back  fuga da Los Angeles 
  inizio

Fuga da Los Angeles (Escape from L.A.)
di John Carpenter (Fantascienza/Usa/1996/101min)
con Kurt Russell, A.J. Langer, Steve Buscemi, Georges Corraface, Stacy Keach, Michelle Forbes, Pam Grier, Jeff Imada, Cliff Robertson, Valeria Golino, Peter Fonda, Ina Romeo, Peter Jason, Jordan Baker, Caroleen Feeney
Snake Plissken Unofficial Sit

http://perso.club-internet.fr/fakirpro/movies/escape.htm

Fuga da Los Angeles (Escape from L.A.)
Quindici anni fa circa, nell'indimenticato "1997 - Fuga da New York", il regista John Carpenter avanzò una profezia ravvicinata: in questo nostro anno appena cominciato, New York sarebbe stata tutta un carcere di massima sicurezza. Quindici anni dopo circa, in "Fuga da Los Angeles", seconda cine-profezia: nel 2013 Los Angeles sarà un'isola per via del terremoto, un carcere dichiarato non più facente parte degli Stati Uniti, un luogo di deportazione, un lager dei dannati. La prima profezia non s'è sinora avverata: speriamo bene. Il secondo film è, più che un séguito o un rifacimento, una variante del primo: anche stavolta Kurt Russell, criminale di ventura, per salvarsi la vita deve affrontare una missione impossibile, introdursi a Los Angeles, recuperare un prezioso congegno elettronico che può spegnere la Terra, uccidere la figlia del Presidente americano fuggita tra i deportati, una biondina significativamente chiamata Utopia . Il Paese è diviso in due mondi, in due forme politiche opposte ma ugualmente dittatoriali, sanguinarie, liberticide, poliziesche: in una estremizzazione della realtà presente, l'America è una Repubblica presidenziale repressiva, moralistica, dove è vietato fumare, bere, mangiare carni rosse, fare l'amore fuori del matrimonio, usare pellicce, e il Presidente è un bacchettone ipocrita; Los Angeles è retta da un regime rivoluzionario-totalitario permissivo, è popolata di drogati, prostitute, ladri perlopiù asiatici o colorati, è dominata da un dittatore latino con basco e sigaro alla Che Guevara. "La libertà in America è morta molto tempo fa", sentenzia Kurt Russell ("Chiamami Jena"). Alla ricerca del congegno elettronico e di Utopia, l'eroe monocolo dalla benda nera costeggia l'albergo Beverly Hilton divenuto bordello, percorre il Sunset Boulevard infestato da bambini assassini, incontra una Valeria Golino musulmana truccata malissimo e un Peter Fonda melenso Surfista del Disastro, vede bruciare in un rogo la famosa scritta Hollywood sulla collina, si trova in una immensa camera operatoria dove persone chirurgicamente rifatte ricevono continui nuovi trapianti, è al centro d'uno stadio-circo dove chi non fa dieci canestri in un baleno durante una partita di pallacanestro solitaria viene decapitato con enormi cesoie. Alla fine non si salva: ma prima di morire può cavarsi la soddisfazione di distruggere il mondo e di compiere l'estremo gesto di sfida, tirare l'ultima boccata di fumo dall'ultimo sigarillo. Metafore, trovate, fantasia, idee di messa in scena non mancano, ma il film è segnato da una strana debolezza, un tedio strano, quasi una tetra malavoglia del regista. Suggerimento: in simili film di Horror & Fantasy, in simili parabole sociopolitiche nutrite di catastrofismo qualunquista, in simili vicende da Medioevo prossimo venturo, forse sarebbe meglio non inserire espressioni quali "E' da sballo", "Spari cazzate", "Sono la migliore strafica di Los Angeles".
(Lietta Tornabuoni!/La Stampa/Film& Chips/www.iann.it/**)

Richiamami Jena. Carpenter fa il bis, col senno, gli effetti speciali e il montaggio "virtuale" di 16 anni dopo, del suo 1997 fuga da New York, che ora è una Fuga da Los Angeles, ma segue pedissequamente nella sceneggiatura firmata anche da Debra Hill e dal protagonista Kurt Russell il modello originario. A tutto fumetto muovendosi in una scenografia notturna e allarmante di Lawrence G. Paull. Che deve tener conto del micidiale terremoto che sconvolgerà Los Angeles il 23 agosto del 2000, The Big One, e del fatto che la metropoli, separata dalla California, sarà ridotta a una acquitrinosa rovina, un'isola dell'Apocalisse dove sono raccolti i ribelli del "politically correct". Se nel '97 Jena, con benda nera sull'occhio, salvava la vita al presidente, nel 2013 deve recuperare la figlia del nuovo capo di Stato che, disapprovando papà che ha messo al bando fumo, gioco d'azzardo, carne rossa e sesso non ufficiale, si allea al suo nemico. Ovvero il ribelle Cuervo, mix fra Sentiero Luminoso e Che Guevara, padrone di un sistema che annulla le conquiste dell'uomo. Si ripete il gag dell'iniezione del virus mortale, per cui il nostro Kurt avrebbe, salvo contrordini, 10 ore di vita prima di crepare. Da qui la solita sarabanda di surrealtà fumettare, fasci di luce, parolacce, macchine olografiche. Sunset Boulevard è diventato rovina, surfisti pazzi lo percorrono, star, replicanti homeless, mostri della chirurgia plastica reduci del lifting obbligatorio. Un telecomando è pronto per bloccare il mondo, ma prima di ricominciare daccapo si può gustare un'ultima sigaretta. Qualche graffio qua e là (la terribile partita di basket da cui non si esce vivi se non si fanno due canestri in 10 secondi), l'apparizione di Valeria Golino musulmana, l'ondivaga e frastornante colonna sonora tentano di riempire un film vuoto e ripetitivo. Con esibizioni di deltaplano, ma assoluta immobilità inventiva, nonostante l'apparente confusione e pochi minuti che dividono dal collasso del disperato Snake, che deve introdursi a Sodoma, dove si fuma, si fa sesso, si mangia carne, ed eliminare Utopia. Affascinato dalle tenebre, Carpenter, di cui non si disconoscono i meriti di culto, si adagia in un remake dal polemico finale in cui Jena uccide la tecnologia, il Male. Potere che corrompe, mania religiosa, revival del fascismo: a Jena non importa di niente, gli basta vivere 60 secondi in più e schiacciare un bottone: non per morale, per voglia d'azione.
(Maurizio Porro/Corriere della Sera /Film& Chips/www.iann.it/*)

America 2013. Sotto la dittatura "democratica" di un Presidente fanatico e bacchettone (Cliff Robertson) trionfa la restaurazione puritana: chi non crede in Dio, chi è omossessuale, chi pratica la fornicazione non autorizzata o fa cose anche peggiori, come fumare e mangiare carne rossa, viene condannato al carcere a vita. Come prigione dei "politicamente scorretti" si presta bene Los Angeles, terremotata dal Big One e divisa dal continente. Ma la figlia Utopia si ribella al Presidente, trafuga una valigetta nera capace di annullare ogni forma di energia e va nella Città degli Angeli a raggiungere Cuervo (George Corraface in una imbarazzante truccatura all "Che" Guevara), che sta organizzando un colpo di Stato. Alle autorità non resta che rivolgersi a Jena Plissken: non fu lui a risolvere i problemi di un altro Presidente in "1997: fuga da New York"? Obbligato a correre contro il tempo (un virus mortale gli circola nelle vene), il più anarchico degli eroi massacra i guerriglieri di Cuervo, cavalca le onde assieme al vecchio surfer Peter Fonda, gioca una partita a basket contro la morte, si munisce di ali e cala dall'alto sui nemici. Solo contro tutti come sempre; però questa volta, nell'epilogo, avrà in mano il futuro stile di vita dell'umanità. Sceglierà una soluzione "ecologista" che vale la pena di scroprire da soli. Ma vale anche la pena di andare a vedere "Fuga da Los Angeles", ripresa a sedici anni di distanza (nella finzione e nella realtà) del cult-movie di John Carpenter che lanciò il mitico eroe interpretato da Kurt Russell e produsse un numero infinito di emuli? Negli altri paesi la critica non è stata tenera con il film. La disapprovazione, in sostanza, dipende da un equivoco: ci si aspettava un sequel, ci si è trovati dinanzi un remake mascherato del prototipo. "Fuga da Los Angeles" ne riproduce il soggetto e quasi tutte le situazioni sono piccole varianti (incluso il tormentone della frase rivolto a Jena: là era "ti credevo morto", qui "ti facevo più alto"). Anche i personaggi secondari sono quasi gli stessi: Steve Buscemi fa da guida a Jena al posto del vecchio Ernest Borgnine, Valeria Golino riprende la parte di Adrienne Barbeau e così via. Pare proprio che l'orologio si sia fermato per Carpenter e per Kurt, il quale non ha aggiunto una ruga al viso del superman dall'occhio bendato, inossidabile come ogni eroe dei fumetti. Il regista ammicca allo spettatore in un gioco continuo di autocitazioni, rinforzandole con i nuovi effetti speciali digitali (ma si rimpiangono i fondali in matterpainting dell'originale, che erano di James Cameron). Di nuovo aggiunge solo un elemento: l'ironia feroce contro quelli che potrebbero gli effetti futuri del neo-moralismo dilagante. Praticando questo genere di esercizi la parodia è sempre in agguato: il che non impedisce a "Fuga da Los Angeles" di essere uno spettacolone da 50 milioni di dollare eccitante e divertente, che i fan non vorranno perdersi.
(Roberto Nepoti la/Repubblica/Film& Chips/www.iann.it/***)

Più che un seguito sembra un Remake. Quindici anni dopo, John Carpenter "rifà" 1997. Fuga da New York ribattezzandolo Fuga da Los Angeles. Al titolo manca la data (ora siamo nel 2013), ma la sostanza non cambia. Anzi i "carpenteriani" ritroveranno, disseminate nel film, quelle strizzatine d'occhio, quelle spiritosaggini, nonché l'accattivante motivo musicale, che fecero la fortuna dell'originale. Un esempio? L'immancabile frase "Chiamami Jena" arriva subito dopo i titoli di testa, mentre il tormentone di turno riguarda l'altezza dell'eroe: l'altra volta tutti lo credevano morto, adesso tutti lo trovano basso. Capelli lunghi, benda sull'occhio sinistro, canottiera nera e pantaloni mimetici, il detenuto Jena Plissken (in originale "Snake", serpente, come testimonia quel tatuaggio sullo stomaco) viene ingaggiato per un'altra missione impossibile. Per "convincerlo" ad accettare gli iniettano a tradimento un virus mortale, il Plutoxil, che gli lascia 9 ore di vita (salvo somministrazione dell'antidoto). C'è da andare a Los Angeles, che non è più la solare città degli angeli: un terremoto l'ha ridotta in rovine, trasformandola in un'isola circondata dal mare dove sono stati deportati reietti, balordi e criminali di ogni risma. Su quella specie di penitenziario-città, governata da un sanguinario guerrigliero di Sendero Luminoso con la faccia di Che Guevara (una scivolata di gusto), s'è nascosta la figlia ribelle del presidente degli Stati Uniti, Utopia, scappata al controllo del padre con una "scatola nera" dai poteri apocalittici. Non che l'America "normale" se la passi meglio. L'odioso presidente ha annullato ogni libertà costituzionale, mettendo al bando il fumo, la carne rossa, il gioco d'azzardo, le droghe e il sesso al di fuori del matrimonio. Un vero e proprio stato di polizia, cupo e forcaiolo, dove nessuno vorrebbe vivere: e infatti Jena, al ritorno dalla missione, avrà in serbo una bella sorpresina per il tiranno... Nonostante il moltiplicarsi degli effetti speciali e dei trucchi al computer, Fuga da Los Angeles fa rimpiangere l'asciutta ironia dell'originale, quel cocktail di noir degradato e fantascienza metropolitana che piacque tanto al pubblico e alla critica. Trasportando la vicenda nella città simbolo della West Coast, Carpenter accentua il tono beffardo, come attesta l'episodio ambientato in una clinica di chirurgia estetica: dove chirurghi e infermiere gonfi di silicone e dai connotati mostruosamente ritoccati continuano a infierire sui corpi dei malcapitati. Ma è un po' tutto il culto della politically correctness a essere preso di mira dagli autori del film, con un evidente riferimento alle "proibizioni" in voga nell'America attuale. Non a caso, Jena, prima di spegnere il pianeta invocando un nuovo "regno della razza umana", aspirerà voluttuosamente una boccata di sigaretta, di una marca molto speciale: "American Spirit"... Catalogato come un "tipo rétro, terribilmente anni Ottanta", l'eroe interpretato da Kurt Russell (figura pure in veste di co-produttore) si muove tra sparatorie, imboscate e prove di coraggio con l'aria spavalda del soldato di ventura. A suo modo è "l'ultimo degli indipendenti", un anarchico senza tetto né legge, un avventuriero solitario che lotta, come Mad Max o l'uomo-pesce di Waterworld, esclusivamente per la propria sopravvivenza. Divertente? Abbastanza. Anche se le scene d'azione risultano un po' stiracchiate, inerti, mentre le trovate a effetto (il surf su quell'onda gigantesca che irrompe sul Wilshire Boulevard) non vanno oltre il gioco scenografico legato alla reinvenzione di una Los Angeles degradata e fatiscente. In buona forma fisica, Kurt Russell picchia duro e sgrana battute rocciose alla Eastwood; gli sono accanto, nell'improba missione, un Peter Fonda surfista hippie e una Valeria Golino musulmana che schiatta quasi subito. In patria Fuga da Los Angeles è stato commercialmente un disastro. Chissà che nella vecchia Europa, dove Carpenter continua a vantare una solida schiera di aficionados, il film non vada commercialmente meglio. L'uomo ha perso lo smalto dei giorni migliori, ma con quello che si vede in giro…
(Michele Anselmi/l'Unità/Film& Chips/www.iann.it/***)

Los Angeles è stata gettata in mezzo al Pacifico da The Big One, il terremoto che ci si aspettava già negli ultimi decenni del ventesimo secolo. D'altra parte, a quei tempi nessuno prendeva la questione troppo sul serio. E infatti, più che della faglia di San Andrea, i californiani si preoccupavano dei danni del fumo e della dieta a base di carni rosse. Del resto oggi, tredicesimo anno del terzo millennio, sono fuori legge le pellicce, il linguaggio scurrile e tutto quel che non sia politically correct. In compenso, c'è un Presidente a vita che ha trasferito la capitale da Washington alla città dal nome beneaugurante di Lynchburg (la legge di Lynch regola appunto quella pratica che consiste nell'esecuzione sbrigativa e a furor di popolo dei reprobi). Tutto procederebbe nel migliore dei modi, se il Terzo Mondo, compatto sotto il comando di Cuervo Jones, un Che con i modi d'un narcotrafficante, non marciasse alla conquista degli Usa… Questo è lo sfondo per così dire storico-politico sul quale si svolge Fuga da Los Angeles, che John Carpenter ha girato pensando al suo 1997 Fuga da New York (1981). Ora come allora, il protagonista di questo fumetto esplicito e deliberato è Jena (in originale Snake, serpente) Plissken, un fuorilegge manesco che ha la faccia e i modi spicci del bravo Kurt Russel. Convinto che gli abbiano inoculato un terribile virus che, in mancanza d'antidoto, lo ucciderà in 10 ore, Jena accetta d'andare in missione sull'isola di Los Angeles con due compiti precisi: uccidere Utopia, la figlia del presidente passata con Cuervo, e insieme recuperare un marchingegno che la ragazza ha sottratto al padre. Si tratta d'un comune telecomando, che però è in grado di spegnere l'energia artificiale di tutto il mondo (compresa quella applicata alle sedie elettriche, per lo più in onore di quel tale Lynch). Fuga da Los Angeles è ben lontano dalla tragicità beffarda di 1997 - Fuga da New York, la cui disperazione metropolitana anticipava addirittura quella del grande Blade Runner (Ridley Scott, 1982). Ora, con Debra Hill e lo stesso Russel, Carpenter ha scritto una sceneggiatura attenta più alla critica di costume, o meglio all'ironia di costume, che alla fantascienza e al noir. Ne vien fuori un film zeppo di effetti stereofonici, di sparatorie fulminanti, di smargiassate (c'è un'esibizione in surf di notevole effetto fumettistico), di riferimenti ironici a usi e costumi di Hollywood e Beverly Hills. Insomma, non si tratta del Carpenter migliore. D'altra parte, con tutti i suoi limiti, il ritorno di Jena Plissken surclassa quel monumento all'idiozia da effetto speciale roboante e privo di senso dell'umorismo che è Indipendence Day (Roland Emmerich, 1996).
(Roberto Escobar/Sole 24 Ore/Film& Chips/www.iann.it/**)

Come vorremmo parlar benissimo, o almeno bene, del ritorno di Jena (o Snake, come nell'originale) Plissken. 1997 Fuga da New York è un film che ai suoi tempi abbiamo adorato e onorato. Ma questo, più che un sequel (come ha osservato giustamente Roberto Nepoti su Repubblica) è un mero remake. Per nulla appesantito, il digrignante Kurt Russell viene ora incaricato dal dittatoriale presidente Usa Cliff Robertson di recuperare dall'isola-ghetto di Los Angeles (c'è stato un terremoto che ha modificato il territorio) un congegno micidiale che la figlia Utopia (A.J. Langer) ha portato con sé. C'è effettivamente un sano spiritaccio anarchico (reazionario?) in Carpenter che lo porta a simpatiche prese di posizione anti-politically correct e ad apocalissi che guardano alla ricostruzione, ma di quanti personaggi riciclati o insipidi e situazioni consumate da mill'altre visioni è infarcita la Storia! Peraltro il tutto corre svelto e conciso, dote inalienabile dei migliori (e Carpenter è tra questi) registi d'azione "nati" nei '70, per cui vederlo si può. Ma giusto quello.
(Massimo Lastrucci/Ciak/Film& Chips/www.iann.it/**)

Il film si svolge all'insegna dell'avventura e dell'azione il più frenetiche e rumorose possibile. Portando alla ribalta l'analogo personaggio di un precedente, fortunato film dello stesso regista (1997: Fuga da New York), la storia accentua l'accumularsi di elementi fantastici in un panorama apocalittico senz'altro ben costruito quanto a scenografie ma alla fine eccessivo e frastornante, troppo sopra le righe. Va poi sottolineata, dal punto di vista pastorale, la costante presenza di un clima di violenza e di sopraffazione dell'uno contro l'altro che si affianca a momenti più decisamente ironici e di critica a certi settori della vita pubblica americana.
da Segnalazioni Cinematografiche - Ente dello Spettacolo Editore
(http://www.eracle.it/attrici/valeria_golino/***)

MA I SENDERISTI NON GUARDANO TELENOVELAS
Carpenter torna alla grande sul tema della fuga dalla civiltà corrotta e assassina, quella a base di tecnologia e ingiustizia, iniettata a viva forza fin nelle cellule più remote del corpo sociale, e lo fa con una metafora acuta ed astuta, l'iniezione nelle vene di Snake "Kurt Russell" Plissken del finto veleno a tempo, per indurlo a riportare ordine e pace sociale legislata nell'ultima provincia del mondo. Sotto accusa sono gli Usa ovviamente, da sempre bersaglio preferito del regista di Halloween e Christine, ma stavolta la base di partenza è l'equidistanza politica ed estetica sia dal feuilletton cinetico americano, impersonato dall'equipe corrotta del Presidente, sia dalle esagerazioni militariste e disumane di Sendero Luminoso, unico movimento rivoluzionario dell'America latina ad aver fallito gli obiettivi e mancato l'appuntamento con il movimento di massa nella seconda metà degli anni Ottanta. Forse perché i senderisti non guardano telenovelas. Invece con l'aiuto in sceneggiatura della fedele Debra Hill e dello stesso Russell, Fuga da Los Angeles mutua dall'immaginario visivo di questi anni (perfetto il riferimento al 1996 come anno di svolta nelle cose del mondo: non si sono forse accentuate le differenze tra nord e sud ad opera di Banca Mondiale e FMI?) l'estetica del fumetto, costruendo un set che sembra un fondale dipinto - viraggi su tinte scure a dominante gialla e rossa e sbalzi continui di visuale da campi lunghi a primissimi piani; in fondo Jena potrebbe anche essersi sognato tutto, dopo l'iniezione "da sballo". John Carpenter si prende anarchicamente sul serio quando fa vedere il paese delle meraviglie in cui prostitute, omosessuali, atei, transessuali e famiglie a basso reddito sono considerate feccia e confinate all'inferno e disegna un film d'azione invece che un trip psichedelico (all'opposto di Oliver Stone che per essere rivoluzionario ha bisogno di "droga"). Dirige dunque la vicenda in territorio ecologista, spiazzando la stessa logica di Fuga da New York che, chiuso e concentrazionario, fiutava l'era Reagan. Restano però le citazioni: dalla musica alla benda oculare di Snake, dal montaggio concitato al dipanarsi della storia in spazi labirintici dove si incontrano tipi "selvaggi" che hanno preso finalmente il potere: il surfista Peter Fonda - omaggio a Kathryn Bigelow, l'ex procacciatore di talenti, il prezzolato e bravissimo Steve Buscemi e la bellissima e affascinante Pam Grier (direttamente dalla "blackspoitation" anni Settanta) che darà una mano a Jena. Diverso il discorso per la Taslima, la fuoriuscita fondamentalista Valeria Golino: interessa più il Carpenter romantico di quello politico. La battaglia finale contro Cuervo ricorda 1941 Allarme ad Hollywood ma è più dura e scura nei toni. Alla fine, come Jena, dobbiamo esser fieri che il vero cinema "contro" americano proviene ancora dalla Nuova Hollywood data per spacciata. E dopo la fine del mondo possiamo ben fumarci una sigaretta.
(Paolo Vernaglione/cinema.supereva.it/****)

Era il 1981 quando nei cinema di tutto il mondo uscì un film che era un misto fra il film di fantascienza ed il film d'azione e che, nel suo essere innanzi tutto un fumetto su grande schermo, sarebbe rimasto probabilmente insuperato. S'intitolava 1997 Fuga da New York. Ora, a distanza di sedici anni (e sedici anni sono passati anche nella vita di Jena Plissken), John Carpenter e Kurt Russell ci riprovano con Fuga da Los Angeles, più che un seguito una vera e propria riedizione aggiornata dell'ormai vecchio successo. Siamo nel 2013 e l'isola di Los Angeles, dopo il terribile terremoto del 2000, è diventata un carcere di massima sicurezza circondato da altissime mura dove vengono confinati tutti gli individui che, per la loro immoralità, sono considerati indesiderati sul territorio americano. Jena Plissken sta per essere incarcerato ed ancora una volta gli viene fatta una proposta che non può rifiutare: andare sull'isola e recuperare una valigetta che contiene un'arma top secret in cambio della sua vita. Ha dieci ore di tempo e deve lottare contro il cronometro per evitare di essere ucciso dal virus che nel frattempo è stato iniettato nel suo corpo. Se rivedere Kurt Russell nei panni del buon vecchio Jena Plissken o riascoltare la musica dei titoli di testa non può che far piacere, altrettanto non si può certamente dire di un film che lascia completamente spiazzati. Che senso ha rifare letteralmente un film senza aggiungere in pratica nulla di nuovo se non effetti speciali più moderni ed una buona dose di computer grafica? A parte il fatto che gli stessi effetti non convincono pienamente, o almeno non sempre, è l'intero Fuga da Los Angeles a deludere. E se di certo non potrà essere un nuovo cult movie, ci sono molti dubbi anche sulle sue possibilità di essere un grande successo di pubblico, non essendo mai trascinante ed utilizzando un'ironia ben poco graffiante. Due i personaggi che emergono con la loro simpatia e stranezza da un insieme di figure molto spesso poco interessanti: un sempre bravo Steve Buscemi nei panni dell'astuto e furbo Map To The Stars Eddie e Peter Fonda in quelli di Pipeline, il surfista sballato che vive fra le rovine di Los Angeles in attesa della grande onda.
(Carlo Cimmino/www.revisioncinema.com/**)

Francamente non mi pare che le critiche ricevute siano del tutto giustificate. E' chiaro che questa seconda avventura del mitico Iena Plissken non è assolutamente all'altezza della prima, ma "Escape from L.A." voleva solamente essere un film d'azione divertente. E questo è proprio ciò che è: un fim d'azione divertente. Un po' improbabile, ma divertente. Più che un sequel sembra un remake, con una storia molto simile a quella di "1997", adattata ai tempi ed ai luoghi. In effetti una delle cose che avevano reso grande il primo film era stato proprio l'estremo realismo (sembra incredibile, ma è così) dei personaggi secondari e delle situazioni, seppure tutto portato all'eccesso. Se quella che abbiamo visto nel primo film era una versione paradossale di New York, questa è davvero una versione ultra esagerata di Los Angeles. Ad esempio: a New York il capo, il Duca, era un nero; a Los Angeles il capo è un messicano. Rispetto al primo la vicenda è ancor più radicata nei luoghi e negli usi tipici della città: Disneyland, le mappe delle case delle star, la chirurgia plastica, Sunset Boulevard, il surf, il basket... Le scene d'azione non sono male. Ok, quelle in CGA sono brutte e la scena del surf è veramente orrenda, ma quando Iena ci da dentro è sempre il buon vecchio Iena, anche se è così "ventesimo secolo". E poi c'è il personaggio di Johnny "Starmap" (Steve Buscemi), che è veramente eccezionale (e che bella la scena della droga). Non so quanto possa incidere sul giudizio il fatto di conoscere la città in cui si svolge la vicenda, sicuramente mi ha reso un po' più divertente un paio di scene, ma non è una componente principale più di tanto. Trovo veramente che sia un film più che discreto: leggero, divertente e appasionante.
(Alberto Cassani/www.cinefile.biz/14.08.96/**)

In tempi di "tarantinismo" cinematografico imperante (ma qualcuno si ricorda che solo quattro anni fa eravamo circondati da cloni di Linch?) è un bene che qualcuno ristabilisca le giuste primogeniture in materia di esplosione e commistione dei generi nell'immaginario del cinema americano (e non solo). Questo qualcuno (che in verità ha sempre mantenuto il suo status di "culto" da una posizione defilata) è John Carpenter, che ha firmato con questo suo "remake" il flop commerciale più bello dell'anno. Ha rimesso in piedi, imbolsito al punto giusto, uno (fisicamente) straripante Kurt Russell nel ruolo di "Snake Plinski" ("Jena" per i bizzarri traduttori italiani, ma nel cambio forse ci guadagna qualcosa) vent'anni dopo (siamo nel 2013). Ha confezionato la più improbabile delle sceneggiature per permettere al suo personaggio-icona di condurre alle estreme conseguenze le proprie apocalittiche congetture (mescolate ad una buona dose di ecologismo reazionario) sul suicidio liberticida del sistema americano, depistando critica (solo quella americana) e pubblico (tutto) a colpi di sgangherati rimandi visivi all'immaginario campo della fiction povera del cinema dei '50 e '60 (da antologia rimarrà la scena di surf all'inseguimento della decappottabile di Steve Buscemi). Carpenter è feroce sia con i dittatori che con i (presunti) rivoluzionari, e con il terribile finale toglie ogni spazio all'illusione di una possibile "luce": coincidendo il buio "tecnologico" del pianeta con quello dello schermo sui titoli di coda ci parla anche delle speranze infrante del cinema (e l'insuccesso del film sta lì a confermarlo). Ci sono anche: Peter Fonda (stralunato surfista), Valeria Golino (la cui incommensurabile dote di attrice sta nell'essere eliminata fisicamente, provocando una vera e propria immedesimazione plaudente del pubblico nel suo assassino), Steve Buscemi (citare con stupore i pochi films in cui non compare...) e la regina dellla blackploitation Pam Grier.
(Leonardo/www.omitech.it/10.05.97/*****)

Seguito ideale di quel "1997: Fuga da New York" che consacrò Kurt Russell (e il suo personaggio "Iena" Plissken) attore di culto, "Fuga Da Los Angeles" ripropone pedissequamente luoghi, situazioni e battute del suo predecessore, mutando però radicalmente i presupposti morali della trama. Se a New York "Iena" doveva scontrarsi con criminali tradizionali, nella città di Los Angeles (distaccatasi dall'America in seguito ad un gigantesco terremoto) sono confinati gli indesiderabili della nuova America moralista e ultra conservatrice. I presupposti non ingannino: non tutti gli idealisti e i filosofi sono degni di considerazione e stima. Non lo è, sicuramente, Cuervo Jones (George Carraface), uno spietato rivoluzionario sudamericano che ricorda molto Che Guevara, auto proclamatosi "Leader Maximo" di Los Angeles e pronto a riscattare coloro che considera gli oppressi con mezzi non proprio ortodossi e condivisibili. Non meno pericoloso e detestabile è il Presidente degli Stati Uniti (Cliff Robertson), uomo vile e bigotto pronto ad adottare senza rimorsi provvedimenti di sommaria intolleranza al fine di garantire il surreale ordine morale alla base della sua politica. In questo scenario agisce Plissken, ancora una volta costretto con l'inganno a recarsi nella città-prigione per recuperare una misteriosa valigia dal letale contenuto rubata da Utopia, figlia dissidente (e particolarmente svanita) del Presidente, e consegnata al pericoloso Cuervo. Non c'è salvezza nel mondo sognato (temuto?) da Carpenter, solo dannazione e dannati. Il famoso pessimismo dell'autore si spinge al suo limite in quest'ultima opera, raggiungendo un punto di non ritorno in cui la condanna di ogni estremismo è urlata con tale anarchica rabbia da far temere allo spettatore l'instaurarsi di nuove e ancor più estreme ideologie. "Fuga da Los Angeles" è un film coraggioso, capace di affrontare argomenti scomodi con spietata naturalezza, che possiede anche l'indubbio merito di ironizzare sui luoghi comuni dell'action movie pur sfruttandoli ed usandoli con impudica avidità. In esso si sopperisce alla mancanza (o, perlomeno, alla occasionale latenza) di violenza fisica con tanta, troppa, violenza ideologica rispetto alla quale l'autore, rappresentato idealmente dalla sua controparte filmica Russel-Plissken, non assume mai una precisa posizione, lasciandosi ogni responsabilità alle spalle con una studiata noncuranza degna dei migliori western eastwoodiani. Malgrado tali interessanti premesse, il film di Carpenter non decolla, e dopo un inizio folgorante (quanta emozione per i carpenteriani "doc") si avvita in una spirale di varie banalità (soprattutto, ma non solo, visive) che evidenziano la frettolosa trascuratezza della messa in scena. Peccato, perché di situazioni interessanti ce ne sono a iosa (due su tutte: il terrificante episodio horror dei "chirurghi di Beverly Hills" e quello, delirante e dissacratorio, dell'attacco aereo con mitra su Disneyland), ed è forse l'eccessiva e indiscriminata accumulazione di idee a privare l'opera di una precisa identità. In conclusione, una cosa è certa: un film come questo, nel bene e nel male, costringe lo spettatore ad assumere una posizione critica, senza però trascurare mai il presupposto fondamentale del cinema di genere, cioè il puro divertimento. Non è poco.
(Luigi De Angelis/www.tempimoderni.com/****)

Remake di 1997 fuga da New York, sempre firmato da Carpenter. Questa volta l'abnorme prigione si trasferisce appunto dalla costa dell'Atlantico a quella del Pacifico. "Quel" film è stato un riferimento quasi "cult" dei primi anni Ottanta, questo brilla solo (si fa per dire) per il "già visto", appunto.
(Pino Farinotti/mymovies.monrif.net/**)

Qualche graffio qua e là, l'apparizione di Valeria Golino musulmana, l'ondivaga e frastornante colonna sonora tentano di riempire un film vuoto e ripetitivo. Con esibizioni di deltaplano, ma assoluta immobilità inventiva, nonostante l'apparente confusione e pochi minuti che dividono dal collasso del disperato Snake, che deve introdursi a Sodoma, dove si fuma, si fa sesso, si mangia carne, ed eliminare Utopia. Affascinato dalle tenebre, Carpenter, di cui non si disconoscono i meriti di culto, si adagia in un remake dal polemico finale in cui Jena uccide la tecnologia, il Male. Potere che corrompe, mania religiosa, revival del fascismo: a Jena non importa di niente, gli basta vivere 60 secondi in più e schiacciare un bottone: non per morale, per voglia d'azione. Non una seconda puntata fuori tempo massimo, ma una sfida lanciata al mondo di oggi, che Carpenter visibilmente detesta, alla dittatura del politically correct e naturalmente al cinema, sempre più asettico e privo di anima. Dimenticate l'impatto e la forza mitologica del primo film. Qui siamo su un altro terreno, al limite dell'invettiva camuffata da (auto)parodia, della resa dei conti. Personale e collettiva. Nonostante il moltiplicarsi degli effetti speciali e dei trucchi al computer, 'Fuga da Los Angeles' fa rimpiangere l'asciutta ironia dell'originale, quel cocktail di noir degradato e fantascienza metropolitana che piacque tanto al pubblico e alla critica. Trasportando la vicenda nella città simbolo della West Coast, Carpenter accentua il tono beffardo, come attesta l'episodio ambientato in una clinica di chirurgia estetica: dove chirurghi e infermiere gonfi di silicone e dai connotati mostruosamente ritoccati continuano a infierire sui corpi dei malcapitati. Ma è un po' tutto il culto della politically correctness a essere preso di mira dagli autori del film, con un evidente riferimento alle 'proibizioni' in voga nell'America attuale. Non a caso, Jena, prima di spegnere il pianeta invocando un nuovo 'regno della razza umana', aspirerà voluttuosamente una boccata di sigaretta, di una marca molto speciale: 'American Spirit'... "Fantasmagorico, fragoroso, pur se poco originale e alquanto barboso fumettone futuribile (ma il 2013 non è troppo vicino?) del redivivo genio a corrente alternata John Carpenter, che riaggiorna, peggiorandolo, il suo stesso 1997 'Fuga da New York'. Il finale, assurdamente ecologista, fa a pugni con l'overdose di effetti speciali digitali".
(Massimo Bertarelli/Il Giornale/29.12.01/www.dvdxperience.it/**)

Il ritorno di Jena, più cattivo che a New York
Il leggendario Jena Plissken, il più cattivo in un mondo di cattivi, torna a colpire. L'anno è il 2013, e Los Angeles, la città più violenta degli Stati Uniti - pardon, del mondo intero - è diventata - complice un tremendo terremoto - un'isola. Così come nel mitico "1997, Fuga da New York", l'intero territorio della metropoli californiana è stato trasformato nella patria di tutte le più temibili carogne dell'universo, insieme a reietti di ogni tipo: criminali, terroristi, gente senza patria né legge, esclusi ed emarginati. Tra loro anche la figlia del Presidente, che minaccia il paese con un congegno antitecnologico. La soluzione, come i cultori del vecchio Plissken avranno capito, è sempre la stessa: inviare Jena sul posto, affidandogli una missione a tempo (con il solito congegno pronto a ucciderlo se dovesse fare troppo tardi). Non un seguito della prima puntata, ma un remake. Anzi, un "autoremake", visto che regista e personaggio principale sono ancora John Carpenter e Kurt Russell. Il tema e lo stile sono gli stessi, e simile - sia pure aggiornata: del resto sono passati 16 anni dalla prima fuga - è la cupa, inquietante atmosfera notturna delle due metropoli, dalla vecchia Manhattan alle freeway californiane. E in questa atmosfera si muove Kurt Russell. Nel film originale era Snake, serpente. Ma la traduzione che lo ha fatto diventare Jena non gli rende sufficientemente giustizia. Un uomo d'azione, già eroe di guerra. Un animo nobile, ma inguaribilmente ribelle. In una parola l'unico in grado di salvare il presidente degli Stati Uniti precipitato con il suo aereo su Manhattan, trasformato in carcere di massima sicurezza e, con lui, portare in salvo i risultati di una fondamentale ricerca scientifica. Jena ha 24 ore per portare a termine la missione, pena la morte immediata provocata da una bomba inserita all'interno del suo corpo. Naturalmente ce la fa, dopo aver incontrato gli abitanti della grande prigione: cattivissimi come Lee Van Cleef, amichevoli come il tassista Ernest Borgnine, feroce come il duca Isaac Hayes. E insieme a loro la varia umanità di una terra che, con le sue cupe atmosfere, con il suo sapore "noir", ha saputo segnare un'epoca, aprendo la strada all'apoteosi di "Blade Runner". Benda sull'occhio, muscolatura in evidenza, spirito anarchico, la sicurezza di chi non ha più niente da perdere: Jena-Snake Plissken ha in Kurt Russell il suo interprete ideale. E Carpenter trova qui - accompagnato da una colonna sonora memorabile, praticamente perfetta, composta da lui stesso insieme ad Alan Howarth - i l'apice del suo cinema sospeso tra avventura e disincanto, tra grande tensione e originale fantasia. La critica americana ha stroncato, in modo davvero esagerato, quasi spocchioso, il ritorno di Jena sugli schermi. La verità è che "Fuga da Los Angeles" è un film divertente e senza grandi pretese, se non quelle di creare atmosfere oscure e piene di tensione in grado - spesso e volentieri - di provocare un po' di nostalgia: il gusto del deja-vu, le tappe sempre uguali di Jena, e ancora di più il suo mondo, il suo semplice e diretto codice morale, il suo solitario e quasi "privato" riscatto.
(Paolo Zefferi/www.repubblica.it/***)

Seguito ideale di quel "1997: Fuga da New York" che consacrò Kurt Russell (e il suo personaggio "Iena" Plissken) attore di culto, "Fuga Da Los Angeles" ripropone pedissequamente luoghi, situazioni e battute del suo predecessore, mutando però radicalmente i presupposti morali della trama. Se a New York "Iena" doveva scontrarsi con criminali tradizionali, nella città di Los Angeles (distaccatasi dall'America in seguito ad un gigantesco terremoto) sono confinati gli indesiderabili della nuova America moralista e ultra conservatrice. I presupposti non ingannino: non tutti gli idealisti e i filosofi sono degni di considerazione e stima. Non lo è, sicuramente, Cuervo Jones (George Carraface), uno spietato rivoluzionario sudamericano che ricorda molto (se non altro nel look) Che Guevara, auto proclamatosi "Leader Maximo" di Los Angeles e pronto a riscattare coloro che considera gli oppressi con mezzi non proprio ortodossi e condivisibili. Non meno pericoloso e detestabile è il Presidente degli Stati Uniti (Cliff Robertson), uomo vile e bigotto pronto ad adottare senza rimorsi provvedimenti di sommaria intolleranza al fine di garantire il surreale ordine morale alla base della sua politica. In questo scenario agisce Plissken, ancora una volta costretto con l'inganno a recarsi nella città-prigione per recuperare una misteriosa valigia dal letale contenuto rubata da Utopia, figlia dissidente (e particolarmente svanita) del Presidente, e consegnata al pericoloso Cuervo. Non c'è salvezza nel mondo sognato (temuto?) da Carpenter, solo dannazione e dannati. Il famoso pessimismo dell'autore si spinge al suo limite in quest'ultima opera, raggiungendo un punto di non ritorno in cui la condanna di ogni estremismo è urlata con tale anarchica rabbia da far temere allo spettatore l'instaurarsi di nuove e ancor più estreme ideologie. "Fuga da Los Angeles" è un film coraggioso, capace di affrontare argomenti scomodi con spietata naturalezza, che possiede anche l'indubbio merito di ironizzare sui luoghi comuni dell'action movie pur sfruttandoli ed usandoli con impudica avidità. In esso si sopperisce alla mancanza (o, perlomeno, alla occasionale latenza) di violenza fisica con tanta, troppa, violenza ideologica rispetto alla quale l'autore, rappresentato idealmente dalla sua controparte filmica Russel-Plissken, non assume mai una precisa posizione, lasciandosi ogni responsabilità alle spalle con una studiata noncuranza degna dei migliori western eastwoodiani. Malgrado tali interessanti premesse, il film di Carpenter non decolla, e dopo un inizio folgorante (quanta emozione per i carpenteriani "doc") si avvita in una spirale di varie banalità (soprattutto, ma non solo, visive) che evidenziano la frettolosa trascuratezza della messa in scena. Peccato, perché di situazioni interessanti ce ne sono a iosa (due su tutte: il terrificante episodio horror dei "chirurghi di Beverly Hills" e quello, delirante e dissacratorio, dell'attacco aereo con mitra su Disneyland), ed èforse l'eccessiva e indiscriminata accumulazione di idee a privare l'opera di una precisa identità. In conclusione, una cosa è certa: un film come questo, nel bene e nel male, costringe lo spettatore ad assumere una posizione critica, senza però trascurare mai il presupposto fondamentale del cinema di genere, cioè il puro divertimento. Non è poco.
(Luigi De Angelis/www.luigideangelis.it/****)

Quando il povero prigioniero non è riuscito a superare la prova dei canestri, gli uomini di Cuervo Jones lo uccidono sparandogli con le mitragliatrici.Però essi sono disposti in circolo,e dunque dovrebbero spararsi tutti tra di loro ed uccidersi a vicenda.....
Quando Cuervo ferito a morte alza il lanciamissili verso l'elicottero si può vedere che l'arma è vuota (si vede dietro da attraverso!) ma poi lancia un razzo !
Quando Jena pesta Eddy sull'auto vediamo quest'ulltimo togliere il piede dall'acceleratore svenendo ma poi (prima che Jena passi davanti)nell'inquadratura da dietro l'auto vediamo accendersi gli stop, ma chi sta frenando se Eddy è svenuto e Jena sta sul sedile posteriore ?
Plissken lotta con Cuervo Jones, che gli procura un taglio con il coltello sul petto, squarciandogli la tuta: lo stesso taglio però si vede già nelle sequenze precedenti, prima che Cuervo sferri il colpo !!
(Errori nei film/www.bloopers.it)