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Profondo rosso

(Italia 1975, colore, 123', VHS Mondadori Video)
Soggetto e sceneggiatura: Dario Argento e Bernardino Zapponi; fotografia: Luigi Kouvellier; montaggio: Franco Fraticelli; scenografia: Giuseppe Bassan; costumi: Elena Mannini; musica: Giorgio Gaslini e i Goblin; effetti speciali: Germano Natali, Carlo Rambaldi; interpreti: David Hemmings (Mark David), Daria Nicolodi (Gianna Bezzi), Gabriele Lavia (Carlo), Clara Calamai (madre di Carlo), Eros Pagni (commissario Calcabrini), Glauco Mauri (professor Giordani), Macha Meril (Helga), Giuliana Calandra (Amanda Righetti), Nicoletta Elmi (Olga); produzione: Claudio e Salvatore Argento (rispettivamente fratello e padre di Dario) per la S.E.D.A. di Roma; distribuzione: Cineriz.
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Il film, che rappresenta il ritorno del regista al thriller dopo la parentesi delle Cinque giornate di Milano , si apre con un delitto di cui si vedono solo le ombre: quello che si scoprirà essere il fattore scatenante di tutti gli omicidi che verranno raccontati, viene subito collocato in una dimensione più psicologica che reale, ricorrendo ad un artificio (quello delle "ombre cinesi") che fa parte delle ossessioni del cinema in quanto tale. Quella dell'ombra come doppio ingannevole del reale, già di per se poco affidabile, che quando si prova a raccontarlo appare più come un sogno che non come una serie di eventi concreti. Altro simbolo della finzione cinematografica, ben più celebre delle ombre, è lo specchio, che guarda caso si rivelerà l'elemento chiave che permetterà al protagonista (Mark) di risolvere l'intrigo, fermando la catena di omicidi che seguono quello della parapsicologa Helga: proprio percorrendo il corridoio della sua casa subito dopo l'omicidio, Mark (e lo spettatore con lui) vede in uno specchio l'immagine riflessa dell'assassino, ma non la percepisce perché confuso dai quadri che vi si riflettono a loro volta. Un inganno quindi doppio, ovvero dello specchio nei confronti del protagonista e della macchina da presa verso lo spettatore, che al cinema non può decidere di tornare sui suoi passi e rivedersi le cose con più calma: Hitchcock costruì buona parte del suo cinema proprio su questa "doppia truffa" dello sguardo.
L'analogia fra il maestro inglese e Dario Argento non si ferma però qui: sia per il ritmo narrativo che per il taglio delle riprese Profondo rosso assomiglia ad un film hitchcockiano. Argento è costantemente impegnato a disorientare lo spettatore, continuando a spostare la macchina da presa (soprattutto in vista di un omicidio) e facendo cadere falsi sospetti su almeno due dei personaggi, il pianista Carlo e la giornalista Gianna: espedienti entrambi tipicamente hitchcochiani. Il regista italiano ripropone non a caso in occasione di ogni assassinio tutto il repertorio degli effetti classici di suspense (come sono soliti fare peraltro tutti i maestri americani dell'horror, da Raimi a Romero), e quando deve far entrare lo spettatore in un luogo importante ai fini della storia lo presenta come un'entità dotata di vita propria, enigmatica e labirintica, che si percorre con difficoltà.
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Questa volontà di disorientare è particolarmente evidente nell'esplorazione da parte di Mark della vecchia villa liberty (che si trova a Torino), dov'era avvenuto l'omicidio visto all'inizio del film: il pianista - investigatore si sta per avvicinare quindi alla verità, sta per vedere la scena del "delitto madre di tutti i delitti", da quelli dei due parapsicologi a quello dell'autrice del libro sulle "case maledette". Nella villa, che appartiene senz'altro al topos americano della "casa stregata", Mark entra di soppiatto, come un intruso: quasi da subito la macchina da presa ce lo fa vedere con distanza, distacco, dal punto di vista dell'entità (l'assassino in carne e ossa? un fantasma?) che si muove lui sì a suo agio negli ampi spazi in rovina. Il protagonista è seguito a vista e perciò dominato dalla "presenza della casa", i cui segreti pretendono sacrifici per essere svelati: la violazione dello spazio tabù (la stanza murata) costa a Mark un'arrampicata, una vetrata sulla testa, la fatica di bucare un muro, e infine un colpo (sferrato dall'assassino?) che lo respinge definitivamente. Nell'esplorazione dell'interno della villa si fa inoltre preponderante il ruolo della colonna sonora (del celebre jazzista Giorgio Gaslini, che appare sullo schermo fra gli avventori del bar dove suona Carlo), che sembra dettare i tempi sia dell'azione che del montaggio: un'incalzante combinazione di piano, basso e batteria fanno da sottofondo alle carrellate che seguono il protagonista, mentre improvvisi silenzi amplificano l'effetto estraniante dei dettagli e dei primi piani montati in rapida successione che interrompono la fluidità dell'azione, e fanno così presagire situazioni di pericolo.
Interessante è poi la comparsa del battito cardiaco di Mark: il passaggio da una musica di sottofondo over (che proviene cioè fuori dal mondo raccontato sullo schermo) ad un rumore interno a quel mondo e allo stesso protagonista, sembra essere un indizio del carattere interiore e psicologico dello spazio mostrato. Un'attenzione alla dimensione psicologica e interiore che mancherà nella successiva produzione di Argento, più orientata verso le dinamiche del genere fantastico, anche nel caso dei thriller (Tenebre,Opera ).
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Lo scontro madre - figlio, che si svolge tutto nel finale del film, avviene a sua volta secondo una dinamica psico - patologica a cui il regista aveva già fatto ricorso ne L'uccello dalle piume di cristallo : l'autoaccusa di un personaggio serve da procedimento di espiazione e allo stesso tempo da sottofinale per svelare poi il "secondo", autentico omicida, che fa apparire il suo complice come una vittima. Come in Splatters di Peter Jackson, il figlio assiste da bambino all'omicidio del padre da parte della madre, che si trasforma così in figura dominante e oppressiva della nuova e più piccola famiglia: il Lionel di Jackson reagisce al trauma divenendo succube della madre, il Carlo di Profondo rosso si da invece all'alcolismo.
Se il regista neozelandese concede al suo personaggio di continuare a vivere, dopo una rinascita rituale, Argento lo manda invece a morte: a Gabriele Lavia - Carlo tocca quindi la stessa sorte che nel film spetta ad altre glorie del teatro italiano, come Glauco Mauri (che alcune stagioni orsono portò a Bolzano La Tempesta di Shakespeare), lo parapsicologo ucciso con la faccia fracassata su diversi spigoli di casa, oppure Giuliana Calandra (la scrittrice Amanda Righetti), "bollita" nella vasca da bagno. Dario Argento sebra così prendersi una rivincita nei confronti del mondo del teatro, con cui ha sempre avuto un rapporto conflittuale. Vero e proprio omaggio al cinema "dei telefoni bianchi" degli anni '30 - '40 è invece l'impiego di Clara Calamai, che fu protagonista di Ossessione , primo film di Luchino Visconti, nella parte della madre criminale, non a caso una ex - attrice: questa non sarà comunque che la prima di una serie di apparizioni di vecchie attrici (Alida Valli in Suspiria e Inferno, Joan Bennett in Suspiria) con cui Argento sembra voler rimanipolare certi ruoli e stereotipi femminili in chiave stregonesca, orrorifica.

Pugliese, Roberto, Dario Argento, Collana Il Castoro cinema, Milano 1986

In rete:
http://www.houseofhorrors.com
http://www.en.com/users/tmr/argento.htm