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1997 Fuga da New York (Escape from New York)
di John Carpenter (Action-Thriller/Usa/1981/99min)
con Kurt Russell, Lee Van Cleef, Ernest Borgnine, Donald Pleasence, Isaac Hayes, Season Hubley, Harry Dean Stanton, Adrienne Barbeau, Tom Atkins, Charles Cyphers, Joe Unger, Frank Doubleday, John Strobel, John Cothran Jr., Garrett Bergfeld



1997. New York city is now a maximum security prison. Breaking out is impossible. Breaking in is insane.
Film diretto da John Carpenter nel 1981, basato su una sua idea dell'epoca di "Dark Star", fu un grande successo in Europa ma anche uno dei suoi maggiori insuccessi commerciali in patria; protagonista è Snake Plissken (Italianizzato in Jena per motivi di doppiaggio), un eroe di guerra con un glorioso passato remoto e un oscuro passato prossimo (una rapina andata male a Kansas City) che viene mandato in una New York, trasformata in carcere di massima sicurezza, a recuperare il presidente degli Stati Uniti, rapito da terroristi prima e dalle gang cittadine dopo (La discesa agli inferi di molti miti greci). Kurt Russel (Carpenter lo scelse all'ultimo minuto, sostituendo Tommy Lee Jones) nei panni di Jena affronta una dopo l'altra una serie di prove che rimandano chiaramente all'idea che Carpenter ha della decadenza Americana: incontri di catch, i barboni di New York, il predominio delle bande di Gangster, l'incapacità del governo degli USA nella politica e nell'azione etc. etc.: più che un film di fantascienza è una spietata analisi dell'America fine anni '70-inizio '80. Il seguito,"Fuga da Los Angeles" - Paramount 1997 (sarebbe meglio definirlo un remake fatto dallo stesso regista) affronta le stesse tematiche parlando dell'America di fine millennio e delle sue fobie e dei suoi miti. Il personaggio di Jena è un chiaro eroe cyberpunk (sebbene il genere e il termine cyberpunk ancora non fosse stato creato da Gibson, anche Blade Runner doveva ancora essere girato), cattivo più dei "cattivi" quando serve ma essenzialmente dotato di coscienza e migliore dei "buoni" (in questo caso il Governo USA e le forze di polizia), in parte è preso da film Western ("Lo straniero senza nome" di Sergio Leone, "Un dollaro d'onore" di Howard Hawks, con Dean Martin) e in parte è il prodotto americano della guerra del Vietnam (Il paragone con "Rambo" è facile, vengono tutti e due dallo stesso retaggio di onore /guerra /problemi con le istituzioni USA)
(http://www.morganaweb.com/cornici/1997.htm/***)

Dopo aver girato il suo primo lungometraggio, "DARK STAR", John Carpenter sfoga tutta la sua rabbia e la sua amarezza con "DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE", un film dalle atmosfere cupe e violente racchiuse in uno schema da film western di serie B. La pellicola riscuote un incredibile successo quando viene presentata al Festival di Londra nel '77, grazie al suo stile classico e nello stesso tempo contaminato dal mistero, da sacrifici di sangue, riti voodoo e personaggi carichi di nevrosi. Purtroppo anche questo secondo film di Carpenter risulta un fiasco in America, ma ottiene un discreto successo in Europa. Nel 1978 esce "HALLOWEEN", un film entrato nella storia del cinema horror che ha creato centinaia di tentativi di imitazione e che riscuote un buon successo anche in patria. John Carpenter comincia ad affrontare il futuro con maggiore fiducia, e dopo aver girato due film per la televisione ("SOMEONE IS WATCHING ME" del '78 e "ELVIS, IL RE DEL ROCK" del '79 con Kurt Russel), fa uscire un altro grande horror, "FOG" del 1979. La regia controllata e poetica di Carpenter, il fascino visivo, il crescendo drammatico della vicenda, e il forte richiamo ai "B-movies" degli anni '50, fanno si che "FOG" risulti un altro grande successo di critica e di pubblico. La Avco Embassy è rassicurata a tal punto da poter finanziare un vecchio progetto di Carpenter, quel "1997: FUGA DA NEW YORK" che rimane per molti un cult-movie e comunque un esempio di cinema di fantascienza cupa e disperata uscito prima del grande "BLADE RUNNER" di Ridley Scott. "FUGA DA NEW YORK" del 1981 continua il personale ritratto che Carpenter fa delle metropoli americane e della violenza che dilaga in esse, un progetto iniziato con "DISTRETTO 13" ma che qui viene portato all'estremo ed intrappolato in una trama che si dirama in una New York del futuro diventata carcere di massima sicurezza autogestito da bande di assassini e criminali, nella quale un anti-eroe chiamato Jena Pliskeen deve lottare contro il tempo ed entrare in un surreale inferno notturno, recuperare il presidente degli Stati Uniti tenuto in ostaggio, e riportare a casa la pellaccia prima che un veleno iniettatogli dalle autorità accampate all'esterno del carcere faccia effetto. L'attore Kurt Russel è perfetto nel ruolo di Jena, a cui da il risalto di un personaggio da fumetto. Il film chiude il primo ciclo della cinematografia di John Carpenter, enfatizzando tutti gli elementi che hanno caratterizzato i suoi film precedenti: gli agguati notturni, il mistero e la paura che vengono dal buio e dal sottosuolo, la sfiducia nelle istituzioni ed autorità statali, la paura degli istinti bestiali dell'uomo, il forte senso di crollo di una civiltà che alleva in seno i barbari che la distruggeranno (non per niente è Manhattan, il cuore sociale ed economico di New York, a diventare carcere di massima sicurezza). Dato il suo forte anti-americanismo, "FUGA DA NEW YORK", non incontra il favore del grande pubblico e si rivela un flop.
(http://digilander.iol.it/cdvideomaniacs/*****)

Mentre è in corso la terza guerra mondiale, l' aereo del presidente degli Stati Uniti con annessi segreti militari precipita su New York nel frattempo diventata prigione di massima sicurezza. L' ex eroe di guerra Jena Plissken (snake nell' originale) ha 24 ore di tempo per recuperarlo prima che gli esploda una micro carica piazzata nel cranio. E' uno dei film che più hanno segnato l' immaginario collettivo negli anni '80. Carpenter co-autore sia della sceneggiatura, sia della colonna sonora, e vera colonna portante del film, azzecca in pieno la tipologia di opera che ebbe una folta schiera di imitatori (più di 50 titoli), mantenendo ai massimi livelli la suspence, il senso della lotta contro il tempo, nei suoi ambienti da brivido, e con un tocco sardonico che non guasta (non solo nel finale). Ottimo anche il lavoro di Kurt Russel che deve il suo lancio di attore proprio a questo film.
(www.ciakmania.it/****)

Poco meno di venti anni fa la mente geniale e perversa di John Carpenter ipotizzava una "soluzione" al problema della criminalità newyorkese: trasformare l'intera isola di Manhattan in un immenso penintenziario, circondato da mura altissime sorvegliate ventiquattro ore su ventiquattro, dal quale era impossibile scappare. I detenuti, come autentiche bestie in un parco naturale, erano lasciati allo stato brado, liberi di formare comunità, di eleggere i loro leader, di uccidere, di esprimersi insomma secondo la loro natura brutale e irrecuperabile (una bella metafora, caustica e violenta, del sistema giudiziario statunitense, da sempre teso non al recupero del criminale bensì alla sua mortificazione e punizione - una bella metafora per uno Stato che, mentre si vanta di essere civile e si arroga il diritto di autoproclamarsi leader mondiale politico come culturale, si fa acceso sostenitore della "vendetta di Stato" attraverso la pena di morte). Una sola era la regola che vigeva su questo penitenziario, come il narratore non si fa scrupolo di avvertirci sin dall'inizio: una volta dentro non si esce più. In questo mondo cupo ed infernale, sottolineato da una fotografia scurissima e da una musica martellante (composta da Carpenter stesso), dove la notte sembra non avere fine (si noti bene che "Fuga da New York", essendo del 1981, precede anche se di poco il ben più famoso "Blade Runner", che deve moltissimo a questo film, i cui effetti speciali furono assicurati - e da chi se no? - da James Cameron, che poi avrà ben presente questa esperienza, quando andrà a ricreare il mondo allucinato e decadente di "Terminator") va a precipitare, grazie ad un dirottatore, l'aereo presidenziale. Il presidente si salva ma diventa immediatamente vittima dei prigionieri e del leader di essi, "il duca". Ad essere incaricato del recupero del presidente è un criminale con la fedina penale lunga un chilometro, cui viene promessa in cambio la libertà (ed anche iniettato un veleno che gli verrà neutralizzato al termine della missione, tanto per avere un'assicurazione in più). Interpretato da un grandissimo ed irripetibile Kurt Russel (che ancora a distanza di anni fa fatica a togliersi di dosso l'immagine di questo personaggio), "Snake" Plissken (diventato nella versione italiana inspiegabilmente Iena Plissken, forse grazie ad un direttore del doppiaggio nostalgico di tutte le storpiature operate con i personaggi di "Star Wars") è il modello perfetto dell'antieroe cupo e romantico, solido, tutto di un pezzo, che ricorda in maniera impressionante il "pistolero senza nome" cui diede un volto Clint Eastwood nella immortale "trilogia del dollaro" di Sergio Leone (e ad acuire questa somiglianza troviamo, nei panni del direttore della prigione che incarica Iena di portare in salvo il presidente un attempato ma sempre grandioso Lee Van Cleef) e che poi, nel cinema di Hong Kong, e' diventato l'assai più espressivo Chow Yun Fat di moltissime pellicole di John Woo, da "The Killer" a "A better Tomorrow". Oltre a Lee Van Cleef, tutta una serie di bravissimi caratteristi da vita ai personaggi secondari (ricordiamo, tra tutti, l'attore che interpreta "Mente"). Difficile per lo spettatore di oggi, abituato ai ritmi vorticosi del cinema d'azione americano, pensare a "Fuga da New York" come ad un film d'azione. In effetti le scene d'azione non sono moltissime, il ritmo risulta in certi momenti addirittura statico, e la tensione sembra lasciare il posto a qualcosa di ben più serio e profondo: l'angoscia, il terrore apocalittico, una visione della società del futuro decisamente negativa e non auspicabile. Capostipite dunque, come già detto, di tutta una serie di film di fantascienza di lì a venire, "Fuga da New York" e' anche, tuttavia, una satira ferocissima a livello politico. Della critica al sistema giudiziario americano si è già detto. A questo bisogna aggiungere un ritratto del presidente della maggiore potenza mondiale come di un uomo profondamente vile, sempre pronto a veder morire gli altri pur di salvare la pelle, incapace di capire il valore di chi lo circonda e si apprezzarlo. Una macchietta ferocemente tratteggiata, il cui degno epitaffio sta tutto nella scena finale, dove di fronte a milioni di telespettatori si rende ridicolo mandando in onda, al posto della cassetta che assicurava la dismissione dell'atomica, un brano musicale. Eh sì, davvero, benvenuti nel mondo della razza umana.
(Federica Arnolfo/www.cinemah.com/*****)