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(USA - 1999, 121')
di Sam Mendes
con Thora Birch, Annette Bening, Kevin Spacey, Mena Suvari

TRAMA
I Burnham sono una di quelle tipiche famiglie della media borghesia americana
condannate ad essere felici. Hanno tutti i requisiti che il loro status
sociale richiede per essere appagati. Peccato però che il signor
Lester Burnham (Kevin Spacey) sia sessualmente e professionalmente insoddisfatto,
che sua moglie Carolyn (Annette Bening) sia una carrierista ossessiva e
la loro figlia sia un'adolescente depressa e insicura. Quando Lester perde
la testa per una compagna di scuola della figlia, il suo precario equilibrio
va in pezzi.

-vincitore dell'oscar nella sezione Miglior Film alla
72° edizione della notte degli Oscar
-Sam Mendes vincitore dell'oscar nella sezione Miglior Regia alla 72° edizione della notte degli Oscar
-Kevin Spacey vincitore dell'oscar nella sezione Miglior Attore alla 72° edizione della notte degli Oscar
-vincitore dell'oscar nella sezione Migliore Sceneggiatura Originale alla 72° edizione della notte degli
Oscar
-vincitore dell'oscar nella sezione Migliore Fotografia alla 72° edizione della notte degli Oscar
-vincitore nella sezione Miglior film drammatico alla 57° edizione
del Golden Globe
-Sam Mendes vincitore nella sezione Miglior regista alla 57° edizione
del Golden Globe
-vincitore nella sezione Miglior sceneggiatura alla 57° edizione
del Golden Globe
La Stampa (22/1/2000)
Lietta Tornabuoni

Che prenda qualche Oscar (come si dice) oppure che non li prenda, "American
Beauty", diretto dal regista teatrale debuttante nel cinema Sam Mendes,
è un buon film molto ben recitato, una di quelle storie d'infelicità
borghese negli Stati Uniti predilette dagli europei, una tragedia americana
esemplare e schematica alla maniera di Arthur Miller. Naturalmente, la
piccola famiglia ideale benestante ed elegante nasconde nella bella villa
del quartiere residenziale ogni pathos e frustrazione. Il marito Kevin
Spacey teme di perdere il posto, a 42 anni si sente finito, inaridito,
fallito, finché non s'innamora della ragazzina Mena Suvari emblema
di vitalità, bellezza, sapore e futuro, dominata da un unico pensiero:
"Nella vita non c'è di peggio che essere una qualunque".
La moglie Annette Bening, agente immobiliare di poco successo, è
una doverista-volontarista che non arriva a plasmare se stessa come vorrebbe.
La figlia adolescente Thora Birch non si piace e ne soffre; il ragazzo
che lei ama esiste per procura, filmando tutto e tutti con la sua videocamera
; il padre del ragazzo, ex militare fascistoide, è talmente soffocato
da pregiudizi o rimozioni da diventare assassino al sospetto che suo figlio
sia gay. Ordinatamente, insomma, ogni personaggio simboleggia un'ossessione
americana principale: lo spreco della vita senza gioia e la seconda opportunità
offerta a tutti, l'incapacità di autodeterminazione, il senso di
inadeguatezza e il disamore di sè, il bisogno di essere popolare,
la confusione tra realtà e rappresentazione, l'omofobia intollerante
e violenta. Un po' schematico e obsoleto: sembra una parodia di David
Lynch. Ma l'intensità dell'atmosfera, il modo in cui è raccontato
l'intrecciarsi di equivoci e di errori che porta alla morte, le improvvise
accensioni visionarie (il corpo nudo dell'adolescente amata appena celato
e immerso in rossi petali di rosa, le interpretazioni, danno al film una
vera qualità cinematografica. "American Beauty" è
il nome di una rosa, è il titolo di diversi porno-film californiani,
è l'allusione ironica a quel Sogno Americano che il cinema ancora
s'accanisce a negare e distruggere benché tutti lo sappiano non
più esistente e da anni neppure i politici si azzardino a rivendicarlo:
adesso è anche un buon film, più coraggioso di "Gente
comune", meno coraggioso di "Happiness", in cui Kevin Spacey
raggiunge il massimo della mediocrità drammatica dei suoi personaggi.
Corriere della Sera (22/1/2000)
Tullio Kezich

"In vita mia non ho mai fatto una sola cosa che volevo" si lamentava
il protagonista di "Babbit" (1922), un romanzo di Sinclair Lewis
oggi tanto caduto nell'oblio che non lo vedo menzionato in nessuna delle
recensioni di "American Beauty". Definito "a real american
original" da Todd McCarthy su "Variety", il bel film di
Sam Mendes giustifica la definizione perché non ha a monte un libro
o una commedia ed è tutta farina del sacco dello sceneggiatore
Alan Ball. Ma l'idea dell'uomo comune che a un certo punto si ribella
al trantran e dà fuori di matto non è nuova: e sarebbe interessante
ripercorrerne la lunga storia da Georg Kaiser ("Da mezzogiorno a
mezzanotte") a Guglielmo Giannini. Nel film Kevin Spacey è
un altro babbit, che si presenta in un monologo off iniziando: "Sarò
morto fra meno di un anno. Ovviamente, in questo momento non lo so".
Tutto è stato consumato e la voce d'oltretomba svela l'accaduto:
nello stesso modo esordiva William Holden morto nella piscina in "Viale
del tramonto". Strapazzato dai superiori in ufficio, cornificato
e tormentato dalla moglie Annette Bening, disprezzato dalla figlia, durante
un'esibizione di majorettes Kevin è folgorato dal fascino lolitesco
di Mena Suvari. Da quel momento è come se dentro di lui si fosse
accesa una miccia: comincia a rispondere male, spacca un piatto, lascia
l'impiego e tramite un ricatto si fa liquidare in eccesso. Ma su questo
risveglio dei sensi la vera tragedia incombe dalla casa accanto: non per
mano del giovane Wes Bentley, che spia i vicini dalla finestra con l'attitudine
del serial killer, ma istigando la follia annidata nel padre di costui,
Chris Cooper, ex ufficiale dei marines odiatore degli omosessuali e nostalgico
del Terzo Reich. Ambientato nella quiete serena del quartiere-giardino
di una piccola città, "American Beauty" (è il
nome di una rosa) ci precipita in un inferno borghese intessuto di pregiudizi,
menzogne, frustrazioni e pericoli. Per il povero Spacey ci sono almeno
tre potenziali assassini (inclusa la moglie, che si esercita alla pistola);
e "chi sparerà alla fine?" è la domanda che regge
il racconto. Il senso è che in una società come quella che
in cui viviamo, senza ideologie e senza prospettive, dobbiamo aspettarci
il peggio. Un bel segnale di allarme, non c'è che dire; e fatto
funzionare nel modo giusto. Ambientazione e regia impeccabili (Mendes,
un grande regalo del teatro al cinema, potrebbe essere il Kazan del 2000)
e gli interpreti fanno faville. Li rivedremo all'Oscar.
Film TV (25/1/2000)
Emanuela Martini
L'"American Beauty" è una rosa, una rosa
rossa e snella coltivata con pignola passione da una moglie frustrata.
La "American Beauty" è anche un'adolescente bionda, intravista
dal protagonista tra le majorettes del college e subito idealizzata come
una nuova Marilyn, ricoperta, nei sogni e nei desideri, di petali purpurei.
Ma la "bellezza americana" è anche, sardonicamente, una
vita suburbana agiata ma nevrotica, spenta, incolore, nonostante lo schermo
rimandi i bagliori squillanti di un iperrealismo lynchiano. Sam Mendes
(esordiente nel cinema, ma una gloria della scena, dopo gli allestimenti
di "Cabaret" e "The Blue Room") deve molto alla crudeltà
di David Lynch, allo squallore che brulica sotto le vite americane. Prati,
staccionate, belle case, notti nelle quali solitudini incattivite cozzano
le une contro le altre: in tre davanti a un vecchio film di Reagan trasmesso
in televisione; in tre a una tavola imbandita per la cena; i silenzi rotti
dal rancore. Soli a fare fitness in cantina, soli a spogliarsi davanti
a una finestra aperta, soli a spiare. Il più solo è il protagonista,
quarantenne in crisi sedotto da un miraggio biondo che lo catapulta nella
sua giovinezza, ormai patetica, fatta di "canne", velocità
e Pink Floyd. Uno che sa che di lì a pochi giorni sarà morto
(come annuncia la sua voce off all'inizio, in un omaggio a "Viale
del tramonto" di Wilder), come se la sua morte fisica fosse solo
la consacrazione di un ormai accertato decesso psicologico. "Mia
moglie e mia figlia pensano che io sia un enorme perdente. E hanno ragione":
Kevin Spacy percorre il film sconfortato e sornione, ormai niente più
di un'ombra che cammina. Il più sano, invece, è il ragazzo
che riprende tutto con la telecamera e si innamora della ragazzina scontrosa
e scontenta: saremo sempre dei diversi, noi non saremo mai come l'altra
gente". Forse la bellezza americana è anche questa; e la capacità,
oggi, di fare un film classico, che affronta la morte barocca con il sogghigno
del noir.
la Repubblica (23/1/2000)
Irene Bignardi
Sembrerebbe tutto già visto: la critica della vita
suburbana, il colletto bianco frustrato che si ribella ai miti e ai riti
del quartiere residenziale e manda tutto al diavolo, la moglie ambiziosa
e imperiosa che desidera solo mantenere le apparenze, la casa perfetta
e le rose nel giardino davanti, la figlioletta ribelle in tempesta ormonale,
i vicini strani, l'innamoramento dell'uomo adulto per la bella ragazzotta,
e perfino il morto che parla - ricordate Viale del tramonto? - raccontando
in prima persona la sua vicenda e le tappe che hanno portato alla sua
fine. Sembrerebbe tutto visto e invece American Beauty (il nome di una
sontuosa rosa rossa, quella che campeggia sui manifesti su un bel pancino
adolescente, e un titolo carico di ironia) ha abbastanza stile e idee
per rendere tutto originale, e si merita i riconoscimenti che, a partire
dalle candidature ai Golden Globe, cominciano a piovergli addosso. La
felice alchimia del film nasce da una sceneggiatura intelligente e ben
scritta firmata da Alan Ball, noto sinora solo per degli sceneggiati tv,
da una orchestrazione di rimarchevole eleganza e precisione ad opera di
Sam Mendes (il regista teatrale inglese di Cabaret e di The Blue Room,
al debutto cinematografico) e da un gruppo di attori eccellenti. Kevin
Spacey non è mai stato così bravo, anche se resta sempre
ambiguamente sgradevole. Annette Bening, nel ruolo di sua moglie, perfetta
padrona di casa suburbana e agente immobiliare non particolarmente fortunata,
tira fuori una notevole grinta autoironica. E sono ben scelti anche i
tre ragazzi: la vistosa Mena Suvari, la "cheerleader" che gioca
a fare la donna fatale e accende i desideri del quarantenne in crisi,
Thora Birch, la figlia diciottenne e ribelle, Wes Bentley, il bel ragazzone
dallo strano sguardo azzurro che sotto il naso del babbo Chris Cooper,
ex-colonnello e filonazista, spaccia metodicamente droga - e intanto filtra
il suo rapporto con la realtà e persino con la ragazza di cui si
innamora attraverso la sua telecamera. Non che proprio tutto sia perfettamente
a registro. Annette Bening avrebbe dovuto rendersi conto, per esempio,
che la scena di sesso tra lei e il suo amante - il re degli agenti immobiliari
- è, nel contesto di un film che predilige la strada dell'allusione,
dell'ironia e dell'ellissi, caricaturale e inelegante. E le divagazioni
estetiche e poetiche del ragazzo Wes sulla pura bellezza del sacchetto
di plastica da lui ripreso mentre vola senza mai posarsi per terra suonano
a dir poco artificiose (e tuttavia adolescenziali). Ma senza arrivare
agli estremi crudeli ed eversivi di Happiness da una parte o, dall'altra,
alla contrastata nostalgia di Pleasantville, American Beauty traccia,
in forma di favola nera, un quadro feroce e bruciante del perbenismo borghese,
della crisi del maschio che invecchia, dei sogni sbagliati delle adolescenti,
dello iato tra genitori e figli. Anche se in America i nemici del film,
che ci sono (non si è trattato di un trionfo critico assoluto),
lo hanno accusato di essere, come i confratelli film sulla crisi di Suburbialand,
il prodotto degli incubi della mezza età di qualche tycoon hollywoodiano:
Spielberg (visto che il film è prodotto da Dreamworks, anzi, è
uno dei suoi primi prodotti veramente adulti)? Brillante e tragico, enfatico
ed economico, commovente e sgradevole, American Beauty è invece
un film fuori genere, tra satira, autoritratto e fantasia, che consente
molte letture. Ed è, soprattutto, un film di stile. Dalla fotografia
di un vecchio maestro come Conrad Hall (il cinematographer di Nick Manofredda
e di Butch Cassidy), che costruisce fluidamente le immagini di una realtà
così curata da sembrare finta, al montaggio impeccabile, a una
sapiente costruzione delle inquadrature, American Beauty è certamente
il miglior debutto dell'anno, e un film che, miracolosamente, si può
anche rivedere continuando a scoprirvi cose nuove.
Sette (20/1/2000)
Claudio Carabba
"Fra un anno sarò morto ...". Come nei
vecchi classici, la voce narrante fuoricampo è postuma e malinconica.
Quando American Beauty comincia, tutto è già avvenuto; il
protagonista (mister Lester, uno strepitoso Kevin Spacey) è già
stato ammazzato. La storia ci dice da chi, come e perché. Ma non
conta solo la notte della tragedia: gli ultimi mesi dell'ordinaria vita
di Lester sono la cronaca sentimentale di una rivoluzione. Scosso dal
fascino acerbo di una fanciulla da peccato (la bionda Mena Suvari), amica
del cuore della figlia liceale (Thora Birch, anche lei torbidetta), Lester
spezza un'esistenza consumata ha villette tutte uguali, dando un calcio
alla disciplina dell'ufficio e a una moglie assillante (Annette Bening,
odiosa e brava) riscoprendo il piacere di avere cura di sé. Ma
la fuga non sarà possibile, perché gli uomini non sono buoni,
niente é come sembra e nessuno conosce nessuno. Debuttante di lusso,
arrivato da Broadway Sam Mendes conduce la danza macabra con stile cattivo
schizzando veleno, senza retorica, sui sogni americani. Qualche Oscar
lo aspetta.
l'Unità (22/1/2000)
Alberto Crespi
Family life, sono passati quasi trent'anni dall'omonimo
film di Ken Loach che, con piglio secco e documentaristico, ispirandosi
alle teorie di Laing, scandagliava la nevrosi di un famigliola piccolo-borghese.
Eppure la basica istituzione - con buona pace del Pontefice, di Ciampi
e di D'Alema - continua a non passarsela troppo bene. Almeno per come
la racconta il cinema, mentre in tv è tutta un'altra storia. Disfunzionale,
tumefatta, avvelenata e implosa, la famiglia tardocapitalistica di fine
millennio è un inferno terreno: vi si annidano l'incesto ("Sit-Com"
), la pedofilia ("Happiness"), il tradimento ("Tempesta
di ghiaccio"), la meschinità ("Panni sporchi"),
e chi più ne ha più ne metta, Ed é ancora niente
in confronto alla famiglia che ci squaderna davanti in un mix di sarcasmo
e di ferocia uno dei film più interessanti degli ultimi tempi,
quell'"American Beauty" uscito ieri nelle sale italiane vietato
- stavolta con qualche ragione - ai minori di 14 anni. Commedia sulfurea
e sofisticata diretta dall'esordiente inglese Sam Mendes, regista che
s'era fatto notare da Spielberg dirigendo - e spogliando - a teatro Nicole
Kidman in "Blue Room". Film-rivelazione dell'anno, candidato
a 6 Golden Globes e favorito nella corsa agli Oscar, "American Beauty"
è diventato in patria un discreto caso commerciale coi suoi 72
milioni di dollari di incasso, e il miracolo potrebbe ripetersi anche
da noi. Perché Mendes ha realizzato un film squisitamente hollywoodiano,
e quindi capace di parlare a tutti, senza rinunciare a metterci dentro
qualcosa di più colto e insinuante. Alla maniera di una tela di
ragno, "American Beauty" cattura anche lo spettatore più
diffidente, perché tutto - dalla chiaroscurale fotografia di, Conrad
L. Hall alla suadente partitura musicale di Thomas Newton confluisce in
un'estetica che agisce sottopelle, e ci invita a cogliere il lato buffo,
inatteso, quindi bello, della vita. Lo stesso titolo chiama a questa lettura.
La "bellezza americana" evocata è quella che un adolescente
disturbato e scaltro, per sottrarsi alla soffocante disciplina familiare,
"cattura" attraverso la sua telecamera portatile: muri scrostati,
un volto di ragazza, un sacchetto di plastica rossa che volteggia per
aria... Ma, pur smantellando un certo culto del "politically correct",
il film non prende di mira solo la Famiglia Americana, quel misto di ipocrisia
e scorticatezza, di pulsioni fetide e valori benpensanti che essa custodisce.
Sarà perché lo sguardo si arricchisce via via di un ulteriore
livello metaforico, sicché alla fine i personaggi anche i peggiori
- ispirano una strana compassione. Murati vivi in quelle villette a schiera,
linde e rassicuranti, che aggiornano i panorami anni Cinquanta di "Pleasantville",
i protagonisti di "American Beauty" esprimono infatti una condizione
umana universale, un malessere che probabilmente ci riguarda tutti. "Ho
42 anni e tra meno di un anno sarò morto", sussurra nell'incipit
vagamente alla "Viale del tramonto" il capofamiglia Kevin Spacey,
yuppie sfigato e stressato a un passo dal licenziamento. Per il trapassato
prossimo venturo la vita in famiglia è un disastro: masturbarsi
dentro la doccia di prima mattina è l'unico piacere che gli resta,
giacché la moglie in carriera Annette Bening, pronta a tradirlo
con un impomatato agente immobiliare, non si fa più toccare, mentre
la sensibile figlia Thora Birch vive in casa come un'estranea, mal sopportando
che papà sbavi dietro l'amichetta di classe Mena Suvari, sognata
nuda dentro una vasca piena di petali rosa. Poi c'è Ricky, il ragazzo
con la telecamera della porta accanto: docile e ubbidiente col padre (un
omofobo e manesco marine in pensione), ma pronto a togliersi ogni svogliatura
smerciando droga in grande stile. Se l'intreccio vagamente "giallo"
- chi ucciderà e perché Kevin Spacey? - serve ad alimentare
la suspense, la qualità più evidente del film sta altrove:
nel costruire in bilico tra farsa e tragedia una commedia umana che smantella
via via le rassicuranti bugie di facciata. E' possibile che il pubblico,
specie quello maschile e quarantenne, si sentirà vicino al capofamiglia
Spacey, l'unico che in fondo, sin dal principio, rifiuta di portare la
maschera: sull'orlo della depressione, l'uomo si ribella assestando qualche
buon colpo da figlio di puttana al boss che lo vuole licenziare e imboccando
a sorpresa il sentiero di una salutare resurrezione psico-fisica ("Sono
cambiato, e il mio nuovo Io si fa una sega", ghigna alla moglie scandalizzata).
Difficile dire se "American Beauty" custodisca un messaggio
di speranza dietro il cinismo che sprizza dalle sue "scene da un
matrimonio". Ma certo un barlume di acquietata coscienza traspare
dal monologo finale, un invito a guardarci attorno per cogliere "la
bellezza" che ci circonda, foss'anche quel sacchetto di plastica
che danza nel vento.
il Manifesto (27/1/2000)
Roberto Silvestri
Si può fare poesia, si può vivere davvero,
a San Fernando Valley, l'al di là di Hollywood, il di dietro della
più famosa collina del mondo? Eppure è il posto più
brutto e invivibile del mondo, con tutte quelle casettine uguali, più
centri commerciali, dove la middle class - che vi venne rinchiusa negli
anni '50 ostaggio di un disegno residenziale "apartheid" - ha
la soddisfazione psicolabile di non conoscere mai nessuno e non socializzare
mai, soprattutto con i vicini di casa (che invece erano il mito degli
anni trenta e quaranta e del new deal); dove non c'è un centro,
una piazza o un giardinetto, e dove poi, almeno in estate, a causa di
un cocktail micidiale di caldo insopportabile più umidità
a prova di piscina, si schiatta letteralmente di tutto. Il "big one",
se ha un senso, ha proprio il dovere di inabissare nell'oceano, almeno
dell'immaginario, proprio questa offesa alla convivenza civile, all'urbanistica
umanistica e alla logica umana, la Valle. Una serie di film recenti l'hanno
eletta a metafora dell'America oggi, simbolo dell'implosione della famiglia
nucleare ricca e bianca. Il primo è stato Boogie nights di Paul
Thomas Anderson (sulla lì fiorente industria della pornografia
cinematografica), il secondo è questo American beauty, opera prima
dell'inglese Sam Mendes, dal più che sarcastico titolo, e il terzo
sarà Magnolia, sempre di P.T.Anderson, la suite certo più
complessa e forse più affascinante dedicata a questo formicaio
infernale senza progetto. American beauty è il ritratto di una
famigliola perfetta e felice. Dunque morta: il papà inquieto è
Kevin Spacey (un attore capace di tutto, perfino di rifare Gary Cooper
oggi che a Gary Cooper non darebbero una parte) e la mamma inquieta è
Annette Benning (così estremista che quando il suo personaggio
è banale come questo sa diventare mostruosamente imbarazzante).
Lui è in crisi e lei è una "Craig's wife", una
insopportabile materialista che ucciderebbe qualunque sentimento e affetto
sul nascere a causa di una perfezionistica tendenza al vuoto spirituale,
da sottolineare con materialistica ossessione: "casa perfetta",
"colazione perfetta", "comodino perfetto", "amante
perfetto", "giardino perfetto"... E poi la figlia, Jane,
che li manda tutti a quel paese, dalla prima scena all'ultima, l'unica
novità della Valley. Una "valley girl" che non si compiace
più di inventare idioletti incomprensibili dagli adulti, come usavano
negli anni 70 e 80 (per esempio la figlia di Frank Zappa che abitava lì),
ma che si smarca per i suoi comportamenti anticonformisti a oltranza.
Se il papà è gentile, fuck you! Se il vicino è un
"freak", innamorarsene subito. Se sembra un guardone, spogliarsi
davanti a lui munito di videocamera...Infine l'amica Angela, il biondo
sogno erotico proibito del quarantenne che mette su pancetta, visualizzato
con tutti gli ingredienti più zuccherosi e le pulsioni più
pubblicitarie. E' piaciuto particolarmente negli Stati Uniti American
beauty per quel tono leggero, da semi-commedia di costume, incapsulata
dentro un thriller (abbiamo all'inizio del film la voce fuori campo di
un cadavere, come in Viale del tramonto, e chi vuole può anche
appassionarsi alla soluzione del quiz: chi ha ucciso papà Spacey,
e perché?) e poi il tutto inserito dentro una teenage-story al
limite del piccante (sfiora quasi tutti i tabù sconvolti dai capolavori
del '99, come Eyes wide shut) ma senza fare mai indignare nessuno: lolitismo,
incesto, adulterio...Non mancano le strizzatine d'occhi al cinema libero,
poetico, "dogmatico" alla von Trier/Switch Blair Project, affidate
al personaggio di vicino di casa che sopporta sulle spalle tutto il peso
del buon vicinato, e che è una specie di pasoliniano demone da
Teorema, alle prese con un papà nazista e collezionista di armi,
gay represso naturalmente a causa di una moglie ebete, contro il quale
fa guerriglia a base di afgano, libanese verde e ogni ben di dio.
Sole 24 Ore (6/2/2000)
Roberto Escobar
"Tra un anno sarò morto", dice la voce
fuori campo di Lester Bumham (Kevin Spacey). Ma in fondo, aggiunge, "sono
già morto". L'io narrante di American Beauty (Usa, 1999, 121')
parla da un luogo e da un tempo paradossali, che stanno oltre il film,
al di là della sua vicenda. Qualcosa di simile accadeva in La fiamma
del peccato di Billy Wilder. "Non ho avuto i soldi e non ho avuto
la donna": così, all'inizio, la voce fuori campo di Walter
Neff (Fred McMurray) ne anticipava la conclusione. Allora, nel '44, la
confessione postuma dell'assicuratore sottolineava l'ineluttabilità,
la fatalità tragica della storia. Ora, invece, non c'è tragedia,
in quest'angolo ricco e misero, ordinato e vuoto d'America. Niente giustifica
l"'attenzione" del fato: non vette dell'anima, e neppure abissi.
Sam Mendes e Alan Ball (sceneggiatore) non raccontano grandi caratteri
né pulsioni irrefrenabili, ma solo vite mediocri e mediocri aspettative.
E infatti il linguaggio di American Beauty non è quello della tragedia,
ma quello della commedia, con più d'un momento che parrebbe muoverci
al riso. Anzi: che ci muoverebbe al riso se, come un'angoscia senza fine,
non ci sentissimo addosso una compassione atterrita. Perché, dunque,
la sceneggiatura ci anticipa la morte su cui si chiuderà il film?
Perché lo fa attraverso il paradosso dell'io narrante? In parte,
la risposta viene da quel "sono già morto". È
un morto che racconta di morti, Lester Burnham. Nelle vie tranquille e
silenziose d'un quartiere tranquillo e silenzioso, nelle case piene di
rispettabilità esibita e pacchiana, quello che manca é la
vita. La sostituisce una sua caricatura: il mito del successo come criterio
supremo d'autostima, l'ideale coatto e nevrotico della costruzione agonistica
di sé, la miseria d'un individualismo senza individui, e perciò
subìto, faticoso, ideologico. Verrebbe da definirla nichilistica,
questa tragicomica caricatura della vita, se non fosse per il fatto che
non sembra reggere il peso d'un termine tanto impegnativo. Non c'è
vera sofferenza di sé né, tanto meno, dolorosa autoironia,
neppure nella forma degradata e cattiva del cinismo, nello stile di vita
degli uomini e delle donne di American Beauty. C'è invece neutralità
del cuore, indifferenza pacificata. Lester è già un morto
tra morti, appunto. Quello che, tuttavia, lo rende dissonante, pur nell'uniformità
generale, é un sentore d'infelicità, un seme d'inquietudine,
Ha la fortuna di non aver avuto successo, e di non soffrirne come d'una
sconfitta. Da qui può nascere la sua ribellione, non grande, non
tragica, non fatale: tragicomica, tutt'al più. Una ribellione,
ancora, che si esaurisce in una strategia anch'essa non grande, non tragica,
non fatale. Per sottrarsi alla caricatura della vita, Lester si sottrae
alla vita. E infatti si rifugia nella propria consapevole mediocrità,
accettandone e godendone l'indifferenza: qualche spinello, una vecchia
auto sportiva, un po' di ridicoli esercizi fisici, risposte crudeli alla
moglie Carolyn (Annette Bening), disamore per la figlia Jane (Thora Birch),
passione senile e patetica per Angela (Mena Suvari). É difficile,
in platea, identificarsi con lui, Piuttosto, e con gran pena, ci si scopre
a temere di somigliargli, anche solo un po'. In fondo, Lester minaccia
d'essere una nostra angosciante, agghiacciante eventualità. D'altra
parte, American Beauty non si limita a dare immagine alla miseria e alla
mediocrità, alla solitudine e alla sofferenza. Non è indifferente
e pacificato, lo sguardo di Mendes e Ball. E per questo che in platea
ci sentiamo sì gravati da una compassione atterrita, ma non "abbandonati"
alla mediocrità vuota dei protagonisti (così finiva per
fare, nel '98, il Todd Solondz di Happiness). Al contrario, pone in questione
i propri personaggi, ce ne fa intravedere le possibilità. Basti
pensare alla splendida ultima sequenza. Attorno al colpo di pistola risolutore,
il montaggio intreccia i rancori e le ignominie di tutti i personaggi
principali. Ma insieme ne illumina per così dire l'altro lato:
le verità tenute nascoste anche a sé, le sofferenze, i rimpianti,
il dolore finalmente aperto e "generoso" (soprattutto quello
di Carolyn che, di fronte al cadavere di Lester, ha il solo grande, tragico
gesto d'amore di tutto il film). Il cinema di Mendes e di Ball riesce
dunque a essere morale. Non giudica della moralità o immoralità
del personaggi (sarebbe solo moralistico). Piuttosto, ha il coraggio d'essere
uno sguardo. Ed é questo, forse, il senso pieno dell'esordio del
film, con la sua anticipazione narrativa paradossale. Ponendosi e ponendoci
subito oltre il film, al di là della sua vicenda, American Beauty
dichiara d'avere un punto di vista esterno alla storia narrata. Se si
preferisce: s'impegna a non ridurre la miseria narrata a una miserabile
narrazione.
Ciak (1/2/2000)
Stefano Lusardi
Perfetto. Non una nota stonata, mai un'inquadratura superflua.
Così stupefacente da riconciliarci con una cinematografia, quella
americana, che sembra aver dato il cervello all'ammasso. Invece American
Beauty è di cristallina intelligenza. Un po' requiem per il Sogno
Americano come si usava nei '70, un po' pura cattiveria in acido come
in Happiness Ma se il film di Solondz era un condensato di sgarbata genialità,
questa opera prima (opera prima!) dell'inglese Mendes é amorevolmente
cattiva, lucida come un teorema sugli ultimi tristi scampoli del Novecento.
Niente e nessuno manca all'appello: l'apparire e l'avere più forti
del sentire e dell'essere, il delirio di una vita trasformata in merce
e la demenza collettiva del glamour, il successo come unico metro di giudizio
e la nuova genia degli "uomini forti", la normalizzazione che
cancella ogni dissenso e l'infelicità rimossa nel nome della frenesia
del fare e del possedere. Nel film si procede come in una sinfonia, dall'allegretto
al grave, mescolando simbolismo cromatico e cromatismo sociologico, sfiorando
generi e ridisegnando patologie. Nulla di nuovo sotto il sole, solo che
questo sole ha una nuova luminosità. E a tratti brucia d'incanto.
Almeno in tre sequenze. Quella del desiderio, rosso come una rosa. Quello
della morte, momento sommo e forse unico di coscienza e pacificazione.
E infine quello del sacchetto volteggiante in aria, inafferrabile e francescana
essenza di bellezza, l'idea più bella e pregnante dell'intero film.
Che Mendes dirige con democratica saggezza. Regalando ad ogni attore il
suo momento d'oro, anche se la parte dei leoni la fanno il suadente Spacey
e la nevrotica Bening. Tutti da Oscar, nessuno escluso. Come, almeno meritevoli
di nomination, sono l'arguto scrittore, il raffinato direttore della fotografia,
l'incantevole autore delle musiche. Applausi a scena aperta come a teatro.
Perfetto. Perfino troppo.
il Giornale Nuovo (11/1/2000)
Massimo Bertarelli
Le coppie in crisi, o anche solo traballanti, é
bene che evitino un film del genere: potrebbe essere la spinta decisiva
per la separazione. E' vero che il cinema è un ritrovo per famiglie,
ma stavolta genitori e figli dovrebbero vederselo per conto proprio: certe
scene sono così crude da creare presumibili imbarazzi anche in
nuclei affiatatissimi. Per dire di che pasta è fatto American Beauty
basta l'inizio, quando il quarantenne Kevin Spacey, impiegato detestato,
marito ignorato e padre spernacchiato, ci rivela alla maniera di William
Holden in Viale del tramonto, che in meno di un anno sarà morto.
L'unico momento, aggiunge il prologo, di gioia nelle sue deprimenti giornate
è quello della doccia mattutina, dove, anziché nel sapone
e nello shampoo, trova conforto nell'amore solitario. Difficile trovare
una definizione che ne sintetizzi il genere, il film del giovane [33 anni)
esordiente proveniente dal teatro Sam Mendes non è un poliziesco
né un thriller, né un dramma in senso pieno, è un
po' commedia un po' tragedia, satira e apologo morale, un mix amarissimo
e crudele che non ti dà respiro dalla prima inquadratura e ti lascia
con l'angoscia nel cuore, eppure ha sempre l'ironia spianata. In due parole,
l'omino, disprezzato da tutti, a cominciare da se stesso, prende un'improvvisa
sbandata per la piccante Lolita Mena Suvari, maliziosa amichetta della
figlia Thora Birch, senza che la gelida moglie Annette Bening, impegnata
a farsi rimorchiare da un fustacchione di passaggio faccia una piega.
Il risveglio dei sensi, pur se presumibilmente annacquati dalla singolare
abluzione mattutina, dà nuovo vigore all'infelice travet, grazie
anche alle sostanziose dosi di coca fornitegli sottobanco dall'insospettabile
Wes Bentley, il taciturno figlio del vicino di casa, il fanatico colonnello
dei marines Chris Cooper. Il lettore non se la prenda per tutti quei nomi
a lui sicuramente ostrogoti, ma la citazione degli attori principali è
d'obbligo per la straordinaria bravura di ciascuno. La maledizione che
grava sul protagonista fa sì che l'ufficiale nazistoide equivochi
sulla vera natura della strana amicizia tra il suo rampollo e quel signore
così affabile, ingiustamente scambiato per un gay in cerca di prede
fresche. Di più non si può riferire, anche per correttezza
verso l'imminente spettatore, che rimarrà avvinto dal perfetto
disegno dei caratteri e dalla bellezza delle immagini, in un film dove
la disperazione dei personaggi riesce mirabilmente a fondersi con la delicatezza
dei sentimenti, nonostante il linguaggio sia spesso greve e le situazioni
tali da provocare sicuro sconcerto, perlomeno negli animi più sensibili.
Se Kevin Spacey non vincesse l'Oscar, sarebbe un delitto: è un
attore strepitoso, anche se tutt'altro che attraente, piccoletto e stempiato
com'è, anzi a esser franchi, è piuttosto antipatico ma ha
uno sguardo, una duttilità, una varietà di espressioni,
in una parola una classe tale che Bob De Niro e Al Pacino devono rassegnarsi
a lasciargli libero molto presto il loro trono.
Il Resto del Carlino (23/1/2000)
Paola Cristalli
Questo è il mio quartiere, questa è la mia
vita. La voce di Kevin Spacey plana su una periferia americana d'autunno,
giardini ordinati, viali di rami spogli, contorni netti, una luce immobile
come in un quadro iperrealista che cominci però a perdere i colori.
La sua vita (lo dirà poi al suo capufficio, con scherno freddo,
nel momento in cui perde il lavoro), è qualcosa che ha a che fare
con l'inferno. L'inferno di Lester Burhnam è un'immagine ricorrente:
una sala da pranzo, una cena familiare, "musica da sala d'attesa",
un marito spento, una moglie ai bordi dell'isteria, una figlia imbronciata
in mezzo a loro, ciascuno alla deriva in una palude di banalità
crudeli che li rendono ogni giorno più estranei e lontani. Il suo
provvisorio paradiso Lester Burhnam lo trova nel gonnellino da cheerleader,
nel profilo di Barbie, nel lolitesco appeal, un po' Charlie's Angel, un
po' pornodiva bambina, dell'amica sedicenne della figlia. Questa piccola
bionda american beauty diventa l'oggetto di sogni ad occhi aperti e umidi,
e l'immagine guida di solitarie pratiche sessuali (tra Lester e la moglie
non c'è più sesso da molto tempo): lui la immagina in una
pioggia di petali di rosa rossa che le escono dalla camicetta slacciata
e compongono un tappeto per il suo corpo nudo, a metà tra calendario
di Marilyn e sogno buñueliano. Sarebbe davvero notevole se American
Beauty, già un successo acclamatissimo dalla critica in America,
venisse anche consacrato dai molti Oscar di cui si parla. Avrebbe un po'
l'effetto di chiudere i conti col cinema vistoso, titanico nelle forme
e nei sentimenti, che ha segnato gli ultimi due decenni; e ricominciare
da capo, con uno sguardo, che non dimentica stile e durezza degli anni
Settanta. Nel suo impeccabile schema visivo, il film di Sam Mendes (il
regista teatrale inglese che ha portato Nicole Kidman sulle scene di Blue
room) trova spazio per ogni rabbia repressa, solitudine e privata follia,
non costruzione corale ma tagliente montaggio di voci staccate, tra disperazione
comica e pietà. La nevrosi da successo, la sindrome di felicità
apparente della (mai così brava). Annette Bening, il torvo isolamento
della ragazzina Tora Birch, il castello di sogni a poco prezzo della falsa
sirena Mena Suvari, il fascismo psicotico dell'ex marine Chris Cooper:
tutto finisce per avere una sua ragione, un suo diritto d'ascolto, e la
ragione si annida negli anni sbagliati che hanno fatto tutto questo alle
nostre vite. American Beauty ha una calcolata audacia quando lascia intravedere
una possibilità di riscatto in un ragazzo che filma le vite altrui
con una videocamera, coglie segrete connessioni tra l'infelicità
di tutti, offre alla ragazza Thora Birch la salvezza d'una calma comprensione
un po' aliena: e che, senza rimorsi né giustificazioni, vive spacciando
hashish. Sospeso oltre il tempo della morale e della satira antifamiliare
(American Beauty non è Happiness), questo film dominato dalla grande,
patetica ed equivoca performance di Kevin Spacey finisce per sfiorare
il metafisico nella sua accorata richiesta d'una nuova capacità
di vedere: magari solo una busta di plastica che vola spinta dal vento
tra le foglie morte, nel luogo incongruo, tra spazzatura e sublime, dove
le cose sembrano per un attimo ritrovare, se non un senso, una loro (non
prevedibile, non attesa, non americana) bellezza.
Il Giorno (22/1/2000)
Silvio Danese
La crisi di due famiglie della middle-class americana da
cui escono sani soltanto due solitari teen-ager con un futuro incerto,
ma sentimentalmente onesto. Con abilità drammaturgica e invenzioni
visive (la fotografia di Conrad Hall viene dalla New Hollywood anni '70
e illumina la "bellezza nascosta" del titolo) l'esordiente Sam
Mendes tocca al cuore la generazione maturata dal " grande freddo"
valorizzando il lavoro accurato di ottimi attori (Kevin Spacey, Annette
Bening, Wes Bentley). È un'indagine precisa, necessaria, su quel
che resta della cosiddetta "anima occidentale", quel vago senso
di provenienza dalla storia e dall'umanesimo che affiora ancora quando
la corsa al mercato delle cose per un momento non si allinea più
ciecamente a quella del mercato degli uomini. Per i cinquantenni che hanno
dimenticato ideali e scoperte della loro giovinezza. Per i quarantenni
che li hanno perduti cercando case, auto e conti in banca. E per i trentenni
che non sanno neanche cosa sono.
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