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Fuga da Los Angeles (Escape from L.A.) Fuga da Los Angeles (Escape from L.A.) Richiamami Jena. Carpenter fa il bis, col senno, gli effetti speciali
e il montaggio "virtuale" di 16 anni dopo, del suo 1997 fuga
da New York, che ora è una Fuga da Los Angeles, ma segue pedissequamente
nella sceneggiatura firmata anche da Debra Hill e dal protagonista Kurt
Russell il modello originario. A tutto fumetto muovendosi in una scenografia
notturna e allarmante di Lawrence G. Paull. Che deve tener conto del
micidiale terremoto che sconvolgerà Los Angeles il 23 agosto
del 2000, The Big One, e del fatto che la metropoli, separata dalla
California, sarà ridotta a una acquitrinosa rovina, un'isola
dell'Apocalisse dove sono raccolti i ribelli del "politically correct".
Se nel '97 Jena, con benda nera sull'occhio, salvava la vita al presidente,
nel 2013 deve recuperare la figlia del nuovo capo di Stato che, disapprovando
papà che ha messo al bando fumo, gioco d'azzardo, carne rossa
e sesso non ufficiale, si allea al suo nemico. Ovvero il ribelle Cuervo,
mix fra Sentiero Luminoso e Che Guevara, padrone di un sistema che annulla
le conquiste dell'uomo. Si ripete il gag dell'iniezione del virus mortale,
per cui il nostro Kurt avrebbe, salvo contrordini, 10 ore di vita prima
di crepare. Da qui la solita sarabanda di surrealtà fumettare,
fasci di luce, parolacce, macchine olografiche. Sunset Boulevard è
diventato rovina, surfisti pazzi lo percorrono, star, replicanti homeless,
mostri della chirurgia plastica reduci del lifting obbligatorio. Un
telecomando è pronto per bloccare il mondo, ma prima di ricominciare
daccapo si può gustare un'ultima sigaretta. Qualche graffio qua
e là (la terribile partita di basket da cui non si esce vivi
se non si fanno due canestri in 10 secondi), l'apparizione di Valeria
Golino musulmana, l'ondivaga e frastornante colonna sonora tentano di
riempire un film vuoto e ripetitivo. Con esibizioni di deltaplano, ma
assoluta immobilità inventiva, nonostante l'apparente confusione
e pochi minuti che dividono dal collasso del disperato Snake, che deve
introdursi a Sodoma, dove si fuma, si fa sesso, si mangia carne, ed
eliminare Utopia. Affascinato dalle tenebre, Carpenter, di cui non si
disconoscono i meriti di culto, si adagia in un remake dal polemico
finale in cui Jena uccide la tecnologia, il Male. Potere che corrompe,
mania religiosa, revival del fascismo: a Jena non importa di niente,
gli basta vivere 60 secondi in più e schiacciare un bottone:
non per morale, per voglia d'azione. America 2013. Sotto la dittatura "democratica" di un Presidente
fanatico e bacchettone (Cliff Robertson) trionfa la restaurazione puritana:
chi non crede in Dio, chi è omossessuale, chi pratica la fornicazione
non autorizzata o fa cose anche peggiori, come fumare e mangiare carne
rossa, viene condannato al carcere a vita. Come prigione dei "politicamente
scorretti" si presta bene Los Angeles, terremotata dal Big One
e divisa dal continente. Ma la figlia Utopia si ribella al Presidente,
trafuga una valigetta nera capace di annullare ogni forma di energia
e va nella Città degli Angeli a raggiungere Cuervo (George Corraface
in una imbarazzante truccatura all "Che" Guevara), che sta
organizzando un colpo di Stato. Alle autorità non resta che rivolgersi
a Jena Plissken: non fu lui a risolvere i problemi di un altro Presidente
in "1997: fuga da New York"? Obbligato a correre contro il
tempo (un virus mortale gli circola nelle vene), il più anarchico
degli eroi massacra i guerriglieri di Cuervo, cavalca le onde assieme
al vecchio surfer Peter Fonda, gioca una partita a basket contro la
morte, si munisce di ali e cala dall'alto sui nemici. Solo contro tutti
come sempre; però questa volta, nell'epilogo, avrà in
mano il futuro stile di vita dell'umanità. Sceglierà una
soluzione "ecologista" che vale la pena di scroprire da soli.
Ma vale anche la pena di andare a vedere "Fuga da Los Angeles",
ripresa a sedici anni di distanza (nella finzione e nella realtà)
del cult-movie di John Carpenter che lanciò il mitico eroe interpretato
da Kurt Russell e produsse un numero infinito di emuli? Negli altri
paesi la critica non è stata tenera con il film. La disapprovazione,
in sostanza, dipende da un equivoco: ci si aspettava un sequel, ci si
è trovati dinanzi un remake mascherato del prototipo. "Fuga
da Los Angeles" ne riproduce il soggetto e quasi tutte le situazioni
sono piccole varianti (incluso il tormentone della frase rivolto a Jena:
là era "ti credevo morto", qui "ti facevo più
alto"). Anche i personaggi secondari sono quasi gli stessi: Steve
Buscemi fa da guida a Jena al posto del vecchio Ernest Borgnine, Valeria
Golino riprende la parte di Adrienne Barbeau e così via. Pare
proprio che l'orologio si sia fermato per Carpenter e per Kurt, il quale
non ha aggiunto una ruga al viso del superman dall'occhio bendato, inossidabile
come ogni eroe dei fumetti. Il regista ammicca allo spettatore in un
gioco continuo di autocitazioni, rinforzandole con i nuovi effetti speciali
digitali (ma si rimpiangono i fondali in matterpainting dell'originale,
che erano di James Cameron). Di nuovo aggiunge solo un elemento: l'ironia
feroce contro quelli che potrebbero gli effetti futuri del neo-moralismo
dilagante. Praticando questo genere di esercizi la parodia è
sempre in agguato: il che non impedisce a "Fuga da Los Angeles"
di essere uno spettacolone da 50 milioni di dollare eccitante e divertente,
che i fan non vorranno perdersi. Più che un seguito sembra un Remake. Quindici anni dopo, John
Carpenter "rifà" 1997. Fuga da New York ribattezzandolo
Fuga da Los Angeles. Al titolo manca la data (ora siamo nel 2013), ma
la sostanza non cambia. Anzi i "carpenteriani" ritroveranno,
disseminate nel film, quelle strizzatine d'occhio, quelle spiritosaggini,
nonché l'accattivante motivo musicale, che fecero la fortuna
dell'originale. Un esempio? L'immancabile frase "Chiamami Jena"
arriva subito dopo i titoli di testa, mentre il tormentone di turno
riguarda l'altezza dell'eroe: l'altra volta tutti lo credevano morto,
adesso tutti lo trovano basso. Capelli lunghi, benda sull'occhio sinistro,
canottiera nera e pantaloni mimetici, il detenuto Jena Plissken (in
originale "Snake", serpente, come testimonia quel tatuaggio
sullo stomaco) viene ingaggiato per un'altra missione impossibile. Per
"convincerlo" ad accettare gli iniettano a tradimento un virus
mortale, il Plutoxil, che gli lascia 9 ore di vita (salvo somministrazione
dell'antidoto). C'è da andare a Los Angeles, che non è
più la solare città degli angeli: un terremoto l'ha ridotta
in rovine, trasformandola in un'isola circondata dal mare dove sono
stati deportati reietti, balordi e criminali di ogni risma. Su quella
specie di penitenziario-città, governata da un sanguinario guerrigliero
di Sendero Luminoso con la faccia di Che Guevara (una scivolata di gusto),
s'è nascosta la figlia ribelle del presidente degli Stati Uniti,
Utopia, scappata al controllo del padre con una "scatola nera"
dai poteri apocalittici. Non che l'America "normale" se la
passi meglio. L'odioso presidente ha annullato ogni libertà costituzionale,
mettendo al bando il fumo, la carne rossa, il gioco d'azzardo, le droghe
e il sesso al di fuori del matrimonio. Un vero e proprio stato di polizia,
cupo e forcaiolo, dove nessuno vorrebbe vivere: e infatti Jena, al ritorno
dalla missione, avrà in serbo una bella sorpresina per il tiranno...
Nonostante il moltiplicarsi degli effetti speciali e dei trucchi al
computer, Fuga da Los Angeles fa rimpiangere l'asciutta ironia dell'originale,
quel cocktail di noir degradato e fantascienza metropolitana che piacque
tanto al pubblico e alla critica. Trasportando la vicenda nella città
simbolo della West Coast, Carpenter accentua il tono beffardo, come
attesta l'episodio ambientato in una clinica di chirurgia estetica:
dove chirurghi e infermiere gonfi di silicone e dai connotati mostruosamente
ritoccati continuano a infierire sui corpi dei malcapitati. Ma è
un po' tutto il culto della politically correctness a essere preso di
mira dagli autori del film, con un evidente riferimento alle "proibizioni"
in voga nell'America attuale. Non a caso, Jena, prima di spegnere il
pianeta invocando un nuovo "regno della razza umana", aspirerà
voluttuosamente una boccata di sigaretta, di una marca molto speciale:
"American Spirit"... Catalogato come un "tipo rétro,
terribilmente anni Ottanta", l'eroe interpretato da Kurt Russell
(figura pure in veste di co-produttore) si muove tra sparatorie, imboscate
e prove di coraggio con l'aria spavalda del soldato di ventura. A suo
modo è "l'ultimo degli indipendenti", un anarchico
senza tetto né legge, un avventuriero solitario che lotta, come
Mad Max o l'uomo-pesce di Waterworld, esclusivamente per la propria
sopravvivenza. Divertente? Abbastanza. Anche se le scene d'azione risultano
un po' stiracchiate, inerti, mentre le trovate a effetto (il surf su
quell'onda gigantesca che irrompe sul Wilshire Boulevard) non vanno
oltre il gioco scenografico legato alla reinvenzione di una Los Angeles
degradata e fatiscente. In buona forma fisica, Kurt Russell picchia
duro e sgrana battute rocciose alla Eastwood; gli sono accanto, nell'improba
missione, un Peter Fonda surfista hippie e una Valeria Golino musulmana
che schiatta quasi subito. In patria Fuga da Los Angeles è stato
commercialmente un disastro. Chissà che nella vecchia Europa,
dove Carpenter continua a vantare una solida schiera di aficionados,
il film non vada commercialmente meglio. L'uomo ha perso lo smalto dei
giorni migliori, ma con quello che si vede in giro… Los Angeles è stata gettata in mezzo al Pacifico da The Big
One, il terremoto che ci si aspettava già negli ultimi decenni
del ventesimo secolo. D'altra parte, a quei tempi nessuno prendeva la
questione troppo sul serio. E infatti, più che della faglia di
San Andrea, i californiani si preoccupavano dei danni del fumo e della
dieta a base di carni rosse. Del resto oggi, tredicesimo anno del terzo
millennio, sono fuori legge le pellicce, il linguaggio scurrile e tutto
quel che non sia politically correct. In compenso, c'è un Presidente
a vita che ha trasferito la capitale da Washington alla città
dal nome beneaugurante di Lynchburg (la legge di Lynch regola appunto
quella pratica che consiste nell'esecuzione sbrigativa e a furor di
popolo dei reprobi). Tutto procederebbe nel migliore dei modi, se il
Terzo Mondo, compatto sotto il comando di Cuervo Jones, un Che con i
modi d'un narcotrafficante, non marciasse alla conquista degli Usa…
Questo è lo sfondo per così dire storico-politico sul
quale si svolge Fuga da Los Angeles, che John Carpenter ha girato pensando
al suo 1997 Fuga da New York (1981). Ora come allora, il protagonista
di questo fumetto esplicito e deliberato è Jena (in originale
Snake, serpente) Plissken, un fuorilegge manesco che ha la faccia e
i modi spicci del bravo Kurt Russel. Convinto che gli abbiano inoculato
un terribile virus che, in mancanza d'antidoto, lo ucciderà in
10 ore, Jena accetta d'andare in missione sull'isola di Los Angeles
con due compiti precisi: uccidere Utopia, la figlia del presidente passata
con Cuervo, e insieme recuperare un marchingegno che la ragazza ha sottratto
al padre. Si tratta d'un comune telecomando, che però è
in grado di spegnere l'energia artificiale di tutto il mondo (compresa
quella applicata alle sedie elettriche, per lo più in onore di
quel tale Lynch). Fuga da Los Angeles è ben lontano dalla tragicità
beffarda di 1997 - Fuga da New York, la cui disperazione metropolitana
anticipava addirittura quella del grande Blade Runner (Ridley Scott,
1982). Ora, con Debra Hill e lo stesso Russel, Carpenter ha scritto
una sceneggiatura attenta più alla critica di costume, o meglio
all'ironia di costume, che alla fantascienza e al noir. Ne vien fuori
un film zeppo di effetti stereofonici, di sparatorie fulminanti, di
smargiassate (c'è un'esibizione in surf di notevole effetto fumettistico),
di riferimenti ironici a usi e costumi di Hollywood e Beverly Hills.
Insomma, non si tratta del Carpenter migliore. D'altra parte, con tutti
i suoi limiti, il ritorno di Jena Plissken surclassa quel monumento
all'idiozia da effetto speciale roboante e privo di senso dell'umorismo
che è Indipendence Day (Roland Emmerich, 1996). Come vorremmo parlar benissimo, o almeno bene, del ritorno di Jena
(o Snake, come nell'originale) Plissken. 1997 Fuga da New York è
un film che ai suoi tempi abbiamo adorato e onorato. Ma questo, più
che un sequel (come ha osservato giustamente Roberto Nepoti su Repubblica)
è un mero remake. Per nulla appesantito, il digrignante Kurt
Russell viene ora incaricato dal dittatoriale presidente Usa Cliff Robertson
di recuperare dall'isola-ghetto di Los Angeles (c'è stato un
terremoto che ha modificato il territorio) un congegno micidiale che
la figlia Utopia (A.J. Langer) ha portato con sé. C'è
effettivamente un sano spiritaccio anarchico (reazionario?) in Carpenter
che lo porta a simpatiche prese di posizione anti-politically correct
e ad apocalissi che guardano alla ricostruzione, ma di quanti personaggi
riciclati o insipidi e situazioni consumate da mill'altre visioni è
infarcita la Storia! Peraltro il tutto corre svelto e conciso, dote
inalienabile dei migliori (e Carpenter è tra questi) registi
d'azione "nati" nei '70, per cui vederlo si può. Ma
giusto quello. Il film si svolge all'insegna dell'avventura e dell'azione il più
frenetiche e rumorose possibile. Portando alla ribalta l'analogo personaggio
di un precedente, fortunato film dello stesso regista (1997: Fuga da
New York), la storia accentua l'accumularsi di elementi fantastici in
un panorama apocalittico senz'altro ben costruito quanto a scenografie
ma alla fine eccessivo e frastornante, troppo sopra le righe. Va poi
sottolineata, dal punto di vista pastorale, la costante presenza di
un clima di violenza e di sopraffazione dell'uno contro l'altro che
si affianca a momenti più decisamente ironici e di critica a
certi settori della vita pubblica americana. MA I SENDERISTI NON GUARDANO TELENOVELAS Era il 1981 quando nei cinema di tutto il mondo uscì un film
che era un misto fra il film di fantascienza ed il film d'azione e che,
nel suo essere innanzi tutto un fumetto su grande schermo, sarebbe rimasto
probabilmente insuperato. S'intitolava 1997 Fuga da New York. Ora, a
distanza di sedici anni (e sedici anni sono passati anche nella vita
di Jena Plissken), John Carpenter e Kurt Russell ci riprovano con Fuga
da Los Angeles, più che un seguito una vera e propria riedizione
aggiornata dell'ormai vecchio successo. Siamo nel 2013 e l'isola di
Los Angeles, dopo il terribile terremoto del 2000, è diventata
un carcere di massima sicurezza circondato da altissime mura dove vengono
confinati tutti gli individui che, per la loro immoralità, sono
considerati indesiderati sul territorio americano. Jena Plissken sta
per essere incarcerato ed ancora una volta gli viene fatta una proposta
che non può rifiutare: andare sull'isola e recuperare una valigetta
che contiene un'arma top secret in cambio della sua vita. Ha dieci ore
di tempo e deve lottare contro il cronometro per evitare di essere ucciso
dal virus che nel frattempo è stato iniettato nel suo corpo.
Se rivedere Kurt Russell nei panni del buon vecchio Jena Plissken o
riascoltare la musica dei titoli di testa non può che far piacere,
altrettanto non si può certamente dire di un film che lascia
completamente spiazzati. Che senso ha rifare letteralmente un film senza
aggiungere in pratica nulla di nuovo se non effetti speciali più
moderni ed una buona dose di computer grafica? A parte il fatto che
gli stessi effetti non convincono pienamente, o almeno non sempre, è
l'intero Fuga da Los Angeles a deludere. E se di certo non potrà
essere un nuovo cult movie, ci sono molti dubbi anche sulle sue possibilità
di essere un grande successo di pubblico, non essendo mai trascinante
ed utilizzando un'ironia ben poco graffiante. Due i personaggi che emergono
con la loro simpatia e stranezza da un insieme di figure molto spesso
poco interessanti: un sempre bravo Steve Buscemi nei panni dell'astuto
e furbo Map To The Stars Eddie e Peter Fonda in quelli di Pipeline,
il surfista sballato che vive fra le rovine di Los Angeles in attesa
della grande onda. Francamente non mi pare che le critiche ricevute siano del tutto giustificate.
E' chiaro che questa seconda avventura del mitico Iena Plissken non
è assolutamente all'altezza della prima, ma "Escape from
L.A." voleva solamente essere un film d'azione divertente. E questo
è proprio ciò che è: un fim d'azione divertente.
Un po' improbabile, ma divertente. Più che un sequel sembra un
remake, con una storia molto simile a quella di "1997", adattata
ai tempi ed ai luoghi. In effetti una delle cose che avevano reso grande
il primo film era stato proprio l'estremo realismo (sembra incredibile,
ma è così) dei personaggi secondari e delle situazioni,
seppure tutto portato all'eccesso. Se quella che abbiamo visto nel primo
film era una versione paradossale di New York, questa è davvero
una versione ultra esagerata di Los Angeles. Ad esempio: a New York
il capo, il Duca, era un nero; a Los Angeles il capo è un messicano.
Rispetto al primo la vicenda è ancor più radicata nei
luoghi e negli usi tipici della città: Disneyland, le mappe delle
case delle star, la chirurgia plastica, Sunset Boulevard, il surf, il
basket... Le scene d'azione non sono male. Ok, quelle in CGA sono brutte
e la scena del surf è veramente orrenda, ma quando Iena ci da
dentro è sempre il buon vecchio Iena, anche se è così
"ventesimo secolo". E poi c'è il personaggio di Johnny
"Starmap" (Steve Buscemi), che è veramente eccezionale
(e che bella la scena della droga). Non so quanto possa incidere sul
giudizio il fatto di conoscere la città in cui si svolge la vicenda,
sicuramente mi ha reso un po' più divertente un paio di scene,
ma non è una componente principale più di tanto. Trovo
veramente che sia un film più che discreto: leggero, divertente
e appasionante. In tempi di "tarantinismo" cinematografico imperante (ma
qualcuno si ricorda che solo quattro anni fa eravamo circondati da cloni
di Linch?) è un bene che qualcuno ristabilisca le giuste primogeniture
in materia di esplosione e commistione dei generi nell'immaginario del
cinema americano (e non solo). Questo qualcuno (che in verità
ha sempre mantenuto il suo status di "culto" da una posizione
defilata) è John Carpenter, che ha firmato con questo suo "remake"
il flop commerciale più bello dell'anno. Ha rimesso in piedi,
imbolsito al punto giusto, uno (fisicamente) straripante Kurt Russell
nel ruolo di "Snake Plinski" ("Jena" per i bizzarri
traduttori italiani, ma nel cambio forse ci guadagna qualcosa) vent'anni
dopo (siamo nel 2013). Ha confezionato la più improbabile delle
sceneggiature per permettere al suo personaggio-icona di condurre alle
estreme conseguenze le proprie apocalittiche congetture (mescolate ad
una buona dose di ecologismo reazionario) sul suicidio liberticida del
sistema americano, depistando critica (solo quella americana) e pubblico
(tutto) a colpi di sgangherati rimandi visivi all'immaginario campo
della fiction povera del cinema dei '50 e '60 (da antologia rimarrà
la scena di surf all'inseguimento della decappottabile di Steve Buscemi).
Carpenter è feroce sia con i dittatori che con i (presunti) rivoluzionari,
e con il terribile finale toglie ogni spazio all'illusione di una possibile
"luce": coincidendo il buio "tecnologico" del pianeta
con quello dello schermo sui titoli di coda ci parla anche delle speranze
infrante del cinema (e l'insuccesso del film sta lì a confermarlo).
Ci sono anche: Peter Fonda (stralunato surfista), Valeria Golino (la
cui incommensurabile dote di attrice sta nell'essere eliminata fisicamente,
provocando una vera e propria immedesimazione plaudente del pubblico
nel suo assassino), Steve Buscemi (citare con stupore i pochi films
in cui non compare...) e la regina dellla blackploitation Pam Grier.
Seguito ideale di quel "1997: Fuga da New York" che consacrò
Kurt Russell (e il suo personaggio "Iena" Plissken) attore
di culto, "Fuga Da Los Angeles" ripropone pedissequamente
luoghi, situazioni e battute del suo predecessore, mutando però
radicalmente i presupposti morali della trama. Se a New York "Iena"
doveva scontrarsi con criminali tradizionali, nella città di
Los Angeles (distaccatasi dall'America in seguito ad un gigantesco terremoto)
sono confinati gli indesiderabili della nuova America moralista e ultra
conservatrice. I presupposti non ingannino: non tutti gli idealisti
e i filosofi sono degni di considerazione e stima. Non lo è,
sicuramente, Cuervo Jones (George Carraface), uno spietato rivoluzionario
sudamericano che ricorda molto Che Guevara, auto proclamatosi "Leader
Maximo" di Los Angeles e pronto a riscattare coloro che considera
gli oppressi con mezzi non proprio ortodossi e condivisibili. Non meno
pericoloso e detestabile è il Presidente degli Stati Uniti (Cliff
Robertson), uomo vile e bigotto pronto ad adottare senza rimorsi provvedimenti
di sommaria intolleranza al fine di garantire il surreale ordine morale
alla base della sua politica. In questo scenario agisce Plissken, ancora
una volta costretto con l'inganno a recarsi nella città-prigione
per recuperare una misteriosa valigia dal letale contenuto rubata da
Utopia, figlia dissidente (e particolarmente svanita) del Presidente,
e consegnata al pericoloso Cuervo. Non c'è salvezza nel mondo
sognato (temuto?) da Carpenter, solo dannazione e dannati. Il famoso
pessimismo dell'autore si spinge al suo limite in quest'ultima opera,
raggiungendo un punto di non ritorno in cui la condanna di ogni estremismo
è urlata con tale anarchica rabbia da far temere allo spettatore
l'instaurarsi di nuove e ancor più estreme ideologie. "Fuga
da Los Angeles" è un film coraggioso, capace di affrontare
argomenti scomodi con spietata naturalezza, che possiede anche l'indubbio
merito di ironizzare sui luoghi comuni dell'action movie pur sfruttandoli
ed usandoli con impudica avidità. In esso si sopperisce alla
mancanza (o, perlomeno, alla occasionale latenza) di violenza fisica
con tanta, troppa, violenza ideologica rispetto alla quale l'autore,
rappresentato idealmente dalla sua controparte filmica Russel-Plissken,
non assume mai una precisa posizione, lasciandosi ogni responsabilità
alle spalle con una studiata noncuranza degna dei migliori western eastwoodiani.
Malgrado tali interessanti premesse, il film di Carpenter non decolla,
e dopo un inizio folgorante (quanta emozione per i carpenteriani "doc")
si avvita in una spirale di varie banalità (soprattutto, ma non
solo, visive) che evidenziano la frettolosa trascuratezza della messa
in scena. Peccato, perché di situazioni interessanti ce ne sono
a iosa (due su tutte: il terrificante episodio horror dei "chirurghi
di Beverly Hills" e quello, delirante e dissacratorio, dell'attacco
aereo con mitra su Disneyland), ed è forse l'eccessiva e indiscriminata
accumulazione di idee a privare l'opera di una precisa identità.
In conclusione, una cosa è certa: un film come questo, nel bene
e nel male, costringe lo spettatore ad assumere una posizione critica,
senza però trascurare mai il presupposto fondamentale del cinema
di genere, cioè il puro divertimento. Non è poco. Remake di 1997 fuga da New York, sempre firmato da Carpenter. Questa
volta l'abnorme prigione si trasferisce appunto dalla costa dell'Atlantico
a quella del Pacifico. "Quel" film è stato un riferimento
quasi "cult" dei primi anni Ottanta, questo brilla solo (si
fa per dire) per il "già visto", appunto. Qualche graffio qua e là, l'apparizione di Valeria Golino musulmana,
l'ondivaga e frastornante colonna sonora tentano di riempire un film
vuoto e ripetitivo. Con esibizioni di deltaplano, ma assoluta immobilità
inventiva, nonostante l'apparente confusione e pochi minuti che dividono
dal collasso del disperato Snake, che deve introdursi a Sodoma, dove
si fuma, si fa sesso, si mangia carne, ed eliminare Utopia. Affascinato
dalle tenebre, Carpenter, di cui non si disconoscono i meriti di culto,
si adagia in un remake dal polemico finale in cui Jena uccide la tecnologia,
il Male. Potere che corrompe, mania religiosa, revival del fascismo:
a Jena non importa di niente, gli basta vivere 60 secondi in più
e schiacciare un bottone: non per morale, per voglia d'azione. Non una
seconda puntata fuori tempo massimo, ma una sfida lanciata al mondo
di oggi, che Carpenter visibilmente detesta, alla dittatura del politically
correct e naturalmente al cinema, sempre più asettico e privo
di anima. Dimenticate l'impatto e la forza mitologica del primo film.
Qui siamo su un altro terreno, al limite dell'invettiva camuffata da
(auto)parodia, della resa dei conti. Personale e collettiva. Nonostante
il moltiplicarsi degli effetti speciali e dei trucchi al computer, 'Fuga
da Los Angeles' fa rimpiangere l'asciutta ironia dell'originale, quel
cocktail di noir degradato e fantascienza metropolitana che piacque
tanto al pubblico e alla critica. Trasportando la vicenda nella città
simbolo della West Coast, Carpenter accentua il tono beffardo, come
attesta l'episodio ambientato in una clinica di chirurgia estetica:
dove chirurghi e infermiere gonfi di silicone e dai connotati mostruosamente
ritoccati continuano a infierire sui corpi dei malcapitati. Ma è
un po' tutto il culto della politically correctness a essere preso di
mira dagli autori del film, con un evidente riferimento alle 'proibizioni'
in voga nell'America attuale. Non a caso, Jena, prima di spegnere il
pianeta invocando un nuovo 'regno della razza umana', aspirerà
voluttuosamente una boccata di sigaretta, di una marca molto speciale:
'American Spirit'... "Fantasmagorico, fragoroso, pur se poco originale
e alquanto barboso fumettone futuribile (ma il 2013 non è troppo
vicino?) del redivivo genio a corrente alternata John Carpenter, che
riaggiorna, peggiorandolo, il suo stesso 1997 'Fuga da New York'. Il
finale, assurdamente ecologista, fa a pugni con l'overdose di effetti
speciali digitali". Il ritorno di Jena, più cattivo che a New York Seguito ideale di quel "1997: Fuga da New York" che consacrò
Kurt Russell (e il suo personaggio "Iena" Plissken) attore
di culto, "Fuga Da Los Angeles" ripropone pedissequamente
luoghi, situazioni e battute del suo predecessore, mutando però
radicalmente i presupposti morali della trama. Se a New York "Iena"
doveva scontrarsi con criminali tradizionali, nella città di
Los Angeles (distaccatasi dall'America in seguito ad un gigantesco terremoto)
sono confinati gli indesiderabili della nuova America moralista e ultra
conservatrice. I presupposti non ingannino: non tutti gli idealisti
e i filosofi sono degni di considerazione e stima. Non lo è,
sicuramente, Cuervo Jones (George Carraface), uno spietato rivoluzionario
sudamericano che ricorda molto (se non altro nel look) Che Guevara,
auto proclamatosi "Leader Maximo" di Los Angeles e pronto
a riscattare coloro che considera gli oppressi con mezzi non proprio
ortodossi e condivisibili. Non meno pericoloso e detestabile è
il Presidente degli Stati Uniti (Cliff Robertson), uomo vile e bigotto
pronto ad adottare senza rimorsi provvedimenti di sommaria intolleranza
al fine di garantire il surreale ordine morale alla base della sua politica.
In questo scenario agisce Plissken, ancora una volta costretto con l'inganno
a recarsi nella città-prigione per recuperare una misteriosa
valigia dal letale contenuto rubata da Utopia, figlia dissidente (e
particolarmente svanita) del Presidente, e consegnata al pericoloso
Cuervo. Non c'è salvezza nel mondo sognato (temuto?) da Carpenter,
solo dannazione e dannati. Il famoso pessimismo dell'autore si spinge
al suo limite in quest'ultima opera, raggiungendo un punto di non ritorno
in cui la condanna di ogni estremismo è urlata con tale anarchica
rabbia da far temere allo spettatore l'instaurarsi di nuove e ancor
più estreme ideologie. "Fuga da Los Angeles" è
un film coraggioso, capace di affrontare argomenti scomodi con spietata
naturalezza, che possiede anche l'indubbio merito di ironizzare sui
luoghi comuni dell'action movie pur sfruttandoli ed usandoli con impudica
avidità. In esso si sopperisce alla mancanza (o, perlomeno, alla
occasionale latenza) di violenza fisica con tanta, troppa, violenza
ideologica rispetto alla quale l'autore, rappresentato idealmente dalla
sua controparte filmica Russel-Plissken, non assume mai una precisa
posizione, lasciandosi ogni responsabilità alle spalle con una
studiata noncuranza degna dei migliori western eastwoodiani. Malgrado
tali interessanti premesse, il film di Carpenter non decolla, e dopo
un inizio folgorante (quanta emozione per i carpenteriani "doc")
si avvita in una spirale di varie banalità (soprattutto, ma non
solo, visive) che evidenziano la frettolosa trascuratezza della messa
in scena. Peccato, perché di situazioni interessanti ce ne sono
a iosa (due su tutte: il terrificante episodio horror dei "chirurghi
di Beverly Hills" e quello, delirante e dissacratorio, dell'attacco
aereo con mitra su Disneyland), ed èforse l'eccessiva e indiscriminata
accumulazione di idee a privare l'opera di una precisa identità.
In conclusione, una cosa è certa: un film come questo, nel bene
e nel male, costringe lo spettatore ad assumere una posizione critica,
senza però trascurare mai il presupposto fondamentale del cinema
di genere, cioè il puro divertimento. Non è poco. Quando il povero prigioniero non è riuscito a superare la prova
dei canestri, gli uomini di Cuervo Jones lo uccidono sparandogli con
le mitragliatrici.Però essi sono disposti in circolo,e dunque
dovrebbero spararsi tutti tra di loro ed uccidersi a vicenda..... |
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