di
Tim Robbins (USA/1992/102’)
La campagna elettorale di un
cantante "folk" di successo, sospettato di tendenze fasciste,
che punta al seggio di senatore in Pennsylvania. Tutto sembra andare
a gonfie vele finchè un giornalista non lo accusa di essere coinvolto
in traffici di armi e di droga. Per farcela ci vorrebbe un miracolo,
oppure un attentato.
"Semplificata, manichea, attualissima, nell'incombere
delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, è una commedia
nera sulla politica-spettacolo americana, sulle campagne elettorali basate
sull'immagine anziché sui programmi, sui pericoli della mediatizzazione
del confronto politico." (Lietta Tornabuoni, La Stampa 30/10/92).
"Se vi è piaciuto "JFK" di Stone, se amate il cinema
che non sia solo il preludio di una pizza con gli amici e magari riesca
a farvi un po' arrabbiare, correte subito a vedere "Bob Roberts"
dell'esordiente Tim Robbins." (Gabriella Giannice, Il Giornale 30/10/92).
"Il film è un vigoroso gesto di denuncia di un sistema ormai
sclerotico, incapace di rinnovarsi e di uscire da una spirale perversa
da lui stesso creata." (Segnalazioni Cinematografiche).

Per comprendere fino in fondo Bob
Roberts, prima regia dell'attore americano Tim Robbins, occorre penetrare
nell'attualità e nella storia della democrazia USA, della sua
politica, della sua cultura e, ovviamente, del suo cinema. Proprio a
Cannes, l'anno scorso, accanto a Bob Roberts sono passati due film-chiave
di Robert Altman: The Player (I protagonisti), impietoso ritratto dell'amoralit
e del cinismo hollywoodiani (interpretato proprio da Tim Robbins) e
Tanner 88, un caustico tv movie di 11 puntate sulla campagna elettorale
di un candidato democratico alla presidenza. Con Bob Roberts Robbins,
regista, attore e autore con il fratello dei brani musicali (Nashville
docet), ricostruisce nella fiction la scalata al Senato di un ricco
folksinger, abile nel manipolare miti e mass media americani per propagandare
nuovi valori (reazionari) e nascondere oscuri traffici politici. Gli
anni 60 quale declamato disvalore di una società permissiva (efficacissimo
il video-clip di dylaniana memoria, sfrontata la citazione, sempre da
Dylan, con il brano "The Times are changin' back"), la mistificazione
dell'immagine come veicolo di persuasione ("la politica è
realtà, non immagine" proclama inutilmente l'avversario
politico del futuro senatore), il pulsare delle contraddizioni tra democrazia
enunciata e garantismo negato, libertà e denaro come fini sociali
antitetici, su cui giocare ambiguamente tra idealizzazione e rifiuto.
Concretezze e problematicità che Tim Robbins sente con urgenza
e che in Bob Roberts emergono con tutta l'evidenza di un originalissimo
stile da reportage televisivo e la coerenza appassionata della sua denuncia
sociale: "Volevo mostrare qualcosa che preoccupa molti americani:
l'espandersi nel nostro paese di un nuovo fascismo non rumoroso, non
ridicolo, che non ha bisogno dei baffetti di Hitler o delle divise per
farsi sentire. Oggi i nuovi fascisti sono gente normale, perbene, quelli
con la faccia carina e la bella casetta, sempre più egoisti,
sempre più sprezzanti verso i diseredati, sempre più ansiosi
di non essere chiamati in causa. Quello che vogliono il loro ordine,
la loro sicurezza, la loro giustizia: e che gli altri si arrangino senza
dar fastidio. Una delle canzoni di successo del candidato-cantante dice:
- Non chiedere cosa puoi fare per il tuo paese, ma quello che puoi fare
per te - "
e.l. LUX febbraio/aprile 1993 (fonte)