back balla la mia canzone
  inizio


(Australia,Drammatico,1998,101min)
Titolo originale:Dance Me to my Song
Regia Rolf De Heer
Con Heather Rose, Joey Kennedy, John Brumpton


“Il film della gioia di vivere nonostante...”, recita lo strillo pubblicitario di Balla la mia canzone. E la fotografia sottostante - un giovane uomo che tiene in braccio una ragazza magra - lascia un po' nel dubbio lo spettatore su cosa intendere per “nonostante”.
Chi ricorda Bad Boy Bubby, sa che l'australiano Rolf de Heer predilige temi “forti”, in bilico tra poesia e sgradevolezza. Il suo cinema scandaglia il disagio psichico e fisico, impone allo spettatore una notevole dose di coraggio, ma se si resiste alla prova (in genere la prima mezz'ora del film è sempre tosta, quasi indigeribile) poi le cose cambiano e magari ci si affeziona ai personaggi. Proprio come accade in questa strana love-story scritta e interpretata da una vera handicappata. La quale - ci tiene molto a dirlo l'interessata Heather Rose - non rifà se stessa. Spastica, rattrappita e prigioniera di una sedie a rotelle, la trentenne Julia comunica solo attraverso una specie di sintetizzatore vocale a forma di tastiera. Le sue giornate, sempre uguali, sono scandite dalle urgenze fisiologiche: un'infermiera impaziente la pulisce, la veste e la nutre, poi se ne va lasciandola sola. L'amore non è contemplato. Ma un giorno, simile a un cavaliere azzurro, un uomo giovane e bello irrompe in quella casa: vorrebbe rimorchiare l'infermiera e invece si innamora proprio di Julia. “Un triangolo amoroso? Dipende dal punto di vista”, ironizza il regista. Ma è chiaro che il film punta diritto lì, allo “scandaloso” sentimento nascente tra la disabile e il bellone. Non è pietà, non è nemmeno amicizia: è qualcosa di più indecifrabile, di non detto, che contempla anche il sesso. Prodotto dagli italiani Procacci-Pedersoli e distribuito valorosamente dalla Làntia, Balla la mia canzone è un film delicato, commovente, a suo modo divertente: dovreste vedere che tipetto svelto si rivela Julia, come si fa rispettare dagli altri, come si sbronza con l'amica maori e come impone le sue regole seduttive. Alla fine il messaggio va a segno, costringendoci a riflettere - una volta pagato il biglietto - sul mix di ipocrisia e pietà con il quale spesso guardiamo all'handicap.

Autore critica: Michele Anselmi
Fonte critica: l'Unità



Confesso che mi è difficile parlare di questo film, per motivi che toccano non tanto la difficile sfera del rapporto con la diversità e con l'handicap, i quali probabilmente condivido con la stragrande maggioranza dei fortunati che non devono confrontarsi con menomazioni e limitazioni fisiche (e che dunque, perlopiù, relegano queste cose in un angolo buio e poco frequentato della propria coscienza), quanto per motivi di ordine estetico. Questo, oltretutto, mi provoca anche un certo senso di colpa, come se attaccarsi a questioni di stile, o di scrittura, per un film che così coraggiosamente porta sullo schermo una prospettiva non edulcorata sul disagio e sull'emarginazione dei portatori di handicap, fosse un esercizio capzioso atto esclusivamente a distanziare la spiacevole sensazione delle immagini appena viste.
Eppure considerando che per Heather Rose, ragazza spastica nata con una grave paralisi cerebrale che la rende incapace di muoversi e la costringe a comunicare con gli altri attraverso un sintetizzatore vocale, scrivere ed interpretare questa storia deve essere stata una durissima sfida a se stessa ed un modo per sentirsi "normale", credo anche che sia giusto non concedere "dall'alto" a Balla la mia canzone una benevolenza miope ad ogni difetto - che solo i capolavori, e neanche sempre, non ne hanno - ma trattare anche questo come un film "normale", con i suoi pregi e i suoi limiti.
Julia è una ragazza handicappata totalmente in balia di Madelaine (Joey Kennedy), l'assistente che la accudisce, la lava, la imbocca, la porta al bagno, la porta dal letto alla carrozzella la mattina e dalla carrozzella al letto la sera. La sua vita - come quella di Heather prima di girare questo film, probabilmente - è di una monotonia kafkiana, e si consuma in interminabili notti passate da sola al buio ad attendere il giorno, e in interminabili giorni passati chiusa in casa ad aspettare che la sua aguzzina - salvatrice si decida a venire ad occuparsi dei suoi bisogni più elementari. Oltretutto quest'ultima è un vero e proprio concentrato di cattiveria, e non si fa scrupolo di farsi attendere per ore, lasciando la sua assistita tra i propri escrementi, affamata, in preda all'angoscia più nera, forte del fatto che se Julia la denunciasse, facendola licenziare, sarebbe costretta a tornare in un istituto dove soffrirebbe pene ancor più insopportabili di quelle che soffre ora, dato che la sua dipendenza da lei le assicura quel minimo di indipendenza e autonomia che è il massimo che un'handicappata in quelle condizioni possa avere.
In quest'incubo quotidiano che è la vita di Julia - Heather un bel giorno, come nelle favole, entra Eddie (John Brumpton, attore australiano con un passato di campione di full contact, e capacità istrioniche sicuramente inferiori a quelle atletiche), prototipo di perfezione maschile, forte e tenero, sensibile e capace di abnegazione. Come Madeleine è una sorta di distillato di malvagità, così Eddie è la bontà personificata in un bell'uomo.
Immediatamente le due donne mettono in atto, ciascuna a suo modo, la propria strategia di seduzione per cercare di accaparrarsi l'ambito boccone, ingaggiando una lotta senza esclusione di scorrettezze e colpi bassi, in cui alla fine, come nelle favole, la protagonista colma la mancanza iniziale e ottiene il premio di tutte le sue sofferenze, l'antagonista è punita per le sue malefatte, e gli altri personaggi (aiutanti e oppositori, per intenderci), da pure funzioni che erano, partecipano di riflesso delle vittorie e delle sconfitte dei protagonisti.
Come si sarà intuito, il principale limite di questo film sta nella schematicità disarmante di tutti i personaggi, eccezion fatta per la protagonista. Anzi, è proprio la personalità prepotente di Heather Rose - sia nel ruolo di attrice che in quello di sceneggiatrice - a far sì che ogni altra figura non possa far altro che ruotargli intorno, e questo determina una sorta di ingenuo manicheismo nelle caratterizzazioni psicologiche, per il quale Madeleine, come la stessa Heather ha dichiarato, "rappresenta davvero il peggio di tutti i peggiori assistenti per disabili racchiuso in una sola persona", e Eddie ha tratti che lo assimilano più ad un sogno che a una persona reale. Questo vale anche per alcuni snodi narrativi, che sono tanto più assurdi quanto più si cerchi di calarli nella vita reale, mentre appaiono perfettamente coerenti se considerati come frutto dell'immaginazione e del desiderio di una sceneggiatrice che per trent'anni ha vissuto una vita analoga a quella di Julia. Mi riferisco, in particolare, al finale, in cui un vero e proprio "arrivano i nostri" porta alla protagonista la salvezza nel momento peggiore del pericolo, e la giusta punizione alla sua aguzzina, sconfitta, beffeggiata e consegnata alle ire di uno spettatore di cui è impossibile non dare per scontata la complicità (e poi mi chiedo: ma come fanno alcuni personaggi, come Rix, l'amica lesbica di Julia, ad entrare e uscire tranquillamente dalla casa a qualsiasi ora del giorno e della notte mentre altri restano immancabilmente chiusi fuori?).
Peccato, perché Balla la mia canzone di pregi ne ha, e non pochi. In particolare la scelta di trattare il personaggio principale come una donna normale, con le sue esigenze sessuali e sentimentali e le sue strategie psicologiche per soddisfarle, e non come un'handicappata, avvicina per certi aspetti questo film alla miglior tradizione di opere sul disagio della diversità (da Freaks a The Elephant Man, per intenderci). E questo grazie anche a scelte sicuramente coraggiose, come quella di mostrare situazioni di sesso tra Eddie e Julia, nelle quali Heather Rose non si fa scrupoli a presentarsi totalmente nuda di fronte alla macchina da presa. Pure a livello di stile non mancano soluzioni interessanti - anche se il linguaggio medio è un po' troppo televisivo - come un uso intelligente del montaggio, a tratti secco e nervoso, a tratti sapientemente rallentato, per sottolineare in un modo quasi fisico, sfruttando "l'ansia da frustrazione" dello spettatore, le enormi difficoltà che una persona nello stato di Julia deve fronteggiare per comunicare con gli altri: per lei la lentezza è già una vittoria sull'immobilità, e la condanna ad una asincronia congenita rispetto al resto del mondo rappresenta l'unica possibilità per imporre la sua esistenza.
Aspettando la sua prossima comparsa sullo schermo, mi auguro che Heather Rose continui a combattere la sua battaglia, e che la strada che ha intrapreso come sceneggiatrice possa evolversi fino a raggiungere una coerenza formale pari al suo talento - e coraggio - di attrice. A presto!


Giacomo Daniele Fragapane
(fonte) - CINEMASTUDIO