di
Michael Moore (Ger/2002/120’)
Il
ricco, aberrante e vergognoso mercato delle armi da fuoco è il
nuovo obiettivo preso di mira dal celebre documentarista americano Michael
Moore. Partendo dalla strage della Columbus High School, dove nel 1999
tredici alunni furono massacrati da due compagni, Moore traccia un preoccupante
bilancio. Gli Stati Uniti vantano il più alto tasso di morti
violente per anno, nonché il più alto numero di armi da
fuoco pro-capite...
(fonte)
Terra di sogni, l'America, e terra di libertà.
Ma a quale prezzo. Ce lo dice Michael Moore nel suo ultimo documentario,
in cui in qualità di voce narrante e conduttore, attore e commentatore,
analizza la questione.
Con il suo documentario il regista americano ha fatto presto il giro
del mondo. In Europa è partito proprio da Cannes, dove quest'anno
per la prima volta in 46 anni un documentario ha partecipato alla competizione.
Il suo viaggio nell'America "armata" inizia con una visita
alla North American Bank che regala ai nuovi correntisti un bel fucile.
Premio davvero interessante per un paese che conta all'incirca 250 milioni
di armi da fuoco nelle case, totalizzando oltre 11.000 omicidi l'anno.
Moore parte dalla stessa Columbine, Colorado, dove nel 1999 due adolescenti
imbracciarono il fucile e arrivati al loro liceo spararono contro i
compagni ferendone 12 a morte. Ma l'orizzonte presto si allarga a tutta
l'America. Mostra l'altra faccia della medaglia, quella che racconta
una violenza cieca e senza limiti, in cui uomini e donne "responsabili"
si armano fino ai denti e dormono con una 44 magnum sotto il cuscino.
Dopo la banca e il suo 'originale' regalo, Moore continua il suo 'rapporto'
arrivando dal barbiere dove oltre a barba e capelli coglie l'occasione
per comprare una buona scorta di proiettili, proprio quelli che ci vogliono
per il suo fucile. Seguono interviste a tappeto ai cittadini e ai ragazzi
scampati al massacro ma bloccati per sempre su una sedia a rotelle con
un proiettile conficcato nella schiena. Non smette e tira in ballo anche
personaggi dello spettacolo che come Marilyn Manson professano un anarchia
distruttrice oltre che dissacrante.
Attraverso un tragico patchwork fatto di spot di industrie d'armi, testimonianze
dirette, interviste a tappeto, si disvela così un sogno americano
imbottito di violenza. Ma Moore non sembra volersi fermare e nei 123
minuti del suo documentario (ma il materiale girato ammonta ad un totale
di 200 ore), passa anche per la sua città natale, Flint, Michigan,
dove sei mesi dopo il massacro di Columbine una bambina di 6 anni venne
uccisa da un suo coetaneo. E ancora fino alla bella villa di Beverly
Hills dove vive Charlton Heston, presidente della National Rifle Association.
E l'indimenticabile 'Ben Hur' non ci fa una gran bella figura. Sotto
l'occhio inflessibile e impietoso della sua cinepresa, Moore strappa
all'attore risposte sconcertanti e ammissioni altrettanto imbarazzanti.
Un gran finale con il quale uno dei maggiori registi di documentari
a sfondo sociale torna alla coraggiosa domanda dell'inizio "Siamo
una nazione di maniaci delle armi o semplicemente di folli?".
Valeria Chiari
(fonte)
http://www.filmup.com/bowlingforcolumbine.htm