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di Alessandro Piva (Italia 2000, '70).
con Dante Marmone, Paolo Sassanelli, Dino Abbrescia, Mommo Mancini, Mino
Barbarese
Sullo sfondo una realtà
di criminalità in cui si susseguono gli sbarchi clandestini di
albanesi, due balordi rincorrono un pacchetto destinato a non giungere
mai alla sua ultima meta.
Costato tra i duecento e i trecento milioni messi insieme dagli stessi
fratelli Piva, il film è uscito in sordina il 19 dicembre in un
cinema di Bari, dove ha incassato oltre duecento milioni quasi quanto
il costo effettivo per la lavorazione, ed ora si appresta a diventare
il caso cinematografico italiano dell'anno. Il successo di Lacapagira
è poi aumentato dopo i grandi consensi avuti al festival di Berlino,
dove la platea era davvero entusiasta e divertita da questo film e tutti
erano concordi sulle straordinarie abilità del novello regista
Alessandro Piva.
TRAMA
Sullo sfondo di una realtà in cui si susseguono gli sbarchi clandestini
di albanesi, due balordi, Pasquale e Minuicchio, corrieri della droga
di mezza tacca, attendono una consegna nei pressi di un binario ferroviario.

Tuttavia non riescono a recuperare la merce gettata dal treno in corsa
dal loro intermediario albanese. L'episodio fa perdere la pazienza al
boss locale, Carrarmato, preoccupato di dover rifornire una sala giochi,
che funziona da centro di vendita al dettaglio. Il gestore della sala,
Sabino, attende invano che il problema si risolva, pressato anche lui
da tossicodipendenti, poliziotti e loschi avventori. Per puro caso Pasquale
e Minuicchio recuperano la merce e la portano a destinazione.
Anton Giulio Mancino
- Cineforum n. 394 - maggio 2000
F rutto di un'operazione alquanto
spregiudicata, dal punto di vista produttivo e distributivo, Lacapagira
(i cui autori, avendo ceduto i diritti di distribuzione alla Lucky Red,
sono attualmente in causa con l'esercente barese che ha programmato il
film per vari mesi, spettandogli da contratto l'esclusiva regionale) è
il tipico esempio di film a basso costo che si ritaglia uno spazio di
consenso festivaliero e nazionale, puntando molto a scopo promozionale
sull'eco ottenuta sui mezzi di informazione, ostentando il suo budget
esiguo e gli straordinari incassi realizzati nella sola Bari dove, in
una sola sala e per giunta nel periodo natalizio, ha sbaragliato al botteghino
la concorrenza americana e italiana.

La capagira, che in gergo
barese significa "La testa gira" (e allude ai troppi pensieri
per la testa che fanno un po' perdere la bussola), è un po' il
The Blair Witch Project nostrano, ma solo per quel che attiene alla strategia
promozionale e ai riscontri commerciali. Per il resto è un piccolissimo
film che ha evidenti lacune narrative, forse volute e forse no, e non
pochi difetti di montaggio, interpretato da molti attori, cabarettisti
e comuni persone baresi, e recitato in uno strettissimo vernacolo tanto
gratuito quanto sgangherato. Se non fosse stato esageratamente gonfiato
come fenomeno culturale (sono volati nomi grossi - da Pasolini a Visconti!
- con gli autori disposti a tutto pur di alzare il tiro dell'operazione),
avrebbe di certo rivelato un tentativo tutt'altro che disprezzabile, e
tuttavia acerbo, di guardare al capoluogo pugliese un po' come negli anni
Settanta facevano i registi italiani specializzati in film di genere,
poliziotteschi e affini, i quali di certo non nutrivano grandi ambizioni
sociologiche, ma avevano una loro rozza ma dignitosa efficacia. Il guaio
è che si è preteso, con un occhio agli incassi e l'altro
alla stampa che doveva fungere da cassa di risonanza, di trasformare il
film, più con le parole che con la sostanza stessa del prodotto,
in un impietoso e ironico spaccato di baresità, in una presunta
indagine sul sottomondo criminale che gli autori conoscono con estrema
approssimazione e supponenza.
Se non si fosse fatta deliberatamente tanta confusione tra sociologia
e promozione, cultura e mera ostentazione culturale, strutture e sovrastrutture,
Lacapagira avrebbe offerto un buon margine di dibattito, per valutare
quanto gli aspetti più cupi facciano spesso da contraltare a quelli
più stereotipati e umoristici, in una città abbastanza inedita
sul grande schermo quanto complessata, al punto di accettare di rispecchiarsi
nei luoghi comuni piuttosto che scontare la subalternità e l'anonimato.

Per questo il pubblico barese ha accolto molto positivamente la pellicola
di Alessandro Piva, senza distinzioni di ceto o di estrazione culturale.
Ma che questo consenso fisiologico e, per così dire, antropologico
dovesse servire come trampolino per un lancio su scala nazionale ove andar
fieri, arrivando a fabbricarsi alibi intellettuali, del proprio irrimediabile
provincialismo culturale, nessuno l'aveva messo in conto. Nelle sue scorribande
notturne, nel suo andirivieni metropolitano, il film potrebbe anche funzionare.
Ma tutto il resto, ovvero tutto ciò che nel film hanno voluto in
tanti vederci, lasciandosi pilotare dagli autori forti delle loro buone
ragioni per gettare benzina sul fuoco, è aria fritta. Tipico caso
di cinema all'italiana.
Bari, gli ultimi brividi di un
inverno molto freddo. Una banda delle piccola malavita fruga nel giorno
e nella notte della periferia alla ricerca di un prezioso pacchetto spedito
dai Balcani e destinato a non giungere mai alla sua ultima meta. Cosa
contiene il pacchetto? Un materiale importante per i personaggi; per lo
spettatore invece, un passe-partout che apre le porte di un sottobosco
cittadino frastagliato e sorprendente. Il film (il titolo in dialetto
barese significa giramento di testa) è diretto da Alessandro Piva,
classe '66 nato a Salerno ma che ha vissuto a Bari gli anni del liceo
ed è stato scritto in collaborazione con il fratello Andrea, grande
conoscitore della vita notturna della città.
Costato tra i duecento e i trecento milioni messi insieme dagli stessi
fratelli Piva, il film è uscito in sordina il 19 dicembre in un
cinema di Bari, dove ha incassato oltre duecento milioni quasi quanto
il costo effettivo per la lavorazione, ed ora si appresta a diventare
il caso cinematografico italiano dell'anno.

Il successo di Lacapagira è poi aumentato dopo i grandi consensi
avuti al festival di Berlino, dove la platea era davvero entusiasta e
divertita da questo film e tutti erano concordi sulle straordinarie abilità
del novello regista Alessandro Piva.
Oltre alle storie dei ragazzi del luogo che parlano sempre in dialetto
(infatti nelle sale della penisola il film uscirà con i sottotitoli)
non mancano le storie della Bari città di frontiera con i clandestini
albanesi e i connessi traffici, il tutto recitato da attori comici locali
che lavorano in teatro o in qualche emittente privata.
Molti in città sono però stati i pareri contrastanti: chi
l'ha considerato spietato e divertente come la realtà che descrive,
chi invece l'ha reputato tremendo e assolutamente non corrispondente alla
verità. Ma la critica è stata unanime nell'affermare che
in una stagione di flop italiani il film dei Piva dimostra che al nostro
cinema più che i finanziamenti pubblici serve l'ossigeno delle
idee che a loro proprio non manca.
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