
Psycho
(b/n 180', Usa 1960)
Regia: Alfred Hitchcock; soggetto: da un romanzo di Robert Bloch; sceneggiatura:
Joseph Stefano; fotografia: John L. Russel, A.s.c.; effetti speciali
fotografici: Clarence Champagne; scenografia: Joseph Hurly, Robert Claworty,
Georg Milo; Musica: Bernard Hermann; montaggio; George Tomasini; aiuto
regia: Hamilton A. Green; interpreti: Janet Leigh (Marion Crane), Antony
Perkins (Norman Bates), Vera Miles (Lila Grande), John Gavin (Sam Loomis),
Simon Oakland (il dottor Richmond), Frank Albertson (il milionario),
Patricia hitchcock (collega di Marion), Vaughn Taylor, Lurene Tuttle,
John Anderson, Mort Mills; produzione: A. Hitchcock per la Paramount.

"È impossibile fare un
film da Psycho" disse un noto produttore di Hollywood leggendo
il soggetto di Robert Bloch; dello stesso avviso furono i produttori
del film, che costrinsero Hitchcock a finanziare per la Paramountl l'intero
lavoro. Psycho è anzitutto un film a basso costo di produzione
(800.000 mila dollari in tutto), girato in poco più di un mese
con una equipe di operatori prelevata sul set televisivo (la stessa
con cui il regista lavorava agli episodi di Alfred Hitchcock presenta).
Per poter girare il film in così breve tempo Hitchcock fece la
maggior parte delle riprese in studio, lasciando a un' unità
esterna il compito di girare le inquadrature per la città di
Phoenix e la Palude. Un ruolo importante giocò la fase di pre
- produzione: quasi un mese intero (lo stesso tempo impiegato per le
riprese) il regista e Joseph Stefano svilupparono lo screen - play e
contemporaneamente il decoupage (ovvero una prima elaborazione del soggetto
per inquadrature).Hitchcock aveva l'abitudine di prefigurare letteralmente
tutte le scene di un film spezzettandolo in singole immagini, tanto
che lo story board risultava il più delle volte un lavoro secondario.
Da una delle tante testimonianze lasciateci dallo sceneggiatore pare
che "Hitch" apprezzasse in quell'insolito soggetto non tanto
la caratterizzazione dei personaggi, quanto i dettagli scenici: più
di ogni altra cosa lo divertiva l'idea di far morire la protagonista
a un terzo del film! Già la prima scena doveva rappresentare
per l'epoca un vero e proprio scandalo: l'attore John Gavin e l'attrice
Janet Leigh si mostrano allo spettatore in deshabille (lei in reggiseno
bianco e lui a petto nudo); ma la forza di tutta la scena sta nel modo
in cui Hitchcock ci introduce nella stanza dei due amanti.

La macchina da presa, dopo aver staccato da un campo lunghissimo sulla
città di Phoenix, si avvicina in due riprese a un grattacielo
e con un lento zoom entra attraverso la finestra della camera. Senza
troppi indugi Marion ci è mostrata su un letto disfatto con sam
intento a rivestirsi: al regista non serve altro per raccontarci cosa
è appena successo, il film comincia con qualcosa di non mostrato.
Il "couvert", l'allusione saranno da un lato la chiave per
risolvere il problema censura, dall'altro un espediente per nuove soluzioni
visive. Va aggiunto però che Psycho non è soltanto innovazione
o, come è stato detto spesso, rivoluzione; Psycho è anche
e soprattutto cinema classico ovvero regole per inquadrature e raccordo
fra inquadrature. Tutta la prima parte della storia, dal furto di Marion
fino all'arrivo al Motel Bates, è costruita nella più
rigorosa osservanza dei precetti hollywoodiani: come nei film di Wilder
i dialoghi tra i personaggi vengono ripresi in campo e controcampo,
in posizione dominante è sempre inquadrato Norman (cioè
in soggettive dal basso verso l'alto) mentre la vittima Marion sottosta
all'imperiosa soggettiva del suo omicida.

Le inquadrature sono ricondotte l'una all'altra attraverso un semplice
raccordo di sguardi. Nella direzione in cui l'attore punta lo sguardo,
nel fuori campo, ci aspettiamo lo stacco per la successiva inquadratura,
e in nessuna di queste occasioni Hitchcock tradisce l'attesa dello spettatore.
Anche quando gli occhi della protagonista sono rivolti a uno specchietto
retrovisore, il raccordo funziona nella stessa identica maniera, offrendoci
nella scena dell'inseguimento col poliziotto un autentico suspence hitchcochiano.
La forza visiva del film è forse questo audace impiego delle
regole più prosaiche del cinema americano con effetti del tutto
inaspettati per il tempo e il ritmo del racconto filmico. Di vere e
proprie novità si può parlare solo per la famosa scena
della doccia e per quella dell'omicidio di Arbogast.
Nelle intenzioni del regista la morte di Marion doveva essere uno shock;
tutta la prima parte del film infatti era servita a sviare lo spettatore,
a distogliere la sua attenzione allo scopo di rendere la scena dell'assassinio
più forte, una sorpresa assoluta.
Se l'espediente narrativo a Hollywood era conosciuto col nome di red
herring (lett. aringa rossa, fig. traccia falsa), ciò che Hitchcock
fece con la macchina da presa e il montaggio nel momento cruciale della
doccia sortì un effetto per l'epoca ancora sconosciuto. Per soli
quarantacinque secondi di film vi furono sette giorni di riprese e settanta
posizioni di macchina; per non mostrare parti tabù del corpo
femminile alcune inquadrature si girarono al rallentatore sostituendo
dopo ogni ciack Janet Leigh a una modella (della star si vedono solo
le mani, le spalle e la testa; il resto del corpo è della controfigura).
Le stesse inquadrature non furono poi accelerate: anche per l'occhio
più attento è impossibile individuarle a lavoro compiuto,
perché il loro inserimento in montaggio dà un'impressione
di velocità normale. Con la morte di Marion siamo alla scena
più violenta del film; in seguito, come sostiene il regista,
c'è sempre meno violenza.

Al secondo omicidio, quello del detective Arbogast, lo spettatore viene
allontanato dalla vittima con un'impennata della macchina sopra il pianerottolo,
per poi filmare verticalmente l'aggressione della madre: Hitchcock ci
invita per un momento a prendere le distanze da Arbogast per restituircelo
nell'inquadratura successiva con un primo piano dell'attore sotto i
colpi del coltello. L'impatto è reso qui dal contrasto tra il
campo totale della scala e il primo piano dell'attore sotto i colpi
del coltello. L'impatto è reso qui dal contrasto tra il campo
totale della scala e il primo piano del volto dell'investigatore, come
se il regista volesse ridurre la complessa costruzione dell'omicidio
di Marion a un elementare gioco di orizzontale/verticale, lontano/vicino.
Dalla violenza elaborata e virtuosa a quella spoglia e "impoverita".
Psycho si mostra per l'ennesima volta come un'opera irriducibile a un
unico piano o schema di racconto cinematografico: la storia si sviluppa
attraverso numerose scelte tecniche, dal classico dogma hitchcochiano
"dal più grande al più piccolo" (campo totale
- primo piano, campo lungo - avvicinamento - zoom) al decodificabile
linguaggio degli oggetti (il reggiseno prima bianco poi nero di Janet
Leigh, gli uccelli impagliati, il volto imbalsamato della madre), dall'uso
realistico delle luci di scena (Marion nel bagno del motel, Norman in
penombra seduto sotto la tettoia) a quello surreale e fantomatico di
alcune suggestive inquadrature (la stanza con gli uccelli impagliati,
la cantina di Norman). In realtà tanta ricchezza espressiva serve
a Hitchcock per creare atmosfere o situazioni di volta in volta serene
e familiari, misteriose e allucinate; per pilotare le emozioni del pubblico
fino alla resa dei conti, alla soluzione definitiva del racconto. Lo
scopo, come sempre nei suoi film, è e rimane la suggestione,
il senso del pericolo, l'imprevedibilità. Con Psycho la sfida
è lanciata allo spettatore ricorrendo ai vecchi trucchi del mestiere,
attingendo con maestria a tutte le risorse tecniche offerte dalla macchina
da presa (dolly, zoom, e obiettivi con differente risoluzione d'immagine).
Psycho resta confinato nei territori dell'arte cinematografica, ovvero
del saper fare cinema: montaggio, fotografia, colonna sonora
tutto
concorre alla riuscita di un'opera di emozioni, che porta cioè
la platea a reagire in modo istintivo, emozionale. Come osservò
lo stesso Hitchcock: "credo sia una grande soddisfazione per noi
utilizzare l'arte cinematografica per creare un'emozione di massa. E
con Psycho ci siamo riusciti. Non è un messaggio che ha incuriosito
il pubblico. Non è una grande interpretazione che lo ha sconvolto.
Non è un romanzo molto apprezzato che l'ha avvinto. Quello che
ha commosso il pubblico, è stato il film puro
il mio orgoglio
per Psycho sta nel fatto che è un film che appartiene a noi registi,
più di tutti i film che ho girato".
Bibliografia
François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, Pratiche Editrice
Stephen Rebello, Come Hitchcock ha realizzato Psycho, Castoro (a questo
libro rimando per una bibliografia più dettagliata sul film e
sul regista)
G. Gosetti, Alfred Hitchcock, Castoro
F. Carlini, Alfred Hitchcock, Castoro