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Di Micael Ninn (USA, 1995)
Con: Sunset Thomas, Tyffany Million, Juli Ashton, Jon Dough, Jeanna Fine, Emerald Estrada, Lacy Rose, Barbara Doll, Tasha Blades, Jordan Lee, Colt Steele, Tom Byron, Brick Majors, Cal Jammer, Zach Adams, Vince Voyeur, Ritchie Razor... with Veronica Hart, Mike Horner, Kelly Nichols, Jonathan Morgan, Debi Diamond and Jeffrey Wallach.


latex

Se Gola Profonda rappresenta la pornografia nel suo aspetto di fenomeno trasgressivo ed innovativo, si pensi agli anni in cui venne distribuito e al movimento politico-culturale susseguente il '68 con le sue istanze di liberalizzazione dei costumi, ecco che vent'anni più tardi queste istanze si sono in gran parte consolidate ed un film come Latex viene quasi a rappresentare una sorta di iperbole della stessa. Non troviamo più la primigenia ironia e scanzonatezza, ma immagini fredde, artificiali, di plastica (il lattice dà il titolo allo stesso film).
Il film è ambientato in un futuro prossimo ma spazialmente indefinito, quasi che la realtà virtuale abbia invaso ogni dimensione. E la forza del film sta, a nostro avviso, proprio in questa sua rappresentazione ultratecnologica dove le immagini sono filtrate da due computer da 200 Gb e fluiscono come sotto il continuo effetto strobo tipico della lettura di un cd-rom che si mangia troppa ram per la limitata potenza del nostro P.C. e dove la scheda video di cui disponiamo non è in grado di evitarci l'evidenziarsi dei pixel nel momento in cui zoomiamo sui soggetti. In Latex vediamo tutto questo e quasi ci aspettiamo quell'interattività che il cinema non è ancora in grado di poterci dare (e che troviamo, invece, nell'omonimo cd-rom).
Un estetica postmoderna, dunque, che nel kitsch, della sua rappresentazione, ci rimanda alle esperienze di navigazione su Internet in quei siti proibiti e così frequentati; che nel suo procedere schizzoide frantuma definitivamente la cosignificazione, il rapporto significato-significante, presentandoci una società, o meglio un mondo, (forse parlare di società non è più corretto a questo punto) dove il sesso è elemento pervasivo e immanente, ma continua ad esserlo solamente nei pensieri, se non fosse che nel film è il protagonista a proiettarli sulla realtà dello schermo senza soluzione di continuità, e dove questo viene presentato in situazioni e contesti che epistimologicamente non dovrebbero appartenergli.
In questo modo vediamo "Barbie e Big Jim" copulare in una cucina surreale poiché iper-reale (avete presente le prime sequenze di Velluto Blu di D. Lynch?) piena di oggettini dal desing audace e di dubbio gusto, dalle classiche piastrelle a quadri bianco-neri e dal tavolo di (finto) marmo. "Barbie", dai seni siliconati, mugula di piacere ed i suoi gridolini quasi iniziano a sintetizzarsi in una sorta di canto lirico accompagnato però da una base assolutamente elettronica quasi techno, comunque molto ritmata. "Big Jim" da parte sua risponde con suoni gutturali profondamente bassi, grind, diciamo pure bestiali. "Lo fanno sporco, lo fanno strano". Lei al maritino rincasato dal lavoro si offre come cena e mai smette di indossare i guanti di lattice giallo che usava per pulire i piatti. Tutto è così falso; così colorati i sogni ed i pensieri ridotti a videoclip porno-musicali; grigia la realtà rarefatta in cui tutto questo accade.
La mercificazione è l'essenza stessa di questo film. Trova il suo massimo splendore quando ci viene presentato il programma verità (: incomincia lo show di Julie, reporter spregiudicata che fa del pericolo il suo mestiere e che, per dimostrazione, mostra in diretta il proprio lato oscuro e perverso) e nel finale dove il protagonista, assistendo al sogno erotico della sua ragazza, imprigionato in una tuta, che lo riveste da capo a piedi, di puro lattice, della serie "Hannibal the Cannibal", inizia attraverso il fallo gommato e sovradimensionato ad eiaculare sperma-super soap in quantità industriale tanto da inondare bocca e viso della Barbie ora in versione (anche) sadomaso.
Il film di Michael Ninn non è certo un capolavoro, troppi gli errori, i passaggi male sviluppati, le ingenuità ed i cliché. É però un prodotto, un'opera, che ha una sua dignità artistica che non è passibile di censura perché comunica non solo eccitazione sessuale ma anche una visione della società in divenire, dei rapporti fra gli individui, del loro rapporto con la cultura e la tecnologia.
Vi è poi uno dei monologhi del protagonista che ci appare esemplificativo e capace da solo di sostenere il valore del film. Qui si dice che le persone hanno sogni segreti (prevalentemente di carattere sessuale) che vogliono tenere nascosti, ma quanto più si sforzano di farlo tanto più il nostro protagonista riesce a vederli e a mostrarceli. Questa altro non è che la parafrasi della stessa pornografia una sorta di profezia che autorealizzata ne segnerà la fine.
Il problema di un film come Latex è che il pubblico raramente é in grado di fruirne in modo serio. Le sequenze di sesso esplicito risultano troppo forti e catalizzano l'attenzione dello spettatore in modo schiacciante rispetto ai monologhi e ai dialoghi che solo se seguiti permettono di contestualizzare le scene ed ordinare in modo critico il perpetuo flusso delle immagini. Il pubblico si sofferma ilare su sfumature grezze di una recitazione per altro di buon livello, cosa che non fa mai di fronte ad una media produzione hollywoodiana (mediamente) ben più ricca di mediocrità nella sceneggiatura come nel recitato. Dimostra così, per primo, quanto difficile sia per il cinema hard-core avere un approccio che non sia prettamente goliardico ed abbia, invece, velleità di prodotto di genere drammatico. Si riduce da spettatore a vero e proprio voyeur che, come il protagonista del film, assiste impotente agli atti sessuali rappresentati desiderando forse di avere fra le mani il morboso telecomando con la funzione fast forward attivata.