
di Ken Loach (GB,112, 2000)
con Elpidia Carrillo, Adrien Brody, Pilar Padilla
TRAMA
Maya, giovane messicana immigrata clandestinamente in California, sperimenta
le delizie del capitalismo.
Ken Loch si trasferisce in USA per raccontare lo sfruttamento che subiscono
molti immigrati latino-americani da parte delle imprese delle pulizie:
senza straordinari né ferie, giorni di malattia né indennità
sanitaria.
Corriere della
Sera (9/12/2000)
Tullio Kezich
Lo slogan «Bread and Roses», per proclamare che il proletario
non vive di solo pane, risale allo sciopero americano dei tessili nel
1912. Sceneggiando il film di Ken Loach, Paul Laverty si è invece
ispirato a unagitazione più recente, quando al motto «Justice
for Janitors», a Los Angeles si sindacalizzarono i clandestini
sudamericani addetti alle pulizie. La pellicola racconta lavventura
di Maya (Pilar Padilla, messicana) che da frustrata faticatrice senza
documenti approda alla coscienza di classe grazie a Sam (Adrien Brody),
stralunato sindacalista. Evitando luggia del politicamente corretto,
ma lasciando a sentimenti e conflitti un palpito di verità, Loach
non ha paura di contaminare discorsi seri con tocchi di commedia, divagazioni
sentimentali e spunti di Melò. Lo schermo sinfiamma quando
Rosa (Elpidia Carrillo) sbotta in una scenata alla Anna Magnani contro
la sorella Maya, che le contesta di spiare per conto dei padroni. Altro
che spia, si scopre che la poveretta per mandare i soldi a casa ha fatto
per anni la prostituta. Ogni nuovo film del regista inglese mi ricorda
la replica di Cesare Pavese allimperativo mussoliniano «Andare
verso il popolo»: «Non si va verso il popolo, si è
popolo».
Film TV (12/12/2000)
Enrico Magrelli

La Spagna e la guerra civile in "Terra e libertà",
il Nicaragua e la storia d'amore ai tempi della rivoluzione sandinista
in "La canzone di Carla" e ora Los Angeles e la lotta sindacale
degli addetti alle pulizie in "Bread and Roses". Ken Loach
va verso Sud e insiste, con una coerenza pervicace, a praticare un cinema
militante, a sinistra, estraneo alle mode e al trasformismo. Proletari
di tutto il mondo unitevi, se non altrove, in un'inquadratura, in una
sequenza. In nome di uno slogan che ha quasi cento anni e che pretende
con forza e con rabbia, il pane e le rose per una vita migliore. Gli
ultimi questa volta sono immigrati che puliscono, silenziosi e quasi
invisibili, gli uffici di un palazzone californiano. Da Cuernavaca,
con altri clandestini, arriva Maya, sorella minore di Rosa una degli
operai sottopagati, non tutelati, sfruttati, spaventati e ricattati
dal caporale che supervisiona il lavoro. Maya, cugina latina delle combattive
donne del cinema di Loach, con un sindacalista smuove le acque. Picchetti,
volantinaggi, cortei. Scontri sindacali e familiari condotti con gli
obiettivi fotografici del documentario di qualità e con una sceneggiatura
di maieutica politica.
la Repubblica (10/12/2000)
Roberto Nepoti
Maya (Pilar Padilla), giovane messicana di Cuernavaca immigrata clandestinamente
in California, sperimenta le delizie del capitalismo. Come benvenuto,
rischia di essere violentata dai "coyote" che le hanno fatto
passare il confine; ma è una ragazza energica e riesce a tirarsene
fuori. Dapprima Maya trova lavoro in un bar; poi, tramite la sorella
Rosa (Elpidia Carrillo), in unagenzia di pulizie che opera presso
immobili di uffici. Il salario è basso, i turni faticosi, il
pericolo di licenziamento sempre incombente. Sam (Adrien Brody), attivista
sindacale marginalizzato dalla (corsivo) deregulation e dalla sovraofferta
del mercato, tenta di organizzare gli sfruttati: perché nelle
loro vite, oltre al pane, ci siano le rose. Lottando al suo fianco Maya,
che è amata a sua volta da un giovane latino, se ne innamora.
Però il combattivo Sam rappresenta anche un pericolo per Maya
e Rosa, di cui difende i diritti ma che mette contemporaneamente
a rischio di perdere i mezzi di sussistenza e di essere espulse
dagli States. Benché non sia uno dei film più riusciti
di Ken Loach, Bread and Roses avrebbe meritato maggiore attenzione a
Cannes, dove era in concorso. Questa volta Loach, lunico regista
che si preoccupi ancora di affrontare sullo schermo i temi politici
e le lotte sociali, porta lattacco direttamente nel Paese delle
"libertà", dove gli immigrati privi di permesso lavorano
senza straordinari né ferie, giorni di malattia né indennità
sanitaria. Ken è tipo da documentarsi scrupolosamente; ciò
non toglie che in Bread and Roses affronti non una, ma due realtà
che conosce meno bene di quella britannica: lAmerica e la vita
degli immigrati latini. È questo, con tutta probabilità,il
motivo per cui il film non vola allaltezza di Riff Raff, Piovono
pietre o My Name Is Joe. A tratti appare troppo teorico, troppo schematico
e argomentativo nello zelo con cui vuole illustrare allo spettatore
la situazione di sfruttamento dei personaggi. Quanto allo schema narrativo,
tende un po a ripetere quello degli ultimi tre film di Loach per
come intreccia tema politico collettivo e lovestory privata. Però
alcuni momenti grondano di autentica emozione. Come la scena, commoventissima,
del confronto tra le due sorelle: Maya, combattiva e pronta e giudicare,
e Rosa, che le ha nascosto le peggiori umiliazioni subite per amore
della famiglia.
Ciak (1/1/2001)
Piera Detassis

Ha infranto la barriera ideologica e finalmente è sbarcato a
Hollywood, la Grande Nemica. Ma Ken Loach resta il trotzkista di sempre
e la sua Hollywood è quella degli addetti alle pulizie degli
uffici di Los Angeles, emigrati messicani clandestini che niente e nessuno
garantisce. Tra loro si insinua il giovane sindacalista pieno di fervore
(Adrien Brody, visto anche in SOS Summer of Sam), che convince la bella
Pilar Padilla alla lotta. Scontro famigliare infuocato perché
la sorella anziana di lei è invece più morbida con i padroni.
E il film - un po' troppo didascalico e manicheo, come succede quando
Ken Loach si sbilancia verso il santino politico - si surriscalda e
commuove in un solo momento, lo scontro finale tra le due sorelle, una
dichiarazione di resa, fame e povertà senza stacchi e montaggio
che ci fa riassaporare la bravura di Elpidia Carrillo.
Duel (1/1/2001)
Carlo Chatrian
Le fiction politiche di Loach si avvicinano
sempre di più alla forma dell'apologo. Dalla costruzione di personaggi
alla composizione drammatica della vicenda, dal climax interno al racconto
allo sviluppo delle singole sequenze, tutto tende alla creazione della
vis polemica per la quale il film é stato pensato. Certamente,
rispetto ai testi letterari settecenteschi, la posizione di Loach è
meno unilaterale e più sfumata, non cambia però il rapporto
che l'autore ha con la materia. In Bread and Roses le parole hanno la
meglio sui personaggi, le idee sulle azioni. Quasi a ogni istante si
ha la sensazione che l'inquadratura e il gioco dei piani sia ritmato
su una scansione esterna al racconto, su un'idea preconcetta (vale a
dire: stabilita a priori) che l'autore ha imposto alla materia. Sempre
più il regista inglese pare lavorare su un tessuto ideologico
che determina le parabole dei suoi personaggi e lo sviluppo del racconto.
In una situazione come questa l'impiego degli strumenti della fiction
(tra tutti l'identificazione con i protagonisti e le derive sentimentali
che a esse vengono applicate) risulta quanto mai odioso. Qui, ad esempio,
le figure di Maya e di sua sorella, l'amicizia e il progressivo allontanarsi
delle due é funzionale al monologo pronunciato dalla donna sconfitta
nel finale, dove le posizioni sembrano ribaltarsi e la prospettiva della
militante che il film stava costruendo viene demolita in breve tempo.
Bread and Roses cambia con estrema facilità di sguardo, trasferendosi
dalla posizione di Maya, la vincente, a quella della sorella, Rosa,
soggiogata fin dal suo arrivo negli States, e ormai inacidita da anni
di soprusi. In questo passaggio dall'ottica militante (le lotte per
i clandestini negli Stati Uniti) a una umanitaria è tanto lodevole
quanto improduttivo nella struttura adottata. E perlomeno curioso infatti
come il film che rivendica la posizione di chi soffre, sempre e comunque,
sia basato su un progetto tanto palese quanto unidirezionale. In fondo
l'interrogativo che il film pone non riguarda la giustizia o la eventualità
di simili situazioni, ma la possibilità di realizzare (senza
mordersi la coda) un apologo umanitario. I film di Ken Loach sono tutti
dei racconti di libertà smarrita (Rosa) o riconquistata (Maya),
Bread and Roses non fa che teorizzare questo stesso assunto. In luogo
della forma-saggio, sceglie un'ibrida struttura fittizia, che banalizza
le idee messe in campo e impoverisce la ricchezza umana dei personaggi
che dovrebbero rappresentarle.
reVisioni
Fabrizio Bozzetti
- "Non è più lui, ti dico"
- il metalmeccanico lo biascicò con un misto di rassegnazione
e amarezza, mentre apriva la sua gavetta.
- "Dai, non essere estremista... le storie che racconta sono sempre
importanti", rispose il suo collega.
Erano seduti su una panchina dentro la Breda. Sesto San Giovanni, l'ex-Stalingrado
d'Italia, dava il meglio di sé con una nebbia da prendere a cucchiaiate
e un grigiore da smarrircisi.
- "E' come Luther Blisset, Hatley, Wilkins, Ian Rush... te li ricordi,
no?" - riprese il primo. "In Inghilterra campioni... poi venivano
qua e non ne mettevano dentro uno neanche a piangere! Te lo dico io.
Appena si mette a giocare fuori casa diventa un brocco!"
- "Mah, secondo me esageri. Loach è sempre un grande...
magari meno che in Piovono Pietre o Riff Raff, ma è l'unico vero
regista militante che ci resti..."
L'altro operaio prese un'aria leggermente offesa, come se l'argomento
lo toccasse in un modo tremendamente personale:
- "Ma che militante e militante! Una volta prendeva la gente vera,
le facce giuste! Adesso, se ne va in America e mette insieme un cast
che potrebbe essere quasi quello di una telenovela..."
Se questo dialogo non vi è sembrato molto credibile, se non credete
che due operai di Sesto San Giovanni possano discutere in pausa pranzo
di Ken Loach, probabilmente non crederete neppure a una certa parte
di Bread And Roses, il suo ultimo film.
Il fatto strano, però, è che a guardarlo sotto il profilo
della sceneggiatura e della regia, Bread And Roses non è poi
radicalmente diverso dai grandi film che Loach ha realizzato in Inghilterra.
Non è, cioè, un problema di struttura della storia (sceneggiata
con piglio professionale), né di spessore di ciò che si
racconta (beh, una rivolta di pulitori in una metropoli americana d'oggi
non è proprio come la guerra di Spagna, ma comunque non è
male), né, alla fine, è un problema di regia. Loach continua
ad usare la cinepresa alla sua maniera, riprendendo i suoi attori da
lontano, rifuggendo le focali corte, nascondendosi per scovare la vita
vera, o l'imitazione che le si avvicini di più. Ma ciò
che manca, come dice uno dei nostri metalmeccanici, sono il grigiore
degli ambienti e le facce dei proletari d'oltremanica. Per carità,
Adrien Brody (il punk di Summer Of Sam di Spike Lee, per intenderci)
è bravo e ha un gran bella faccia, ma quelle dei protagonisti
di Ladybird Ladybird o Piovono Pietre erano tutta un'altra cosa.
È una notazione banale, è un modo anche antipatico di
trattare un film giusto e nobile come Bread And Roses. Ma il fatto è
che Kenneth Loach (che resta un grande, beninteso), ci ha trattati troppo
bene. E che quindi possiamo anche permetterci di fare i raffinati e
di storcere il naso dicendo che i suoi film inglesi erano migliori,
e lo erano davvero. Ma Bread And Roses è comunque meglio, per
la forza delle cose che racconta, di buona parte del cinema che ha intorno.