
Regia
: Roman Polanski
Interpreti : Donald Pleasence ,Jackie Bisset ,Jack MacGowran ,Lionel
Stander ,Francoise Dorléac
Durata : h 1.51
Nazionalit à: UK 1966
Genere : commedia
Trama:
Giorgio, un industriale di mezza età, dopo il divorzio dalla
moglie Agnese ha venduto la sua fabbrica e, acquistato un vecchio castello
isolato, vi si è trasferito con la sua giovane seconda moglie
Teresa. Giorgio gode della tranquillità del luogo, mentre Teresa
trova sfogo alla sua noia intessendo furtivi amori con occasionali visitatori
del castello. Un giorno giungono nel maniero due malviventi inseguiti
dalla polizia: Alberto, che muore poco dopo in seguito alle ferite riportate
in uno scontro a fuoco, e Riccardo, un brutale gigante che si istalla
da padrone nella casa di Giorgio. Le reazioni dei due coniugi ai soprusi
del bandito sono opposte: l'uomo cerca soltanto di salvare la pelle;
la donna, invece, disgustata dal pavido atteggiamento del marito, sembra
attratta dalla rozza vitalità di Riccardo. Allorchè il
bandito decide di abbandonare il castello, Teresa, delusa dall'indifferenza
dimostrata da questi nei suoi confronti, istiga Giorgio a ucciderlo.
Il bandito cade sotto i colpi di fucile di Giorgio, il quale si illude
di aver riconquistato con questo atto la sua dignità di uomo
e l'amore di Teresa. Ma la donna fuggirà nella stessa giornata
con un aitante play-boy, lasciando il povero Giorgio in una solitudine
senza scampo

In un castello periodicamente isolato dall'alta marea sono a confronto
una coppia di nevrotici borghesi e una coppia di sgangherati criminali
in un reciproco gioco di massacro. Uno dei migliori film di R. Polanski
che l'ha scritto con Gérard Brach. Commedia nera: colpi di scena,
grand-guignol e sprazzi di stridula malinconia, rivelatori delle diverse
frustrazioni dei personaggi.(…). Orso d'oro al Festival di Berlino.
Camera fissa, campo lungo. Un punto emerge all'orizzonte: una macchina
avanza lentamente su una lingua di terra assediata dal mare. Un uomo
corpulento la spinge, mentre un mingherlino agonizza al volante senza
piú ascoltare le imprecazioni e gli ordini dell'altro. Si apre
cosí Cul de sac (1966), con una tragica postilla finale a Il
grasso e il magro , con un'amara riflessione eidetica sulle suggestioni
e i temi del cinema polanskiano.
Dal mare non sorgeranno piú armadi. All'orizzonte non spunteranno
mai slitte. Sulla strada che si perde all'infinito un gangster ferito
spinge mestamente il carro funebre su cui riposano le spoglie problematiche
del primo Polanski. Ardono nella luce cimiteriale della memoria, omini
a due dimensioni, rissosi mammiferi umani, grassoni sprofondati in poltrone,
figurette macilente costrette a suonare violini. L'automobile targata
Lodz è ormai in panne. Polanski si arrampica dietro al suo bandito
fuggiasco, lungo i fili telefonici che portano al castello di Northumberland,
a dissacrare i falsi riti notturni di un allucinante microcosmo, dove
un uomo impotente e la moglie ninfomane vegetano in attesa del diluvio
finale. 
L'huligano di Il coltello nell'acqua , indurito e reso violento dalla
società capitalista, è invecchiato in fretta: il suo nome
è Dick. Ancora una volta il regista polacco affida al personaggio
che si pone fuori dalla legge del conformismo, il compito di scuotere
la coscienza critica negli altri sopita. Dick è però qualcosa
di piú dell'involontario dissacratore di Il coltello nell'acqua
, è qualcosa di diverso dalla folle assassina di Repulsion .
Dick è un buffone. Buffone d'alto rango, buffone che smaschera
la follia dei luoghi comuni a rapidi colpi di buon senso, che corrode
le ipocrisie perbeniste della mentalità borghese, attraverso
straordinari surrealismi barocchi di un linguaggio volgare e fantastico,
infantile e filosofico, brutale ed ellittico. Buffone shakespeariano.
La definizione di Leszek Kolakowski calza perfettamente al personaggio
di Dick: « Buffone è colui che pur frequentando la buona
società non ne fa parte e le dice delle impertinenze, colui che
mette in dubbio tutto ciò che passa per ovvio. Se appartenesse
anche lui alla buona società non potrebbe farlo e sarebbe tutt'al
piú uno scandalizzatore da salotto. Il buffone deve trovarsi
al di fuori della buona società, deve guardarla dall'esterno
per scoprire i lati non ovvi della sua ovvietà, e i lati non
definiti della sua " definitività "; al tempo stesso
deve frequentarla per conoscere i suoi mostri sacri e aver l'occasione
di dir loro impertinenze... La filosofia dei buffoni è quella
che in ogni epoca mette in dubbio ciò che è considerato
intoccabile, che rivela le contraddizioni di ciò che sembra ovvio
e incontrastato, che mette in ridicolo le evidenze dei luoghi comuni
e scorge la ragione nell'assurdità ».
Attraverso i giudizi lapidari ed ironici di Dick il Buffone, George
e Teresa, annoiati sovrani della contea di Northumberland, divengono
consapevoli dell'assurdo dell'evidenza. Al cospetto della sua invadente
presenza critica o al tocco magico della sua parola, i personaggi perdono
le certezze bugiarde e le false ambizioni del mondo capovolto del castello,
per prendere coscienza della loro ridicola contraddittorietà
fino al punto di vedere le situazioni drammatiche trasformarsi in comiche.
Come osserva Ionesco, « la comicità è l'intuizione
dell'Assurdo ed è molto piú disperata della tragicità;
la comicità non offre scampo dalle situazioni» («Nouvelle
Revue Française», febbraio 1958).
La comicità svela l'equivocità di schemi rigidamente prefissati
e rivela, nella contrazione della risata isterica, l'assurdo che in
essi si annida. Il comico assai spesso prende spunto dal fraintendimento
verbale. Il fraintendimento polanskiano non è corollario espressivo
del non-sense di Beckett e Ionesco, ma costante strutturale che trova
la sua matrice nella concezione pessimistica e anarchica dei rapporti
umani, cara al regista.
In Ionesco è svanita, nella coscienza di un universo retto dall'Assurdo,
la tensione del comunicare; spenta per sempre nel rito verbale, necessario
e insensato come la vita stessa dell'uomo. In Polanski vibrano altre
corde, niente affatto irrigidite dai dettami del Teatro dell'Assurdo,
ma il cui suono appare non meno dolente. L'uomo visto dalla luna di
Polanski è un pianeta che non conosce sistemi solari. Ruota malinconico
sull'asse dei suoi sogni, trascina nell'orbita i satelliti che accettano
le sue leggi di gravitazione esistenziale, deflagra tragicamente nell'impatto
con un corpo vagante per poi perdersi alla deriva, ormai ridotto a polvere
cosmica.
La solitudine, l'egoismo, l'incapacità di guardare agli altri
con interesse sociale, il solipsismo problematico, l'insofferenza e
la diffidenza per i rapporti umani, non spingono soltanto l'uomo a seguire
il corso dei suoi pensieri ma a respingere le mani ipocritamente protese
in suo aiuto. Gli amici di George sono mostriciattoli repellenti scesi
a Northumberland per fare ampio approvvigionamento di malignità,
di critiche, di scandali. I vicini, gli amici, i parenti rappresentano
gli avversari piú infidi degli eroi polanskiani, assediati dalla
morsa di false premure, di doni pacchiani, di complimenti ipocriti.
George respinge da solo l'invasione con l'unica arma a sua disposizione,
l'asocialità, elevata a modello di vita dallo splendido isolamento
nel maniero. In George si riverberano le luci vivide e scontrose dell'anarchismo
dell'uomo dietro la macchina da presa.
(…)
George, naufragato dall'odissea nello spazio di una società lontana
su un'isola, è prigioniero soprattutto di se stesso. Un'isola
che non conosce echi né specchi crudeli che a lui rimandino la
coscienza della sua anormalità e delle sue contraddizioni. Personaggio
infantile ed eroe immaturo, bambino cresciuto troppo in fretta e marito
troppo vecchio per essere efficente, erudito miope incapace di rinunciare
ai pantaloni corti, romantico inacidito dagli anni e dalle delusioni,
adolescente calvo abbarbicato con ridicola ostinazione ad aquiloni e
sogni segreti, George riesce a stringere la sua identità nel
pugno delle convenzioni borghesi passivamente subite. Nei silenzi allucinanti
del castello, sulle spiagge desolate di uomini, l'impotente trova la
serenità di un sicuro habitat psicologico. George è il
fratello maggiore di Carol Ledoux: la stessa repulsione del sesso e
della società li spinge a segregarsi nello spazio chiuso, di
un appartamento o di un maniero il cui accesso è proibito agli
uomini «normali», la stessa violenza omicida e irrazionale
scatta in loro contro chi attenti alla pace annichilita del mondo privato,
la stessa parabola discendente dall'impotenza alla follia. In Cul de
sac però le interrelazioni sociali che saldano il personaggio
agli altri attori del dramma, piú complesse e articolate che
in Repulsion , conferiscono alla figura dell'uomo superiore statura
tragica, tratti problematici piú nitidi, e sfumature sentimentali
meno psicologistiche.
Il feticistico amore di George per la stanza del castello dove Walter
Scott soggiornò per comporre le sue opere immortali, non necessità
piú, come nel caso della stanza e del ritratto di famiglia di
Carol, di ipotesi metaforicamente psicanalitiche. L'alba marcisce sulla
spiaggia turbata dalle enfatiche declamazioni sentimentali di Dick e
George che, nell'ebbrezza dell'alcool, slacciano le rigide armature
dei loro ruoli per confessarsi amarezze e perplessità di una
stessa umanità dolorante. George racconta all'incallito gangster
la fiaba bella dello scrittore romantico che sfidava la storia e il
tempo con romanzi di eroi lanciati nella lotta senza perplessità,
di giustizieri invitti e coraggiosi. Walter Scott. Il romanticismo.
(…)
Ogni immagine di Cul de sac è percorsa da un brivido di nostalgia
struggente per quel romanticismo eroico, sepolto per sempre sulla spiaggia
di Northumberland da due ubriachi in vena di rimpianti. Nostalgia della
storia, divorata dalla coscienza della sua assurdità e costretta
a fare il verso a se stessa. Nostalgia che non sa atteggiarsi a tragedia.
Nostalgia grottesca.
Il fascino inquietante di Cul de sac nasce da questa tensione ideale
irrisolta tra i rimpianti romantici dell'allievo di Lodz, giunto in
ritardo all'appuntamento con la Scuola Polacca, e i sarcasmi critici
del giovane regista dei Mammiferi, tutto «rigore e disciplina».
Il castello di Northumberland non conosce slanci romantici ma neanche
la gioia irriflessa di erotici baccanali moderni. Dick disintegra l'equilibrio
statico cui George si afferra per resistere alla realtà esistente
al di là del braccio di mare che difende Northumberland. Privato
dei rassicuranti valori, borghesi e incapace di credere in una rivolta
di segno positivo, l'impotente «senza qualità» di
Polanski si spoglia malinconicamente delle vane fanfaronate e dei luoghi
comuni per organizzare il cerimoniale della sua capitolazione in forma
di follia. (...)
Autore critica: Stefano Rulli
Fonte critica: Roman Polanski, Il Castoro Cinema
Data critica: 3/1975
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SU ROMAN POLANSKI