserti digitali, possessioni malefiche. Ora: se non amate Carpenter, non scegliete questo film. Se (strano ma vero) non avete mai visto, nemmeno in tv, un suo film, andate e incrociate le dita, potrebbe piacervi assai; se siete degli appassionati o giù di lì, correte e qualcosa di buono ne uscirà. "Non posso accettare qualcuno che m'impone qualcosa", dice Carpenter, "gli studios, che dagli anni '80 hanno trasformato il cinema da un divertimento a volte istruttivo in operazioni finanziate da Wall Street, non accettano la mia libertà e i miei incassi -discreti, non planetari".Fanno male: perché a far cinema Carpenter si diverte, e già questo è un buon risultato. E senza volare alto, con la solita macchina da presa ad altezza di colt, con sceriffe del 2170 e indiani tatuati che scotennano a ritmi metal, diverte ed intrattiene anche noi. Mica poco...
(Catia Donini/www.omniway.sm/***)

"Ghosts Of Mars" è un film di John Carpenter per eccellenza. Senza giri di parole, senza mezzi termini. E rappresenta il trionfo del cinema indipendente: quello dal budget ridottissimo, quello che unanimemente viene definito con una sigla da serie cadetta (B-movie) e che al contempo stupisce per la straordinaria efficacia dei suoi intenti e per il conseguimento del suo obiettivo primario, l'intrattenimento.
Ma "Fantasmi da Marte" è anche qualcosa di più. E' il volo planare di un regista che alla maniera di Icaro cerca di ripercorrere i suoi trascorsi artistici attraverso un prodotto realizzato artigianalmente. In questa prospettiva i punti di riferimento divengono i grandi cult del cineasta: da "Distretto 13 - Le brigate della morte" a "1997 Fuga da New York" passando per "Il Signore del Male" fino ad approdare al recente "Vampires". Un viaggio dunque nella memoria filmica e nella digressione tra generi (soprattutto il western e l'horror). Ovviamente il tutto alla luce di una padronanza estrema della macchina da presa e degli elementi contestuali alla messa in scena. L'abbattimento delle dimensioni spazio-temporali (attraverso ponderati flash back, ricercate deadline narrative, subitanei cambiamenti di ambientazione tra interni ed esterni), le alterne fluttuazioni tra tematiche propriamente spirituali (l'astratto ultimo respiro che perpetua la presenza dei marziani attraverso il contagio) e riflessioni propriamente corporali (la barbarica deturpazione della propria fisicità dei soggetti posseduti) appaiono così un'inequivocabile impronta di uno stile carpenteriano tutto orientato all'indagine del rapporto oppressi-oppressori, dominatori ed invasori, uomini e alieni. Gioca infine un ruolo decisivo ai fini del discorso rappresentativo la mirata divagazione sul genere sessuale e naturalmente la prevalenza della componente maschile che si esprima in forma estrema anche attraverso il ricorso a personaggi femminili deprivati degli attributi canonicamente connaturati al sesso debole (le poliziotte guerriere dal temperamento energico ed ostinato che sposando rigidissimi codici paramilitari divengono i motori trainanti della battaglia per la sopravvivenza umana). Bravissimi tutti gli interpreti, gregari o protagonisti che siano: superbe poi le prove di Natasha Henstridge ed Ice Cube. Convincente l'apparizione della tarantiniana Pam Grier. Esteticamente sperimentale sin dalle soluzioni cromatiche adottate (le tonalità di rosso che costantemente descrivono l'habitat di Marte), il film ovviamente si avvale di musiche composte ad hoc dallo stesso regista.
(Fabrizio Marchetti/www.televisione.it/****)

Siamo su Marte in un futuro prossimo venturo ed è iniziato il processo di colonizzazione del "pianeta rosso". Un gruppo di poliziotti si sta recando verso una colonia-carcere per prelevare un pericoloso criminale (detto "Devastazione" Williamson). Al loro arrivo sul posto non trovano anima viva e dopo una breve ricerca scoprono che molti degli abitanti del luogo sono morti decapitati ed appesi come quarti di bue al soffitto. Inizialmente tutti i sospetti della strage ricadono su "Devastazione" ma ben presto verrà alla luce un'altra, e ben più terrificante, realtà. Difatti una forza primigenea (che un tempo aveva vissuto e dominato su Marte) ha contagiato la maggior parte degli abitanti del posto e li ha resi feroci e mortalmente aggressivi. Cosi' i poliziotti si troveranno asserragliati dai mostruosi invasati ed ingaggeranno con essi una spietata battaglia. Il nuovo film di Carpenter è un "signor" b-movie carico d'azione e di atmosfere apocalittiche. E' una sorta di western-horror-fantascientifico che riprende il discorso aperto con il precedente "Vampires" e ne estremizza la velocità e la violenza. Ci sono decapitazioni e mutilazioni in quantità realizzate con gli ottimi effetti del trio Nicotero, Berger, Kurtzman e delle scenografie veramente da brivido. Carpenter dirige con mano solida e si diverte a riempire il film di citazioni a non finire; si va da "Non aprite quella porta" (uno degli invasati strappa la faccia ad un disgraziato e poi se la applica al volto) a "Nightmare" (un altro dei folli ha una mano artigliata che fa il verso a Freddy ehehe) passando per "Hellraiser" ( i pazzi si infilano nelle carni catene, lame e ferraglia varia). Interessante anche l'idea di rendere gli invasati simili ad una tribù d'indiani ed ovvio il reazionario riferimento agli antichi indigeni d'America sterminati dai bianchi e bramosi di riprendersi la loro terra (in questo caso Marte). I personaggi del film sono sopra le righe ( in stile "Distretto 13" oppure "Fuga da New York") e caratterizzati da una rozzezza marcata esageratamente, vedi ad esempio la poliziotta drogata ( interpretata dalla formosa Natasha Henstridge). Infine eccellenti, come sempre, le musiche del film composte dallo stesso Carpenter che riesce a creare ritmi ossessivi e martellanti. Ovviamente non ci troviamo di fronte ad un capolavoro ai livelli di altri lavoro del regista americano, ma di certo questo "Fantasmi da Marte" è un ottimo prodotto carico di tensione che vi strapperà più di un brivido.
(www.alexvisani.com/***1/2)

Il Maestro John Carpenter sposta la frontiera del West su Marte…
Marte come non l'avete mai vistoLa vita è un eterno western e finché un essere a due zampe (uomo o donna che sia) starà in piedi sui suoi stivali con sperone ci sarà sempre una nuova frontiera da esplorare e un altro nemico da combattere. John Carpenter è da anni in caccia sul sentiero del "western perfetto" e stavolta ha spostato la diligenza su Marte, dopo aver attraversato con Vampires un West infestato di succhiasangue. Con uno sguardo sempre più classico, insensibile al richiamo delle sirene in digitale che non si sposano con la filosofia delle produzioni di serie B, Carpenter ha messo insieme un'altra pattuglia di buoni (ma i suoi parametri di bontà non sono il Mulino Bianco) alle prese con una missione più grande di loro. Cinema vero, cinema estremista…Cinema! "Perché Marte? Non so se è per il colore o per la vicinanza alla Terra, ma quel pianeta è sangue, guerra, amore, passione e tutte queste cose insieme". Così il Maestro di Bowling Green in una delle interviste che hanno accompagnato l'uscita italiana del film. Scordatevi la recente paccottiglia hollywoodiana sul Pianeta Rosso o le stanche Mission to Mars, questo è davvero un altro pianeta. Con un budget da fame Carpenter reinventa in New Mexico un ambiente essenziale e ambiguo come un trip allucinogeno e lo avvolge in una colonna sonora post techno e post heavy da lui stesso campionata al sintetizzatore. E non basta: crea dal nulla la chilometrica attrice protagonista (la biondissima Henstridge), rispolvera due icone del cinema di genere come Joanna Cassidy e Pam Grier (quest'ultima già apparsa in Fuga da L.A. prima ancora che Tarantino la rilanciasse in Jackie Brown), regala un saggio di regia aggressiva e tagliente che non si impara sui banchi di nessuna scuola di cinema. I fantasmi di Carpenter sono crudeli e malvagi, come e più degli spettri di Fog, le scene di azione coinvolgono lo spettatore nell'incubo come ai tempi belli di Halloween. Ma forse il suo vecchio film più vicino nello spirito è Distretto 13 - Le brigate della morte, tutto costruito sul senso dell'assedio, degli spazi minacciosi e incontrollabili: i canali del Pianeta Rosso, la serie di cunicoli le cui porte si chiudono una dopo l'altra, il treno assalito dai mostri. Ritorna anche l'ironia dissacrante su miti e mode dei nostri tempi. Il machismo e il femminismo sono spernacchiati, i culti alla Marilyn Manson (il capo dei cattivi Big Daddy Mars è il suo sosia…) messi in ridicolo, le manie tattoo e piercing diventano la vendetta dei fantasmi marziani sui corpi posseduti degli umani. Quello che cambia rispetto agli altri film è la struttura del racconto che non è più lineare ma segue i punti di vista dei vari protagonisti: Fantasmi da Marte è infatti costruito di piccoli brillanti flashback a breve, dentro il grande flashback della protagonista che racconta. L'ultima parola: Questo western fantascientifico è l'ennesimo gioiello di uno dei pochi veri autori del cinema mondiale. Non si dà arie intellettuali, non cerca di veicolare ipocriti messaggi, se ne sbatte dell'hi-tech, continua a lavorare seguendo la propria ispirazione: il West non è un film, è dentro di noi. Alla prossima, John.
(www.dailyradar.it/*****)

La rabbia dei (non morti)
La Cosa da Marte
Nel 1982 La Cosa aveva affrontato e definito con piena responsabilità (il film all'uscita è stato uno dei più clamorosi flop commerciali di John Carpenter) l'horror più viscerale ed estremo, assorbendo, sintetizzando e sputando fuori attraverso le sue mutazioni gli umori e le tendenze più moderne del genere, senza tradire lo stile di regia raffinato e robusto del regista americano. La Cosa era un'operazione, gettando uno sguardo a posteriori, folle e determinata, il punto a capo in un momento storico preciso per il cinema e per la società. Era un soverchiante urlo di rabbia roca e cieca che aveva trovato nel genere horror il veicolo più spettacolare, ficcante, preciso. Venti anni dopo è l'ora di fare di nuovo il punto sul genere, ma stavolta non si tratta più dell'horror, né della fantascienza; a dire il vero si tratta de "il genere": il b-movie. Con le sue ristrettezze di budget, il suo libero accesso alla più sfrenata messa in scena exploitation, i suoi personaggi dalla sincera anima ultracoatta, la sua colonna sonora apocalittica che da sola è uno spettacolo a se, Fantasmi da Marte si candida istantaneamente al titolo di "greatest b-movie ever told".
C'è morte su Marte?
Fino a (relativamente) poco tempo fa, Marte era la patria del Posticcio Misterioso. Terra sconosciuta nello spazio, il pianeta rosso era la frontiera estrema dell'avventura, l'unico pianeta "vicino" che potevamo illuderci ancora (poco) ragionevolmente essere abitato da forme di vita più o meno senzienti. Ma Marte è un enorme deserto, e l'idea della vita aliena non può essere che qualcosa di finto, costruito, più vicino alla "Cheepnis" di Frank Zappa e alla sci-fi classica dei Bug-Eyed Monsters che al realismo della carne viva e deforme degli alieni moderni. La vita su Marte era di cartone. Ora che il mito è caduto, che abbiamo visto il mistero da vicino e nessuno è venuto ad accoglierci, né a minacciarci, sappiamo che Marte è vuoto. John Carpenter ride sotto i baffi e precisa la mira: di certo non ci sono vivi sul pianeta. Però ci sono i fantasmi. Come in un cimitero indiano su cui è stato costruito un paese, un luogo sacro quale è effettivamente il set del film, antico insediamento del Pueblo Zia nel New Mexico. I vivi di Marte non li abbiamo mai visti, ma la loro eco si fa strada nella carne dei coloni terrestri che ne hanno occupato la terra natìa.
Per un dollaro di Marte
Ma nonostante tutta questa disillusione nei confronti di quel Marte immaginario, la cornice in cui aleggiano i fantasmi mantiene lo stesso fascino della sci-fi "cheesy" di un tempo: i treni che hanno l'aspetto di modellini anche quando è evidente che hanno dimensioni naturali, il villaggio western-marziano, ricostruito in una cava di Albuquerque, che sembra un set da studio, la generale voluta rozzezza ed essenzialità dei pochi set in cui si svolge la vicenda. E' una poetica (già sondata in modo molto interessante dal DePalma del ben più costoso Mission to Mars) che sfrutta la consapevolezza dei limiti del profilmico nel campo dell'illusione, li accetta e li svela anzi, non tanto per fare dell'ironia (pure presente), ma per renderli l'incarnazione della sintesi rabbiosa di un cinema che inventa una nuova fisicità. Una fisicità ancora non razionalizzabile, sospesa fra il cartone e la carne umana morta, sfigurata dagli spettri che cercano, nella nuova forma, di incidere nella pelle i simboli di riconoscimento della loro nuova società. E dunque Marte è ancora un luogo frutto dell'immaginazione. Di un'immaginazione relativamente "povera" come il budget di molti degli ultimi lavori di Carpenter. Con i suoi 28 milioni di dollari di costo anche Fantasmi da Marte rientra ormai a pieno titolo nella fascia "bassa" degli investimenti dedicati al cinema dall'industria hollywoodiana.
Donne amazzoni su Marte
La squadra che si trova a fronteggiare questi mostri (in)umani è un gruppo che è insieme la sintesi e la parodia dei manipoli carpenteriani: mercenari e soldati disillusi e pronti a tutto, capeggiati da una donna. Come estremo sberleffo allo smaccato machismo di un Kurt Russel, o di un Roddy Piper o alla paradossale figura "filo-extraterrestre" della Holly Thompson di Essi Vivono, Carpenter mette in scena una società matriarcale dove la parità dei sessi è un fatto senza ambiguità: qui conta soprattutto chi riesce a spaccare più culi. E di culi di fantasmi ce n'è a bizzeffe: in alcune delle più efficaci sequenze di guerriglia urbana del cinema di Carpenter, un ammasso di corpi sfregiati e incazzati urla un dolore cieco dai bastioni scarnificati del west marziano, capitanato da una bestia il cui nome, "Big Daddy Mars", e il cui aspetto sono l'acme maschile del guerriero tribale senza confini, fusione di economiche suggestioni voodoo e più terreni palestramenti steroidei.
I guerrieri della notte di Marte
Ma attenzione: chi sono i cattivi e chi i buoni in questo western senza viaggi, senza alcool, senza luce? In Fantasmi da Marte ci sono due fazioni, ma non due morali. Ci sono due modi di vita, ma non due verità. C'è un solo scopo, la sopravvivenza, e un solo sentimento: la rabbia. La morte sul pianeta rosso è l'unica lingua comprensibile nella notte perpetua che avvolge il film. L'identità del gruppo, sia questo composto da uomini o da fantasmi, è l'unico punto fermo all'interno di un mondo che è "contro", ostile tout court, in cui l'unico modo di vita è la resistenza; e se il gruppo viene sterminato, viene a galla l'unica vera risorsa finale: se stessi. Così come l'unico modo di vita del cinema di Carpenter è la resistenza ai margini dell'industria, del budget, di una cultura che considera il regista (parole di Carpenter) "un barbone".
Dice Ice Cube del suo personaggio, Il galeotto James "Desolazione" Williams: "è nato su Marte. (..) conosce soltanto Marte e cerca di sopravvivere. E' un ambiente ostile e per rimanere vivo si è dovuto arrangiare: talvolta ciò ha comportato infrangere la legge. E' così che è diventato il più famigerato criminale del pianeta". Curiosamente in Fantasmi da Marte l'unità anarchica plisskeniana è come sdoppiata fra il personaggio di Ice Cube e quello di Natasha Hensdrige: i due sessi di uno stesso percorso di vita, di una stessa rabbia.
Mars Attacks!
E la rabbia intima di Carpenter ha un solo, legittimo sfogo: lo spettacolo. La visione carpenteriana trasfigura questo sentimento in ritmo, un ritmo che vada a costruire un poema assolutamente sfacciato e sferragliante, ironico e roboante, fisico ed incalzante, un poema di violenza priva di eleganza, bellezza, agilità e fluidità, e nonostante (o proprio in ragione di) questo vibrante, ricco di un fascino originale. Un racconto che aspira a far sentire la pesantezza dei corpi che si battono, la gravità dell'atmosfera che inchioda a terra la carne sfregiata e dolorante. E tutto questo nello sforzo di evocare un cinema che colpisce lo spettatore con l'emotività pura, lo avvolge, lo sommerge e lo diverte stordendolo.
"I messaggi si lasciano sulle segreterie telefoniche. I film non hanno messaggi, raccontano qualcosa. Desidero principalmente che gli spettatori vadano a vedere Fantasmi da Marte e che, uscendo dal cinema, pensino di essersi divertiti" (John Carpenter).
(Luca Persiani/www.offscreen.it/****)

Due anni fa, come tanti altri umani provenienti dai quattro punti cardinali della nazione, mi feci tre ore di coda per assistere all'incontro-intervista con John Carpenter, presentato al Torino Film Festival da Dario Argento. Di solito non mi sottopongo all'ambascia delle code, in quanto pigro, impaziente e vagamente snob. Non vado mai in banca né in posta e, per colpa di una coda chilometrica, non m'iscrissi al DAMS di Bologna negli anni Settanta, nonostante le ore di viaggio in mezzo a una nebbia lattiginosa e stressante. Per vedere e sentire Carpenter non ebbi dubbi. Chi vi scrive è, infatti, carpenteriano sfegatato, disponibile ad accollarsi di buon grado anche le perle meno riuscite del nostro. C'è poco da dire, si tratta di un normale caso di amore a prima vista. Parigi, maggio del '79, al Grand Rex, con altri duemila spettatori schiamazzanti scoprii Halloween e restai ipnotizzato da quell'idea di cinema, al contempo così semplice (umile) e nondimeno complessa (l'unità di tempo e luogo, l'invincibilità del Male, il crogiolo dei generi, la musica e tutte le altre cose sulle quali, ormai, sono state scritte migliaia di pagine). Tornato in Italia, diedi fiato alle trombe e tentai di divulgare il verbo, arricchendo l'ultimo numero della rivista Robot (quello con l'androide morente tra la spazzatura galattica in copertina, un capolavoro di Festino) con un pezzo sul film, spingendomi a definire Carpenter "uno degli autori-chiave del cinema a venire". Era il '79, ripeto, Carpenter non se lo filava ancora nessuno e il mio pezzo sulla curtoniana rivista che stava chiudendo fu uno dei primi in assoluto ad uscire in Italia sul nostro ed il grandioso catalogo di Roberto Turigliatto e Giulia D'Agnolo Vallan, uscito al Torino Film Festival nel '99, me ne rende merito. Ma non sto qui a rivendicare, bensì a rimpiangere, se non si è capito. Perché oggi, a cinquantun anni, mi ritrovo a bearmi, come tanti altri umani, ancora dello stesso film e di quella stessa idea di cinema, scoperta nel '79, che non cessa di affascinarmi. Carpenter, infatti, può deviare di tanto lungo il suo cammino creativo (e chi non lo fa poi?), ma alla fine c'è sempre il solito, piccolo o grande, manipolo di creature assediate dal Male che dilaga all'esterno. L'Esterno contro l'Interno. Quando a Torino qualcuno tra il pubblico ha chiesto al nostro se "crede" veramente alle paure che mette in mostra, lui - deludendo non pochi - si è fatto una grassa risata e ha risposto di no. Fantasmi, UFO, mostri sono tutte balle, rese vere soltanto dal cinema. Ma, pochi secondi dopo, ha rievocato la sua infanzia in una piccola cittadina nel Kentucky, Bowling Green, quando di sera ci si chiudeva tutti in casa e per strada non passava più nessuno. Lui, il piccolo John, guardava fuori e non vedeva nulla, ma era colpito dalla paura tangibile degli adulti che guardavano fuori anche loro e riuscivano, purtroppo per loro, a "vedere qualcosa"….Bowling Green un po' come Santa Mira. L'Esterno contro l'Interno. Quest'ultimo è sempre quello e lo "spazio esterno" è di volta in volta Haddonfield, Los Angeles, l'Alaska e il New Mexico. Oggi è Marte, ma il film è lo stesso di oltre vent'anni fa e funziona ancora a meraviglia. Naturalmente con il valore aggiunto della memoria-schermo alla Lacan nata da una filmografia quasi esemplare, di cui l'autore s'ingozza senza problemi. La desolazione cosmica del pianeta Marte il cui vermiglio rimanda per analogia al plumbeo nitore de La Cosa; la nebbia rossastra che avanza e conquista come la Nebbia per antonomasia di The Fog; i mostri che, come sempre deviano, dall'impostazione "classica" del Mostro, proprio come Michael Myers (corpi posseduti, zombies, un po' vampiri, fantasmi…); Desolazione Williams che è un po' Jena, Jack Crow, Mac Ready, ma soprattutto il Napoleone Wilson di Distretto 13; il capo dei mostri che ripropone la faccia di Valek (Vampires), arricchita da un look alla Marilyn Manson; l'idea del Male come follia dilagante e contagiosa… Che faccio, vi racconto il film? Ma no, lo stiamo vedendo dal 1979. Piuttosto, riproponiamo una convinzione. Oltre che il mestiere, le idee ed il touch, Carpenter ha una marcia in più rispetto ai tanti registi-decalcomania che starnazzano a Hollywood. Ha un segreto, al momento indicibile, profondamente radicato nella sua infanzia e negli anni della formazione. Si ha un bel dire "non credo nei mostri", ma, raramente, nella storia del cinema, una filmografia si è tanto sviluppata nei termini di una vera e propria ossessione personale. Prima o poi lo svelerà. E, nel gioco d'anticipo reclamato dalla società dello spettacolo, l'uomo non ne ha fatto mistero:
"Potrò dare più particolari quando uno dei miei genitori sarà mancato, e allora non starò più parlando di uno dei miei genitori. Allora potrò spiegare da dove venga tutto questo. Dalla mia giovinezza e dal mio passato, da alcune esperienze che mi sono portato dentro. Davvero, non voglio farlo adesso per via di mia madre. Ma c'è una spiegazione. C'è una spiegazione per quest'ossessione della paura, del male e del 'che cos'è la realtà?'. C'è una ragione concreta nella mia vita, in certe cose che combattevo da bambino. Ed erano battaglie grosse e lo sono ancora. Lo sono ancora" .
Bueno, noi aspettiamo. Però, nel frattempo si può tirare ad indovinare, pescando nel solito repertorio delle paure infantili, pedaggio strapagato da gente come Dario Argento e Wes Craven. Magari, alla fine, la vecchia poltrona cigolante si gira e salta fuori l'ennesima Norma Bates. O forse no. Forse la storia non è così banale. In quel film-manifesto che è La Cosa il Male si manifesta per quello che, effettivamente, è, un'assenza di forma. Esiste qualcosa d'analogo nelle recalcitranti rievocazioni dell'infanzia e dell'adolescenza di Carpenter, in quel guardare ossessivamente fuori delle finestre, dentro le notti oscure e spazzate dal vento di Bowling Green, al riparo dietro porte chiuse a doppia mandata: un'assenza di forma nel buio, un buco nella realtà, qualcosa che gli Adulti degli anni Cinquanta riuscivano a vedere ("Bowling Green era un postaccio. Vi potrei raccontare storie sconvolgenti su ciò che facevano le persone che vivevano lì!") ed i ragazzini come John non riuscivano, per fortuna chissà, a mettere a fuoco e a decifrare. Da metà degli anni Settanta, l'eterno bambino, paradossalmente invecchiato da una sindrome che lo ha incanutito precocemente e ne ha cosparso di rughe l'affilato volto, sta tentando di vedere la Forma della Cosa, rendendocene partecipi e complici come impone il gioco filmico.
Quando Carpenter ci riuscirà, sarà una nuova svolta. Com'è stato, da che mi ricordo, con Psyco, La notte dei morti viventi, Halloween, Shining e qualche altro titolo che conoscete benissimo. Una nuova svolta, accetto scommesse.
(Danilo Arona/www.horror.it/***)

Siamo su Marte, in un possibile futuro: la poliziotta Melanie Ballard (Henstridge) insieme alla sua squadra viene inviata presso un penitenziario del pianeta rosso per prelevare il pericoloso malvivente "Desolazione" Williams (Ice Cube) lì detenuto da alcuni giorni. Ma una volta arrivati i nostri avranno una bella sorpresa. C'era una volta un ottimo regista di nome John Carpenter, autore di film meravigliosi come "La Cosa", "1997, Fuga da New-York", "Halloween", "Grosso guaio a Chinatown", ecc., che sono diventati giustamente delle pietre miliari della storia del cinema mondiale. Questo geniale film maker (che tra l'altro a volte realizzava anche la colonna sonora e la sceneggiatura dei suoi film), non solo riusciva a regalarci delle storie sensazionali, ma soprattutto riusciva a donarci delle opere molto originali dal punto di vista narrativo. I lettori più attenti, avranno giustamente notato che chi scrive ha usato l'imperfetto, un verbo che di solito si usa per indicare cose o persone passate e che quindi sono state: ebbene sono poco lieto di annunciarvi che anche se Mr. Carpenter è ancora vivo biologicamente (per fortuna), con questo "Fantasmi da Marte" dimostra invece di essere bello che defunto dal punto di vista registico-narrativo. Mi spiego meglio: questo "film", per chi scrive, è stato una delle più grandi delusioni del 2001. Carpenter non ha fatto altro che realizzare un prodotto più che mediocre, scarsamente coinvolgente e con una sceneggiatura (in parte firmata anche da lui), che si rifà non poco e con poca originalità, ad altri film suoi e di altri registi. Ecco gli ingredienti della ricetta: 1. Prendete un po' della saga di "Alien" (l'eroina dura e cattiva sola contro gli alieni), 2. Aggiungeteci un po' di "La Cosa" e "Zombi" (i marziani che si impossessano dei corpi umani e il manipolo di eroi che è isolato e costretto ad affrontare i mostri extraterrestri), 3. Aggiungeteci ancora un po' di "Pitch Black" (il galeotto di colore dalla personalità ambigua [interpretato qui da Ice Cube, un tizio che sembra più che altro "Arnold" dell'omonima sit-com americana da grande e che nemmeno dopo tre milioni di plastiche e sedute di palestra potrebbe sperare di ottenere il carisma di Vin Diesel, il protagonista del film suddetto] ), 4. Condite il tutto con un po' di "Distretto 13: le brigate della morte" (gli eroi chiusi nel penitenziario-fortino assaliti dai marziani inferociti), e avrete bello e pronto l'insipido piatto chiamato "Fantasmi da Marte".Questo non ce lo aspettavamo da te John, come proprio non ci aspettavamo certe superficialità e cadute di tono, cose delle quali non ci avevi mai abituato sino ad adesso e che invece il film presenta copiosamente: perché, come giustamente qualcuno ha notato, non hai approfondito di più il concetto di società matriarcale presente nell'ipotetico futuro da te raccontato nel film? Perchè hai creato degli alieni che non spaventerebbero nemmeno mia nonna, vestiti tutti come dei fans della musica Heavy-Metal ( da manuale del cinema scult è il capo dei Marziani, una specie di versione palestrata di Marilyn Manson che per tutto il film non fa altro che mulinare una clava e digrignare i denti, per poi prendere sempre un sacco di botte ogni volta che ingaggia un combattimento corpo a corpo con il buono di turno)? Perchè hai filmato/montato le scene d'azione in quella maniera così confusa, piatta e banale e perché mai hai infilato in bocca a quel pesce lesso di Ice Cube quelle insulse battute ("Andiamo a spaccare il culo a quei bastardi!" o una cosa del genere) nella scena finale, che sanno tanto di film pseudo-rambistico anni '80? Insomma, perché non sei più John Carpenter? Chi scrive si stupisce che certi critici abbiano espressi giudizi positivi su questo lungometraggio, ma quasi sicuramente quei critici sono gli stessi che hanno avuto il coraggio di dire che "Merry Christmas" segna la rinascita della Commedia italiana: roba da denuncia! Da parte mia, dopo aver visto "Fantasmi da Marte", c'è solo il desiderio di andare da Mr. John, bussargli sulla capocchia e chiedergli: "Hello Carpenter, c'è qualcuno in casa?" ("Ritorno al futuro" docet).
(Milizia Giovanni/www.cinemorfina.net/*)

Marte, 2176. Il tenente Melanie Ballard (Natasha Hentsridge) ha il compito di consegnare alla giustizia il criminale James "Desolation" Williams (Ice Cube). Quando pero' arriva a Shining Canyons, la base e' totalmente deserta, e strani esseri si aggirano nei dintorni. Delle persone arrivano in una base e la trovano deserta. Strane creature si aggirano nei dintorni. Questo plot e' forse uno dei piu' abusati dal cinema di fantascienza-horror, a partire da "Alien" fino al recentissimo "Pitch Black". Ma John Carpenter colpisce ancora una volta nel segno, reinventando il tutto nel segno del western-heavy metal, e con un'enorme dose di ironia. Difficile non notare nelle "creature" che si aggirano nella base, abbigliate in una via di mezzo tra Marilyn Manson e Alice Cooper, la parodia dei metallari (anche perche', nel caso avessimo dei dubbi, la colonna sonora heavy metal composta da Carpenter stesso provvede presto a fugarli), e non accorgersi che, guarda caso, contro di loro lotta il rapper Ice Cube. E difficile anche non divertirsi quando Carpenter fornisce come unico rimedio all'invasione quello di assumere droghe (non svelo niente di importante, non temete...). Per 100 minuti l'adrenalina sale, e il regista americano dimostra di essere uno dei pochi a riuscire a realizzare un film senza punti morti, in un momento in cui la verbosita' e' diventata un vanta e molte delle pellicole in circolazione abbisognerebbero di consistenti tagli.
(Graziano Montanini/paginej.jumpy.it/***)

Gli ingredienti del più classico dei film Carpenteriani ci sono tutti: la frontiera, una società oppressiva, l'iper-violenza, l'eroe anarchico e sbruffone, nonchè la programmatica povertà di mezzi ed effetti speciali, tutti rigorosamente artigianali. Niente di nuovo sotto il sole, dunque, nemmeno rispetto alla sua ultima fatica, VAMPIRES, con il quale questo mostra più di una somiglianza: la trama, in effetti, non brilla certo per grande originalità, essendo anzi ridotta all'essenziale per fungere da canovaccio allo svolgimento della storia, e i numerosi buchi narrativi stanno a dimostrarlo. Ma la classe non è acqua, e basta la grande capacità del regista per trasformare un anonimo film d'azione in un piccolo gioiello. Fatti salvi alcuni scivoloni di sceneggiatura (alcuni scambi di battute al limite del ridicolo e leggerezze narrative come l'assalto al reattore atomico), il film procede come una macchina perfettamente oliata riuscendo in pieno nel proprio scopo di offrire un'ora e mezza (alla faccia dei lunghissimi film moderni) di divertimento: a Carpenter non interessano i messaggi o le interpretazioni sociologiche (per quanto sia del tutto riconoscibile la filosofia dell'autore), ma solo il gusto della narrazione più classica, senza voli pindarici od inutili virtuosismi. Qui siamo dalle parti di DISTRETTO 13, di THE FOG, con un gruppo di persone alquanto eterogeneo che si trova assediato in un luogo ostile e tagliato fuori dall'esterno, con i cattivi-cattivi dalle apparenze inquietanti nella regola che li vuole deformi (e la somiglianza del capo dei "fantasmi" con Marylin Manson pare sia del tutto casuale), ed i buoni costretti nel proprio ruolo dalle circostanze più che da un reale senso di giustizia, fatta salva la consueta vena anarchica che non fa mai male. Persino nel finale aperto (ma senza desideri di sequel, questo è certo) si nota la mano del regista, cui non interessano le motivazioni, non importa spiegare i perchè ed i percome della vicenda, che viene lasciata volutamente priva di molte risposte: contano i personaggi, la narrazione, la tensione. E sebbene la sceneggiatura, come già detto, non sia certo straordinaria, è perfettamente funzionale allo stile di Carpenter che si permette una "lussuosa" narrazione per flashback, pericolosa ma efficace, ed alcuni stacchi di montaggio retrò davvero efficaci. Film programmaticamente "vecchio", che sicuramente non piacerà ai più come non è piaciuto negli States, ormai assuefatti a pellicole ipertrofiche e confusonarie che ben poco hanno a che fare con la narrazione pura: ci sono voluti quattro anni perchè il Maestro tornasse dietro la macchina da presa, ma con risultati così può prendersi tutte le pause che vuole...
(www.rosencrantz.it/****)

"E' ora di restare vivi", dice Ice Cube nell'ultimo film di Carpenter, è sarà perché l'ho visto il 10 settembre 2001 questa frase assume un significato profondo, quasi profetico. Gli spiriti di Marte, liberati per caso, attaccano l'uomo che ha invaso il pianeta. Tra soggettive, accelerazioni e flashback Carpenter mette in piedi un fantastico horror tamarro, ricco di humour nero sia esplicito sia metaforico. Carpenter si diverte a mostrare la rabbia nella sua veste più primitiva, creando dei cattivi - nel giusto - che sono un bell'incrocio tra Marylin Manson, gli Hell's Angels e le scimmie di 2001 Odissea nello spazio. Viene spontaneo però leggere questo film in una prospettiva più seria, e cioé una violenta rappresentazione di quello che succederà all'Occidente quando il "terzo mondo" prenderà coscienza della sua forza, bruta e non. Natasha convince e fa sbavare gli uomini, inedita Barbie dal pugno di ferro; più macchiettistica Pam Grier, che comunque fa sempre piacere vedere su uno schermo. Gli uomini, come è giusto che sia vista la premessa del film, sono inutili comparse, anche Ice Cube, simpaticamente a disagio.
(mafe/Filmagenda/www.filmagenda.it/04.10.01/*****)

Su Marte una spedizione di poliziotti deve scortare il pericoloso delinquente "Desolazione" Williams da una prigione a un'altra: ma buoni e cattivi si alleano ben presto quando scoprono che gli spiriti delle antiche popolazioni marziane stanno impossessandosi della gente per tornare a governare sul pianeta rosso. Struttura a incastri e flashback da noir d'altri tempi, situazioni e temi da archetipo western (ricorrenti in Carpenter, il cui film del cuore è Un dollaro d'onore: l'assedio, l'onore, l'eroismo, la lealtà, l'amicizia), armamentario heavy metal (il capo dei posseduti assomiglia incredibilmente alla rock star Marilyn Manson): Carpenter non ha mai sfoderato tanta energia (potente la colonna sonora da lui stesso curata, puntuale e incalzante) e ironia (da antologia la scena - comica - del negro "fatto" che si mozza un dito per aprire una bomboletta, analoga a quella del commissario che taglia i sigari e non solo in Uno sparo nel buio), ed anche se il suo cinema non è mai originale (questo è la somma di Atto di forza, Il tocco del male e del suo La cosa, ed anche la scelta del pianeta è dettata dalla moda degli ultimi anni) o perfetto (verso la fine è lapalissiano che il regista non sapesse come farlo finire, e allora inventa una scusa per far ritornare indietro a combattere ancora quelli che si erano salvati), in questo caso firma una delle sue opere migliori, con un finale finalmente intelligente e all'altezza della situazione. In TV - senza Dolby Stereo né CinemaScope - perde sicuramente molto del suo fascino e della sua vigoria. Jason Statham, che interpreta il tenente Jericho, è un quasi-sosia di Bruce Willis perfino nei modi di fare. Conosciuto anche con il meno autoriale titolo Fantasmi da Marte.
(Roberto Donati/www.grazia.net/***)

Si è molto discusso sugli (evidenti?) debiti di Carpenter nei riguardi del genere western e, più specificatamente, nei confronti di Rio Bravo, Un dollaro d'onore o Quel treno per Yuma, ma riteniamo la questione accademica e priva di interesse. Certo, gran parte della sua ultima pellicola echeggia Assault on Precint 13 che, a sua volta, era una sorta di remake impasto delle opere citate, ma i toni e il concetto centrale del film sembrano molto distanti dall'archetipo western. Regista più di ogni altro a corrente alternata e, proprio per questo, ancora più lucidamente anarchico, Carpenter riesce finalmente ad uscire da un lungo tunnel buio durato tre film con una produzione di forte impatto visivo e dalle evidenti letture sociopolitiche. I fantasmi di Marte possono rappresentare una parafrasi dei pellirossa sterminati dagli americani, o di qualsiasi popolazione indigena estintasi a contatto con la civiltà, ed è altresì degno di attenzione, sebbene non approfondito, il tema della società matriarcale e dei rapporti fra i sessi in una tale struttura. Carpenter osa alcune finezze tecniche, come raramente gli è capitato di fare negli ultimi anni, e certe dissolvenze a tenda, l'uso ripetuto dei flashback, alcune sperimentazioni con il digitale rendono ancora più interessante la pellicola. Nonostante qualche concessione alle nuove tecnologie il nostro continua a perseguire la strada dell'artigianato, intrappola Marte in una visione realista al limite dello squallore, scevra di raggi laser ed astronavi scintillanti, densa invece di polvere, deserti e stazioni ferroviarie abbandonate. Tutti presi dai paragoni con Howard Hawks i critici nostrani sembrano quasi dimenticare la lezione che emerge: Carpenter, nonostante le sue dichiarazioni e probabilmente contro il suo stesso volere, è un regista di horror movie e i momenti più intensi sono quelli che ricadono dentro questo genere. Le stanze con i corpi massacrati e le strane sculture che pendono dal soffitto, l'altopiano con le teste impalate e le scarnificazioni sui volti degli indemoniati, l'assedio dei marziani con il loro ferocissimo leader… Siamo dalle parti dei film di Romero, forse con maggior passione e minore parafrasi sociologica, e quella nebbia rossa che pervade e contamina gli esseri umani non può far altro che ricordare altri tipi di gas ed emanazioni che rendono zombie gli sventurati personaggi de La notte dei morti viventi, così come analoghi sono gli assedi dei mostri e la disperata lotta degli umani. Paradossalmente, sono proprio le scene più facilmente riconducibili al western che sembrano perdere efficacia: le sparatorie e gli scontri sono condotti con mano incerta e impacciata, con orde di creature che aspettano pazientemente di battersi in fila indiana contro gli eroi e le frasi messe in bocca ai personaggi suonano false e di maniera. Carpenter , grande ammiratore del cinema di Hong Kong in tempi non sospetti, sembra non rendersi conto che l'apporto di registi quali Woo, Tarantino, Wachowski bros. o Raimi ha dettato nuovi ed imprescindibili canoni cinetici per scene di questo tipo, non tanto per le posizioni della telecamera o i modi di ripresa quanto piuttosto nella dirigere gli attori, meglio ancora i loro corpi. Inevitabilmente superato (anzi, cocciutamente sordo e cieco al cinema-videogame, del quale non si vogliono mai recepire i lati positivi), il regista di The Thing propone inquadrature poco incisive, lasciando gli attori ad improvvisare con risultati legnosi e statici. In generale risulta inefficace la recitazione dell'intero cast, senza voler far torto a nessuno in particolare, sebbene sia davvero inspiegabile la scelta della Henstridge (un cedimento dell'autarchico Carpenter verso la lectio delle major che prescrivono almeno una bonazza per film?) e totalmente fuori ruolo il buon Ice Cube, che vorrebbe probabilmente ripescare la figura del cow boy cupo, rassegnato, ma uomo (ed umano) fino in fondo. Ice Cube non riesce ad incarnare questo stereotipo, limitandosi a far vagare il suo grasso corpicino in giro per il set, con una perenne espressione da cane bastonato. Eppure, nonostante i dialoghi da fotoromanzo e la narrazione eccessivamente confusa, Ghost of Mars rimane un'opera buona, una delle migliori prove di Carpenter, ricca di visioni suggestive proprio per la loro natura cruda ed artigianale, equilibrata fra le evidenti suggestioni steampunk (i treni, i quadri di comando ed i macchinari in genere…) con un insolito sottinteso sessuale garantito dalla presenza di un gruppo assortito di maschi e femmine in tenuta di pelle e cuoio simil sado-maso. Il digitale viene usato dal regista per cercare di rendere una sensazione di straniamento (quando gli spiriti marziani guardano noi) e bisogna ammettere che l'esperimento è ottimamente riuscito. Finale, come spesso accade per questo autore fuori dalle pastoie hollywoodiane, apocalittico ed ironico nello stesso tempo e con una morale di fondo assai interessante: in tempi duri e difficili, una delle vie migliori per sopravvivere all'omologazione (l'invasamento da parte degli alieni) sembra essere l'assunzione di un qualche tipo di sostanza stupefacente (le pasticche che inghiotte Ballard), fatto che può essere inteso nel suo senso più diretto o metaforizzato (droga = cinema), fate voi. Recentemente, nella storia della celluloide, un altro personaggio ha dovuto inghiottire una pillola (e poteva scegliere, se rossa o blu) per vincere le pastoie di una realtà virtuale che lo vincolava ed imprigionava… Sarà un caso?
Curiosità, errori e citazioni: Il film è stato girato nei pressi di una cava di gesso alla periferia di Albuquerque, Nuovo Messico, ma siccome il terreno si presentava bianco occorreva trattarlo ogni giorno con speciali coloranti rossi per alimenti, non nocivi. Prima di iniziare le riprese si dice che il regista abbia preteso una preghiera propiziatoria dallo sciamano di una vecchia tribù indiana dei dintorni. Colonna sonora dello stesso Carpenter, in questa occasione coadiuvato dalla metal band Anthrax, fan dichiarati del regista.
(Elvezio Sciallis/www.clubghost.it/***)

Non ce ne vogliano gli agguerriti fans del maestro del fanta-horror John Carpenter; chi vi scrive quando era giovane era considerato dai suoi amici una specie di ultrà del geniale regista, al punto da contare i giorni, le ore, i minuti e persino i secondi che mancavano all'uscita del suo nuovo film. Ora che giovane non lo è più, guarda con divertito stupore a questa sorta di cerimonia autocelebrativa che è Fantasmi da Marte. Sembra quasi che per Carpenter il tempo non sia mai passato; fa sempre lo stesso film con le stesse tematiche; le oscure forze del male che si impossessano degli esseri umani come nella Cosa o nel Signore del male; posseduti che si trasformano in feroci e mostruosi guerrieri barbari, vestiti in stile dark e punk che lanciano grida mostruose in un linguaggio incomprensibile. Unica concessione alla moda di oggi è il piercing, di cui fanno largo uso i dannati. E poi la droga che circola liberamennte sia tra le forze di polizia che tra i delinquenti; il solito prigioniero che come in 1997 fuga da New York, finisce per passare dalla parte della legge; la solita strage in carcere che ricorda troppo da vicino quella di Distretto 13 e la musica composta dallo stesso regista senza alcun risparmio di decibel. Il cinema, nel corso degli anni, è cambiato anche se poco in bene e molto in male ma Carpenter sembra quasi non essersene accorto e tira avanti per la sua strada, rispolverando il western di un tempo e contaminandolo con la fantascienza. Il risultato è un filmettino da serie B, da zona retrocessione che se fosse stato girato da un Deodato qualsiasi non sarebbe nemmeno stato distribuito nel normale circuito cinematografico. Carpenter tenta la stessa operazione fatta da Dario Argento con Non ho sonno; lì il regista romano si autocelebrava come maestro del giallo all'italiana, in Fantasmi da Marte è Carpenter che si atteggia a vate del fanta horror. Risultato è che entrambi, guardandosi troppo in un metaforico specchio filmico e piacendosi troppo, scivolano nel ridicolo, mostrandosi più che altro maestri dell'immutabilità.
(www.cinematusei.it/**)

Nella scena in cui i superstiti bloccano una porta con una tanica di liquido infiammabile e poi ci sparano facendola esplodere addosso al cattivo di turno si può notare come la stessa rimanga integra nonostante l'esplosione dovuta a un proiettile contro di essa. Notato da Mirco Pierfederici.
All'inizio del film, quando il gruppo arriva al campo, si dice che devono utilizzare maschere perché l'aria non sarà disponibile per dieci anni. Ma poi durante il film un po' si usano ed un po' no.
(Errori nei film/www.bloopers.it/)