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di Sergio Rubini (ITA 2000, 93')
Con: Damiano Russo, Francesco Cannito e Marcello Introna.
TRAMA
Nella meta' degli anni
'70 pugliesi tre ragazze del nord portano scompiglio tra i ragazzi locali,
sperduti tra il desiderio di liberta' e l'amara realta' delle loro vite.
Commento:E' fastidioso quest'ultimo film di Sergio Rubini. Fastidioso
perchè ben fatto, assieme a "Pane e tulipani" di Soldini
uno dei migliori dell'anno (almeno per quanto riguarda quelli targati
Italia), ben recitato, ben girato. Fastidioso perchè si porta appresso
come un peso di cemento legato ai piedi tutte le fisime del cinema italiano.
Ah, il cinema italiano. Quando intervistano qualche regista / attore straniero,
chessò americano e gli chiedono cosa pensa del cinema italiano
quello immancabilmente risponde bellissimo... Fellini, Visconti, Rossellini...
al più cita Bertolucci, che dovremmo mettere su un altarino e invece
i produttori gli si negano al telefono. Ed è a quel cinema, ed
ai clichè di quel cinema, che tutti i nostri migliori registi sono
legati. E Rubini, come d'altronde Soldini, non sfugge. Per cui ben girato,
ecc ecc. Ma. Però. Eppure. Non gli si può non rimproverare
il didascalismo da autore impegnato che fa attraversare ai suoi personaggi
una sorta di via crucis a tappe obbligate perchè altrimenti non
si capirebbero tutte le sfumature del messaggio che Rubini e Starnone
(sceneggiatore) hanno assoluta necessita' di trasmettere. Didascalismo
esasperato del cinema italiano (basti pensare all'ultimo Benigni), modulo
narrativo intrinseco, da commedia amara e neorealista. Ché l'unico
film neorealista girato in questo paese da dieci anni a questa parte è
"La Capagira".
Eppoi "Tutto l'amore che c'è" è ben recitato,
certo, da attori non professionisti (e questo è un bene, visti
i professionisti...) epperò... ancora una volta trionfa una sorta
di esasperazione alla commedia. Questi giovani meridionali disperati di
una Puglia anni '70 ridotta all'osso e spolpata dai saccheggiatori di
regime, ebbene questa gioventù condannata a morte prima ancora
di avere ventanni DEVE assolutamente far ridere. Altrimenti il produttore
il film a Rubini non glielo finanzia (così come a Soldini ecc ecc).
Non che la commedia sia fuori luogo. Ma il cinema italiano è una
commedia continua. E spesso tra una sequenza e l'altra si nota la tensione
di Rubini e Starnone che si guardano preoccupati la sera a tavola, tra
una spaghettata e l'altra... ma il nostro film farà abbastanza
ridere? O il pubblico penserà che abbiamo qualcosa di troppo da
dire?
( Dario Morgante )

Minuziosa rievocazione
di una stagione e di un luogo privati eppure universali, come si addice
al romanzo di formazione, Tutto L'Amore Che C'è di Sergio Rubini
è film esemplare di uno stato delle cose, in Italia: nella scrittura
densa di autobiografismo c'è il vizio delle ultime generazioni
di autori, e per estensione di un ambiente intellettuale dai rapporti
col mondo quantomeno inerti; nell'elaborazione formale ci sono tutte le
incertezze dei cineasti che lavorano sul linguaggio per approssimazione,
senza metodo; nel tono prescelto del racconto, risiede l'inestinguibile
afflato lirico e nostalgico che affligge non tanto una quantità
di (pseudo)artisti , quanto piuttosto il loro pubblico.
Puglia '70 è lo
spazio-tempo circoscritto di una vicenda corale, in buona misura generazionale:
ci sono i giovani del sud nella Dyane blu, o al bar del paese; sono i
tipi umani incontrati nell'adolescenza, ci sono il ribelle, l'introverso,
il politicizzato che è stato "dieci anni a Torino". Poi
c'è un ragazzo, Carlo, che il film "isola" in qualità
di punto di vista privilegiato sul piccolo mondo: amico fraterno di tutti,
sarà però in grado (solo fra tutti) di giungere al distacco,
al viaggio. Il pretesto narrativo che dovrebbe elettrizzare l'intreccio
è l'arrivo al paese di tre ragazze settentrionali, loro sì
vere fricchettone: ma in verità le situazioni costruite dalla penna
di Rubini e Starnone non superano mai l'esercizio semplice della contestualizzazione.
Il riferimento più vicino alla confezione di Tutto L'Amore Che
C'è pare quel RadioFreccia che ha suggerito il recupero di un decennio
rimosso; il materiale culturale è identico: radio libere, amore
libero, trasgressione alla buona. La musica dei King Crimson, con la meravigliosa
"I talk to the wind" dal disco d'esordio, espande i confini
angusti del plot pugliese; resta da capire perché Rubini abbia
voluto introdurre una serie di conflitti generazionali "veri",
"storici", ma banalmente risolti nel bozzettismo di maniera;
la galleria di adulti, insomma, è grottesca e (quel che più
conta) inessenziale, e la macchina da presa aveva già colto il
"gap" genitori-figli nei campi lunghi del quadretto familiare
all'inizio del film, quando il fidanzato-studente mostra con orgoglio
il libretto universitario alla futura moglie e alla futura suocera.

Minato alla base da una
scelta narrativa che genera altri svarioni (Margherita Buy fuori parte,
le menate teatrali del padre di Carlo, il cameo orripilante di Depardieu),
Tutto L'Amore Che C'è si aggrappa a quei due minuti di cinema che
Rubini (magari inconsciamente) riesce a mettere insieme: la carrellata
a precedere che attraversa la fila di ragazzi evidenziandone gli stati
d'animo differenti è un segno-cinema che resta in mente, ed anche
altrove (nella citazioni ripetute di Woodstock: tuffo nello stagno e concerto)
affiora una potenziale inclinazione a "pensare per immagini".
C'è anche da dire che Rubini scopre un gruppo di attori (soprattutto
Damiano Russo) interessanti, forse perché non sanno di esserlo:
in questo senso il cast di Tutto L'Amore Che C'è somiglia a quello
di altre produzioni italiane di questi anni come Ovosodo, Il Cielo In
Una Stanza, Come Te Nessuno Mai. Film del distacco e insieme film del
ritorno a casa (col malcelato orgoglio del paesano vincente, come il Tornatore
di Nuovo Cinema Paradiso), Tutto L'Amore Che C'è non dimostra se
per il Rubini uomo di cinema (e per il suo pubblico) il viaggio e il distacco
siano stati davvero proficui.
© 2000 reVision, Luca Bandirali
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