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di David Lynch (USA - 1999, 110')
con Richard Farnsworth, Harry Dean Stanton
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TRAMA
Nell'ottobre del 1994, Alvin Straigh, 73 anni, prense il suo tosaerba e iniziò a viaggiare a cinque miglia all'ora per andare a trovare il fratello malato. Il viaggio durò sei settimane. David Lynch, regista solitamente visionario e eccentrico, recupera i ritmi lenti della natura per comporre un'elegia alla lentezza.


Corriere della Sera (12/2/2000)
Tullio Kezich

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Quando vedrete "Una storia vera" e vi toccherà il cuore la stupenda prestazione di Richard Farnsworth (80 anni tra poco), vi meraviglierete anche voi che il palmarès di Cannes abbia messo sugli altari un non professionista trascurando di onorare uno splendido veterano. Il quale esordì come cascatore nel 1937 e dovette aspettare 40 anni per avere finalmente il primo ruolo in cui gli affidarono delle battute. Nel presente film David Lynch (un Lynch nuovo, senz'avanguardismi né provocazioni) si ritaglia con forte sensibilità pittorica le suggestive immagini dei grandi spazi aperti per ricostruire la cronaca del viaggio compiuto nel 1994 dal veterano Alvin Straight (il titolo originale "The Straight Story" si riferisce al suo cognome, ma vuol dire anche "storia semplice"). Il tipo si recò dallo Iowa al Wisconsin per metter fine a "una situazione da Caino e Abele" con il fratello; e fin qui niente di strano, tranne che il rurale impegnò nella trasferta sei settimane avendo affrontato gli oltre 500 chilometri del percorso cavalcando un tagliaerba. Il motivo della singolare scelta? Causa il precario stato della vista, a Straight non era concesso di guidare l'automobile; il tagliaerba era l'unico mezzo di trasporto che si potesse guidare senza patente. La miniodissea diventa il pretesto d'un film "all american" con panorami sconfinati, i selvatici che attraversano la strada, il ponte sul Mississippi, gli incontri che sembrano il capitolo di un'antologia da mettere accanto alla storica "Americana" di Elio Vittorini: una ragazza incinta e fuggita di casa, alla quale Alvin racconta per consolarla le disavventure di sua figlia Rose (Sissy Spacek), un'isterica che travolge un daino e lo lascia in mezzo alla strada (Alvin pragmaticamente se lo mangia) e, a sorpresa, la confessione del protagonista a un'estranea: in guerra gli capitò di uccidere per sbaglio un commilitone e nessuno se ne accorse. La morale, per usare una frase cara a Rossellini, è che "la vita tocca tutto": e Farnsworth ne racconta il penultimo atto con accenti di verità che non sembrano provenire da un copione. Sfido chiunque a non commuoversi quando Alvin arriva alla casa del fratello Lyle (Harry Dean Stanton) e la trova vuota... Ma nella sua acquisita saggezza, Lynch salva la situazione con un finale indimenticabile.


Film TV (15/2/2000)
Emanuela Martini

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All'improvviso, dopo aver scavato nelle immagini di orrore che scorrono sotto la vita americana, David Lynch vola in superficie, a raccontare, per una volta, una storia "diritta", "lineare", "vera". Non che le altre lo fossero meno; e non che questa non celi, sotto il desiderio di quiete e di riconciliazione con se stessi, i rimpianti, i terrori, le ingiustizie di intere vite. Ma il vecchio Alvin Straight ormai ne ha viste troppe, negli anni trascorsi sulla strada e in quelli passati sul prato di casa e nel drugstore dietro l'angolo, per non aver raggiunto la misura di quel pochissimo che veramente vale, per non avere il coraggio di compiere un gesto che lo riporti a "casa". "Qual è la cosa peggiore della vecchiaia?", gli chiede uno dei rari giovani che incontra sul suo cammino. "È il ricordo di quando eri giovane", risponde Alvin, che ha nel cuore l'immagine di se stesso e il fratello, seduti insieme a guardare le stelle. Prende il tagliaerba e parte, attraversa a passo di lumaca strade, campi di mais, cieli, il Mississippi. Incontra gente che gli racconta i propri incubi personali, incubi di tutti i giorni, quelli che pesano e sempre ritornano un attimo prima di deviare sulle strade perdute. C'è, eccome, l'orrore, in "Una storia vera"; ma c'è anche la saggezza che, più o meno, ci fa tirare avanti e invecchiare; c'è la tristezza lancinante sul volto di chi guarda fuori dalla finestra e rivede sempre un bambino sul prato; c'è la fatica silenziosa di andare d'accordo con il passato. È bellissimo. Elementare (nel senso più alto del termine). È John Ford che torna sulla strada, si immerge in un paesaggio sempre uguale, cerca la gente comune, davanti a un bicchiere di birra i ricordi strazianti degli uomini uccisi in guerra decenni prima, davanti a un fuoco acceso all'aperto la voglia di aiutare una ragazza dispersa. È Ma' Joad ("Furore - The Grapes of Wrath") con la sua ostinazione a tenere insieme la famiglia. Anche se, poi, qualcuno se ne va sempre solo sulle strade d'America.


la Repubblica (12/2/2000)
Irene Bignardi


È probabile che, di fronte a Una storia vera, un "road movie a quindici chilometri all'ora" come l'ha definito l'art director Jack Fisk, i cultori di David Lynch si strapperanno i capelli per aver perso il loro perverso polimorfo preferito, il maestro dell'orrore mentale, l'inventore dei luoghi e dei personaggi simbolo della paura della scorsa fine secolo; così come è probabile che i suoi detrattori, se nell'opportuna fascia di età - quella che dovrebbe dare la saggezza e la voglia di pensare ai valori autentici della vita - ne saranno sedotti. L'aneddoto è troppo edificante, all'apparenza, troppo poetico il tono, per non far pensare, di primo acchito, che Lynch abbia virato di centottanta gradi, che sia andato a ingrossare le fila dei pentiti e dei neobuonisti. Eppure, a guardare sotto la scorza gentile e idilliaca di questo bel film controcorrente, c'è abbastanza cattiveria - quella vera, che angustia la quotidianità - da conciliare le due visioni. Il film in originale si intitola Straight Story, come, appunto, una storia semplice, vera, ma anche come Alvin Straight, il protagonista, personaggio reale, un vecchio agricoltore in pensione che nel 1994, a bordo di una tosaerba - un John Deere del '66, l'unico mezzo che gli fosse consentito guidare - fece un viaggio di quasi seicento chilometri tra Laurens, Iowa, e Mount Zion, Wisconsin, lasciando a casa una figlia "lenta", sofferente e amorosa (Sissy Spacek), per andare a trovare il fratello malato con cui non si parlava da dieci anni (Harry Deam Stanton in un brevissimo cammeo), chiedere perdono, dare il suo perdono. Altro non succede, lungo le strade splendenti dell'America agricola - un paesaggio che non vedevamo dai tempi di "I giorni del cielo". Ogni tanto il tosaerba va in crisi, c'è bisogno di un meccanico, si fa un falò sull'erba. E intanto si ribalta lo stereotipo del viaggio "on the road" con il semplice espediente di rallentarlo, di sostituire alla velocità della corsa e ai frenetici ritmi cinematografici del vecchio Lynch la lenta descrizione e la lenta conquista dello spazio, di diradare, e rendere così più intensi, gli incidenti di percorso, come quello, di pretta marca Lynch, della signora disperata perché i cervi hanno una spiccata tendenza a finire sotto le ruote della sua macchina. Ma se nel viaggio che Alvin Straight compie per riconciliarsi con fratello prima della morte - e anche con l'idea della morte - l'America nera, misteriosa, cattiva di "Velluto blu" e di "Cuore selvaggio" sembra sparita tra le quinte della fantasia di Lynch, non sono pochi i momenti in cui, senza che Lynch prema il pedale del patetico, lo strazio della vita irrompe nella "storia vera" di Straight. Il destino di sua figlia (Sissy Spacek è bravissima) è da brividi. I ricordi di guerra del vecchio grondano senso di colpa e dolore. Ed è terribile che l'odio e il silenzio possano calare tra due fratelli per ragioni che non sono ragioni. Richard Farnsworth, veterano di un cinema in cui ha fatto sempre piccoli ruoli (per Ford, per Hawks, ma almeno una candidatura all'Oscar l'ha avuta, per "Arriva un cavaliere libero e selvaggio"), porta con dignità e grazia la difficoltà fisica della vecchiaia e i suoi non piacevoli ricordi: e si ritaglia un personaggio indimenticabile, eccentrico e imprevedibile nelle sue scelte come i grandi originali americani.


Sette (17/2/2000)
Claudio Carabba


Sono aspre e solitarie le vie che vanno dall'Iowa al Wisconsin e Alvin Straight (il bravissimo Richard Fransworth) le percorre sopra un tagliaerbe. L'uomo, vecchio e malato, può guidare solo quel mezzo; e lo farà fino al punto in cui potrà tornare a guardare le stelle con il fratello, perduto anni prima. E' dolce e malinconico il David Lynch di questo affascinante Una storia vera, ma non pensate a svolte e redenzioni. Segnali allarmanti (un rogo, un cervo morto) scandiscono il cammino di Alvin. Per andare oltre l'ostacolo e superare la strada sbarrata, bisogna sempre avere un cuore testardo e selvaggio.


l'Unità (13/2/2000)
Michele Anselmi


Storie vere dall'America profonda. Ci sono quelle che finiscono male (Boys Don't Cry) e quelle a lieto fine, o quasi, come Straight Story, ribattezzato per l'Italia proprio Una storia vera. Lo firma un David Lynch in stato di grazia, e fuori dai cliché cari ai cinefili. Chissà cosa ha spinto il regista di Cuore selvaggio a girare questa ballata semplice e toccante ambientata nelle pianure di un'America rurale dove ancora si muore di vecchiaia. Il titolo originale è un gioco di parole: significa "una storia lineare", ma anche "la storia di Straight", dal cognome del protagonista realmente esistito, un farmer di Laurens, Iowa, che nel 1994, a 73 anni passati e affetto da diabete, si mise in testa di raggiungere il fratello infartuato a Mt. Zion, Wisconsin, a bordo di un minitrattore John Deere. Quasi 700 chilometri, a una velocità di 7 km/h: fate voi il conto del tempo che impiegò quel vecchio testardo per mettere la parola fine a un rancore familiare troppo a lungo covato. Cappello da cowboy, stivali e giaccone a scacchi, Alvin Straight incarna nell'affettuoso omaggio di Lynch (su sceneggiatura della Compagna Mary Sweeney) un condensato di virtù americane, forse lo spirito del West o di ciò che resta di esso; ma è la superba prova di Richard Farnsworth, caratterista di vaglia chiamato solo ora, quasi ottantenne, a un ruolo da protagonista, a fare di lui un personaggio memorabile. Metaforicamente in viaggio verso la morte, Straight ricorda altri illustri vecchietti on the road raccontati dal cinema (l'Art Camey di Harry & Tonto, il Mastroianni di Stanno tutti bene) ma qui c'è qualcosa di più. Allontanandosi dal suo mondo visionario e ossessivo, il regista si intona al respiro e al colori di un'America contadina raccontata con partecipazione. E compone quasi un elogio della lentezza, ma non alla Kundera: va lento Straight, macinando chilometri col suo incredibile veicolo, va lenta la figlia Rose (Sissy Spacek), colpita da balbuzie per via di un trauma familiare, va lento il film, esponendosi a un discreto rischio commerciale in questi anni di gasata velocità. Eppure non si guarda mai l'orologio nelle quasi due ore di proiezione, in virtù di un sentimento quieto e pacificato che regala, sul piano cinematografico, momenti da antologia: lo struggente duetto al bar sul tema dei ricordi di guerra, l'incontro fatto solo di sguardi con l'ispido fratello Lyle (Harry Dean Stanton), il bivacco attorno al fuoco in aiuto di una giovane autostoppista incinta... Magari c'è chi stenterà a riconoscere la mano di Lynch in questa stoica riflessione sulla vecchiaia che sembra uscire da una canzone texana di Guy Clark, anche se poi dalla partitura vagamente country affiorano inquietanti segnali di disagio, follia e stravaganza, in linea con la cineleggenda del regista.


Ciak (1/3/2000)
Massimo Lastrucci


Controcorrente o anticipatore? Detto più estesamente: Una storia vera è una parentesi che un cineasta in stato di grazia riesce a realizzare contro l'immaginario ideologico, artistico e linguistico di Hollywood o é anche il segno della percezione di un mutamento di ciò che si vede e si deve far vedere nel cinema commerciale? La bellezza e la riuscita di questo "racconto morale" (un po' come i tentativi, dagli esiti meno felici, di Wenders) fanno sperare in tal senso. C'è chi ha parlato di un radicale mutamento di rotta da parte di un David Lynch finalmente riconciliato con la serenità. E c'è del vero in questa ipotesi. Di certo c'è anche che tutto lo stile di Una storia vera é profondamente "lynchiano" e i suoi tocchi riconoscibili sono disseminati un po' ovunque. Il film si basa su un fatto realmente accaduto, la piccola odissea di un contadino di 75 anni, malmesso di salute, che con un tosaerbe viaggia per centinaia di miglia per andare a riconciliarsi con il fratello infartuato. Stoico e malandato, il personaggio di Alvin Straight (un Richard Farnsworth commovente e maiuscolo) é narrativamente straordinario, un sopravvissuto agli orrori della vita, commessi e subiti (perché qui l'horror é successo tutto prima, lo si coglie dai racconti personali e familiari). Non ama la vecchiaia ("Il brutto di diventare vecchi é ricordare che si é stati giovani") e la saggezza e la lentezza dei suoi modi sono regali di cui forse avrebbe fatto volentieri a meno. Il pragmatismo della piccola gente di campagna degli Stati Uniti (da dove proviene Lynch), la loro naturale socievolezza verso il prossimo, trovano qui una splendida poetizzazione cinematografica, mentre la fotografia del decano Freddie Francis ci ricorda che siamo solo ospiti di passaggio.


Duel (30/3/2000)
Matteo Columbo


La linea tratteggiata della mezzeria scorre con la pellicola, ineluttabile e ipnotica, lungo le strade perdute del cinema di David Lynch, almeno da Velluto blu in poi. Segna il confine intermittente fra le direzioni opposte che attraversano i suoi film (azione/contemplazione, cose/idee, dentro/fuori, visibile/invisibile). Traccia un percorso che è insieme senza ritorno ed eterno ritorno, esperienza indelebile e marca ossessiva. Disegna una traccia profonda di quel viaggio immobile che si chiama cinema. Nello sguardo commosso e testardo (mobile e irremovibile) di Alvin Straight sembra balenare il segreto della spezia di Dune: sostanza preziosa che allunga la vita, aumenta la conoscenza e annulla lo spazio, permettendo di viaggiare in qualunque parte dell'universo senza mai muoversi. Lo spostamento é innanzitutto (fin da Eraserhead - La mente che cancella) un viaggio interiore, un movimento in profondità: la lenta immersione nel cielo stellato che avvolge Una storia vera, il dolce movimento di macchina che riprende Velluto blu nella bellissima sequenza d'apertura. Lynch riscopre nel susseguirsi elementare dei giorni e delle stagioni, nella fatica di un vecchio motore, nello scorrere infinitesimale di un piccolo tagliaerba, gravato dal tempo e dall'orgoglio di una vita, quel cuore lento e ostinato che costituisce un nucleo importante del suo cinema. Se c'è un tempo per nascere e un tempo per morire, attraverso gli occhi e le orecchie di Lynch riusciamo a percepire un tempo della consunzione e un tempo della gestazione. Il fuoco che cammina coi due protagonisti di Cuore selvaggio si riaccende nei sigari di Alvin o in un capanno in fiamme. Negli occhi persi di una ragazza incinta o in quelli tristi di una donna ritardata che ha perso i suoi figli si specchiano tutte le gravidanze concrete e metaforiche, riuscite e imperfette del regista di The Elephant Man. Del resto i singolari mondi concepiti da Lynch possiedono sempre una zona lo un'atmosfera?) nella quale il tempo é come sospeso e il viaggio é paradossalmente puntiforme, profondamente intenso, lento, quasi immobile. Come quando il protagonista di Eraserhead scopre, nella solitudine della sua stanza, una ragazza che canta su un palcoscenico nascosto all'interno di un vecchio radiatore o come quando la voce suadente di Isabella Rossellini permea lo Slow Club (ancora un luogo della lentezza) sulle note dolci e inquietanti di Blue Velvet. E se Twin Picks è, secondo le parole dell'agente Cooper, "una città in cui il giallo del semaforo significa ancora rallentare e non accelerare", tutta la seconda parte di Strade perdute può essere letta come una dilatazione mentale, un ralenti interiore che espande e racconta l'istante nella testa di un uomo durante la scarica mortale della sedia elettrica. Al di là delle apparenze quindi nel viaggio profondo di Alvin non vi è nulla di puramente consolatorio e di ottusamente conservatore, tant'è che sotto la bellezza infinita del paesaggio americano c'è ancora "un mondo cattivo con un cuore selvaggio", abitato com'è dalla sofferenza, dall'odio, dalla morte, popolato quasi esclusivamente da "sopravvissuti". Nella determinazione pervicace del protagonista rivive lo spirito ribelle del Sailor di Cuore selvaggio, per il quale il viaggio era una violazione della libertà vigilata, una fuga d'amore. La scelta di Straight si configura fin dall'inizio come un "biohazard" (come si legge in occasione del suo controllo medico), così che il suo mettersi on the road corrisponde a un mettersi in gioco. Chi viaggia, sembra suggerirci senza mezzi termini l'ultimo Lynch, rischia la vita.


il Giornale Nuovo (19/2/2000)
Maurizio Cabona


A cinque miglia l'ora si percorrono cinquecento miglia in cento ore, ma alla guida di un trattorino-tagliaerbe [in giovane può al più restare una decina di ore ogni giorno. E il contadino Alvin Straight era vecchio - ora é morto - quando si mise in testa di fare - e fece - in un mese e mezzo un viaggio così dallo Iowa al Wisconsin. L'idea era abbastanza balzana da finire pubblicata da un quotidiano di New York e, da lì, da passare in un film. La stranezza nella stranezza è che a firmare Una storia vera [in originale The Straight Story, "Una storia vera" ma anche "La storia di Straight") sia David Lynch. Proiettato allo scorso Festival di Cannes, il film ha deluso i lynchani duri e puri, nostalgici di Cuore selvaggio, ma ha riscaldato il cuore della gente perbene, lieta che un autore bislacco ma di qualità approdasse a una storia "fordiana". Esistito davvero e nel frattempo defunto, Alvin Straight nel film è interpretato dal bravo Richard Farnsworth, che ha come figlia Sissy Spacek, la quale s'è vista sottrarre la prole dal giudice perché uno dei due figli si è scottato gravemente. Neanche il personaggio di Farnsworth è molto attento: lui stesso racconta di avere impallinato durante la guerra americana in Francia non un tedesco, ma un polacco (di Milwaukee, Wisconsin). Da quel momento ha smesso di sparare, suscitando la gratitudine dei commilitoni. Per quello che ci riguarda come spettatori, ha smesso anche di guidare l'auto: ma allora perché non prende l'autobus o il treno o l'aereo? Comunque, il film comincia e procede simpatico ma lento, in tutti i sensi, fino all'incontro del protagonista col fratello Harry Dean Stanton, grande attore nonché sosia del collega del Giornale Massimo Bertarelli. Fra riprese panoramiche dall'elicottero dei campi coltivati, autostoppiste gravide, buoni samaritani bucolici e meccanici gemelli ed esosi. Lynch spreme lo spremibile da un soggetto esiguo come questo, fra virtuosismi ed evocazioni di certa oleografia (genere American gothic). Con quello che circola sugli schermi, Una storia vera è grasso che cola. Resta un dubbio: se un regista proponesse un viaggio in trattorino-trebbiatrice da Solopaca a Follonica, chi andrebbe a vederlo?


Il Resto del Carlino (13/2/2000)
Alfredo Boccioletti


Nella profondità del cielo stellato che sovrasta le nostre strade e ci rapisce lo sguardo e l'anima, David Lynch scopre il senso della fratellanza, di quella suprema mostruosità capace di collocarci al centro del Pianeta Azzurro. Bisogna essere in due - suggerisce The Straight Story - a rimirare silenziosi il firmamento, proprio come facevano da ragazzi Alvin e Lyle Straight in una lontana fattoria del Minnesota. E la migrazione del vecchio Alvin dallo Iowa al Wisconsin, dove abita il fratello colpito da un infarto, diventa l'ultimo miracolo della natura. Da dieci anni i due non si rivolgono più la parola. Testardo e risoluto, Alvin, 73 anni, semicieco e costretto a camminare con l'aiuto di due bastoni, si mette in viaggio da solo alla guida di un piccolo tosaerba con rimorchio che non supera i cinque, chilometri all'ora. Impiegherà sei settimane, dopo aver bivaccato ai margini della strada e aver conosciuto soltanto buona gente, ovvero l'altruismo e la gentilezza passati alla lente comunque deformante di Lynch. Lento e meditativo, il film esalta il connubio tra i sentimenti e la natura. Tra campi di mais, selve verdeggianti e nuvole passeggere, dipinge quadri di struggente bellezza ispirati alle opere di Monet, fotografati senza filtri dall'ottantaduenne Freddie Francis, e accarezzati dalle musiche di Angelo Badalamenti - una chitarra classica in sorprendente armonia con il country-blues del motivo conduttore. Eppure, scrittura a parte, Una storia vera (il titolo italiano perde il doppiosenso del cognome Straight, cioè giusto), non è così diverso dagli altri film di Lynch: sfugge soltanto alle "strade perdute" della sperimentazione. Anche perché, per la prima volta, a firmare la sceneggiatura non è il regista di Blue Veivet ma la sua compagna Mary Sweeney, affascinata da un fatto di cronaca letto nel '94 sul New York Times. L'azzurro trasparente degli occhi di Richard Farnsworth che rievoca le tragedie della guerra, la quieta rassegnazione della figlia Sissy Spacek a cui sono stati rubati tre bambini, la disponibilità di due gemelli (autentico scherzo di natura) a ridurre il conto di una riparazione non sono altro che incubi visti di spalle, risucchiati dalla volta celeste. E il tema della morte che si compenetra con quello della natura a rendere giustizia al genio visionario di Lynch. "Che cosa c'è di peggiore nella vecchiaia?", viene chiesto al saggio Alvin. E lui risponde: "Il ricordo di quando si era giovani". Ma davanti alla poesia della consapevolezza, brilla quasi sempre una luce di ironica follia, come nella scena del cervo investito e ucciso dall'auto di una animalista. Capolavoro di stile, capace di leggere nel libro della natura come Terrence Malik insegna, il film ha interpreti partecipi e di straordinaria espressività. Il duetto finale tra Farnsworth e Harry Dean Stanton resta scolpito nella mente e nel cuore.


Il Giorno (12/2/2000)
Silvio Danese


Un film quasi "impossibile": due ore in compagnia di un vecchio contadino che, a bordo di un lentissimo trattore, viaggia ostinatamente per 500 chilometri, con l'obiettivo di riconciliarsi col fratello prima di morire. Tra campi lunghi di valli e colline in Iowa e Wisconsin e primi piani di una faccia antica e determinata (l'ottantenne Richard Fornsworth) non è la storia di un pellegrinaggio edificante, assomiglia a un road-movie lirico, è senz'altro un film sul cuore umano, dove il tempo della contemplazione finalmente, al cinema, prende il sopravvento sull'abbaglio della saturazione. Autore di incubi quotidiani rarefatti e pittorici (da Cuore selvaggio al televisivo Twin Peaks ) Lynch ha esplorato la componente estatica del suo cinema e delle sue visioni in un racconto potente, di classica struttura narrativa (scritto dalla sua compagna Mary Sweeney, da un'avventura reale), senza rinunciare alle atmosfere sospese della musica di Badalamenti. Coraggioso. Sarebbe piaciuto a John Ford. Da non perdere.