back le regole della casa del sidro
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di Lasse Hallstrom (USA 2000, 131')
con Michael Caine, Tobey Maguire, Charlize Theron


Tratto dal best seller di John Irving, il film racconta la storia di Homer Wells, un orfano allevato dal dott. Larch che gli insegnerà tutto sulla medicina ma non come affrontare la vita lasciando il ragazzo sopraffatto da un sentimento di inadeguatezza di fronte al mondo.


TRAMA

Tredici anni, quattro registi diversi: John Irving, l'autore americano de "Il mondo secondo Garp" e "Hotel New Hampshire", racconta che il suo romanzo del 1985 "Le regole della casa del sidro" (editore Bompiani) è stato il più difficile da trasformare in film, da condensare (da cinquecento pagine stampate a 131 minuti), da salvaguardare. Il regista Lasse Hallström ha smussato la parte del libro riguardante l'aborto, altri episodi o temi, ma il film conserva la calda emotività, la stravaganza, il divertimento, gli intrecci paralleli, l'uso di tecniche diverse, la mescolanza così americana di comicità, sentimentalismo e violenza che sono tipici dello scrittore, anche autore della sceneggiatura (è per lui una delle quattro candidature all'Oscar del film). "Le regole della casa del sidro" è uno dei film che segnano il ritorno di Hollywood alle storie lunghe ricche di avvenimenti, quelle che nel caso migliore vengono definite "commedia umana" e nel caso peggiore "polpettone". Questo è bello e, che sollievo, è pure un film con messaggi. Dice che le regole sono fatte per l'uomo, non l'uomo per le regole: bisogna quindi rispettare le regole soltanto finché non diventino mutilanti, devastanti. Dice che la gente nei guai va aiutata, non giudicata. Dice che l'aborto, illegale negli Stati Uniti dal 1846 al 1973, quando è una necessità vitale può essere praticato da un medico generoso e onesto. Dice che l'amicizia, gli affetti, l'amore, sono sempre al primo posto. In un grande, decadente orfanotrofio del Maine vivono i due protagonisti. Il direttore dell'istituto, un medico quasi vecchio e malato che allevia con l'etere le proprie sofferenze, governa la comunità con affetto, comprensione, bizzarria, compassione: ai bambini legge a voce alta la sera prima del sonno per curarne la solitudine infelice, alle donne che lo chiedono pratica pietoso l'aborto, al ragazzo orfano insegna a fare il medico. Maestro e allievo si scontrano proprio sull'aborto, che ispira al ragazzo un assoluto rifiuto morale, espressione anche del conflitto figlio-padre. Cresciuto, il ragazzo esce dall'istituto, va nel mondo, s'innamora, si trova di fronte a un dramma: un nero, capo d'un gruppo di operai addetti alla lavorazione del sidro, ha posseduto e messo incinta la propria figlia, la cui esistenza sarà rovinata per sempre senza l'aborto. L'esperienza concreta di vita tempera l'assolutismo del ragazzo, lo convince; finirà col tornare all'orfanotrofio, diventando il successore del direttore che non c'è più. A questa storia Michael Caine, nella parte del direttore dell'orfanotrofio dottor Larch, dà lo spessore e la delicatezza della sua gran bravura, un'umanità senza melensaggine, un realismo sommato all'anticonformismo. E il grande paesaggio americano, gli alberi rossi dell'autunno, il mare lattescente, la tema grassa coltivata, forniscono molto più di una cornice o di uno sfondo. Toby Maguire, il protagonista giovane, è corretto; Charlize Theron, si sa, è bellissima. Lasse Hallstrom, il regista svedese cinquantenne emigrato negli Stati Uniti, marito di Lena Olin, autore de "La mia vita a quattro zampe" o "Buon compleanno Mr. Grape", ha trovato la materia più adatta alla sua sensibilità, e si vede.



Corriere della Sera (11/3/2000)
Tullio Kezich

John Irving ha scritto addirittura un libro, "Il mio cinema" (Rizzoli), per raccontare le vicissitudini della trascrizione cinematografica del suo "Le regole della casa del sidro" (Bompiani) nella quale è stato coinvolto come sceneggiatore. Tredici anni di copioni scritti e riscritti in un alternarsi di quattro registi ciascuno con esigenze diverse: una miniodissea intellettuale, al servizio di committenti stonati e capricciosi. Non sarebbe stato meglio per Irving dedicarsi a scrivere qualcos'altro? Però come risultato il romanziere concorre adesso all'Oscar in qualità di sceneggiatore di se stesso. Si tratta di un insolito melò che narra la storia del trovatello Tobey Maguire, cresciuto in un orfanotrofio del Maine sotto le ali del direttore Michael Caine fino a diventare una sorta di ostetrico ruspante. Il senso del libro sta nell'affermazione che a volte è necessario infrangere qualche regola; e maestro di tali eterodossie a fin di bene è il dottor Caine, che con disagio del figlioccio pratica aborti umanitari. La smania di nuovi orizzonti porta il ragazzo nel mondo di fuori, dove ama riamato la bionda Charlize Theron e assomma esperienze liete e tristi fra gli operai neri allogati in una baracca detta la "Casa del sidro". Ciò che fa maturare il protagonista è l'incontestabile urgenza di far abortire una ragazzina di colore vittima di un incesto; e per procedere alla pratica il ragazzo torna all'orfanotrofio, dove il suo maestro è deceduto in tempo perché lui possa prenderne il posto. Il tema è insolito e stoico per un film di intrattenimento, dove in una qualità di fattura senz'altro di prim'ordine gli ambienti sono suggestivi, gli interpreti funzionano, Caine brilla di luce propria.



Film TV (14/3/2000)
Enrico Magrelli

David Copperfield e un orfanotrofio nel Maine. La raccolta delle mele e la pesca delle aragoste. L'etere e gli aborti. La proiezione ripetuta di "King Kong" e il drive-in deserto. "Cime tempestose" e le malattie del cuore. L'ironia del dottor Larch (un perfetto Michael Caine da Oscar) e la tenerezza del suo saluto agli orfani dagli occhi tristi: "Buona notte, o principi del Maine, re del New England". Il passaggio all'età adulta di Homer Wells (Tobey il ragazzo di "Pleasantville") e la scoperta di altri dolori, amori e perdite. Uno scrittore americano, John Irving, e un cineasta svedese. Il touch inconfondibile della Miramax. Il nucleo emotivo di questo adattamento corretto, elegante, patinato, poco brillante, è in un passaggio di Dickens. Nel mondo secondo Homer diventare protagonista della propria vita significa anche perdersi in un amore impossibile tra le braccia della luminosa Charlize Theron. Il sidro può attendere.



la Repubblica (14/3/2000)
Roberto Nepoti


Siamo ormai in dirittura di Oscar e continuano a uscire sui nostri schermi i film fregiati di nomination. Corre per sette statuette Le regole della casa del sidro, un classico racconto di formazione tratto dalle pagine di John Irving (lo scrittore appare nel film in un "cammeo") e realizzato in America dallo svedese Lasse Hallstrom. Le regole del titolo si riferiscono ai raccoglitori stagionali di mele, cui per un po' si unisce il giovane protagonista della storia: Homer Wells (Tobey Maguire), orfano adottato dal generoso dottor Larch (Michael Caine, in una parte cui un tempo si era candidato Paul Newman), medico filantropo che manda avanti un orfanotrofio nel Maine, si prodiga per i ragazzini senza famiglia e pratica l'aborto onde evitare guai peggiori. Il film sostiene la necessità di infrangere, all'occorrenza, le regole, nella casa del sidro o altrove, purché le violazioni siano compiute a fin di bene. Per conto nostro se ne dovrà convincere Homer, protagonista di un rito di passaggio che comprende l'amore per la bella Candy (Charlize Theron), il lavoro e un aborto, prima del ritorno alla casa del padre putativo per prenderne il posto. Alla presentazione in concorso a Venezia molti, commentando Le regole della casa del sidro, hanno nominato Charles Dickens, che il film cita del resto esplicitamente (assieme a parecchie altre cose). L'andamento narrativo è quello tipico del melodramma, dove si matura attraverso l'amore e il dolore e tutto quel che viene detto ha un significato drammatico o patetico, comunque pregnante ("Buonanotte, o principi del Maine", saluta i suoi orfanelli il buon dottore); anche se, magari, con qualche grano di tenero humour succhiato dai romanzi di formazione di Mark Twain e affidato, qui, al bravo Caine. Non è difficile capire perché ai giurati sia piaciuta tanto una storia raccontata alla maniera classica del cinema americano: con un andamento solenne, un sicuro senso dello spettacolo, qualche notazione sdolcinata, una confezione elegante senza lampi di creatività. Fatto salvi - magari - i momenti con i bambini, che fin dall'esordio con La mia vita a quattro zampe hanno sempre ispirato Hallstrom. Un film di "studio" insomma (la Miramax), dove i contenuti stoici e coraggiosi del romanzo di Irving (la maturità è accettare che gli altri facciano le loro scelte) finiscono per omogeneizzarsi e adeguarsi alla logica dell'intrattenimento.



Sette (16/3/2000)
Claudio Carabba

La grande amicizia virile fra un buon dottore (Michael Caine), che pratica aborti nell'America depressa e puritana, e un orfanello (Tobey Maguire) che ha intelligenza e voglia di imparare. Fuori dalla strana casa-clinica, c'è il mondo, con le sue dolcezze (il corpo di Charlize Theron) e i suoi atroci dolori. Tratto da un romanzo di John lrving, Le regole della casa del sidro è diretto da Lasse Hallstròm senza risparmio di lacrime e sangue, come se si fosse ancora nella Hollywood d'anteguerra. Gli Accademici dell'Oscar si sono commossi e lo hanno candidato a sette premi. Con tutto il rispetto per la calligrafia e la buona recitazione, non mi pare un ottimo segnale.



l'Unità (11/3/2000)
Michele Anselmi

Come non accettare l'invito ribellistico che arriva, tramite una battuta, dal film di Lasse Hallström candidato a ben sette premi Oscar? "A volte bisogna infrangere le regole per aggiustare le cose". Giusto. Lo fa il paterno direttore di un orfanotrofio, falsificando a fin di bene un diploma medico per far assumere il suo migliore allievo, orfano anch'esso; lo fanno i raccoglitori stagionali di mele (tutti di colore), strappando dal muro un ridicolo foglio di carta che sancisce, appunto, "le regole della casa del sidro"; lo fa una disinvolta ragazza-pescatrice disponibile a tradire il fidanzato paralizzato al fronte pur di sfuggire alla solitudine; lo fa soprattutto il protagonista, sottraendosi per crescere al destino che era stato scritto per lui, seppure a fin di bene. Film a lunga gestazione (tre registi hanno lavorato al progetto, prima che lo svedese Lasse Hallström fosse accettato da John Irving, che per l'occasione ha sceneggiato il suo omonimo romanzo), Le regole della casa del sidro è tutt'altro che un polpettone: anzi dietro l'andamento classico si annida una durezza quasi dickensiana, specie sui temi spinosi dell'aborto, e infatti gli ambienti più reazionari del cattolicesimo americano hanno reagito. Mentre la Seconda guerra mondiale infuria, nell'orfanotrofio di St. Cloud il provvido dottor Larch gestisce come può quella comunità di bambini senza famiglia (sono i suoi "principi del Maine" e le sue "regine del Maryland"), praticando all'occorrenza qualche aborto per sottrarre le giovani donne alle mammane. Il figlioccio preferito è Homer Wells, orfanello per due volte restituito dai genitori adottivi, e ora istruito amorevolmente alla professione medica: sensibile e svelto, il ragazzotto opera, sutura, accudisce i bambini, legge loro David Copperfield per farli addormentare e alla domenica proietta King Kong. (...) Autunnale nei colori, disteso nel racconto, accurato nei ritratti dei personaggi minori, perfino utile nel ribadire coi tempi che corrono il diritto all'aborto, Le regole della casa del sidro è un vigoroso cine-romanzo di formazione che a tratti risulterebbe meno melenso se l'impetuosa colonna sonora si desse una calmata. Ma gli interpreti sono tutti intonati (Michael Caine-Larch, Tobey Maguire-Homer, Charlize Theron-Candy) e le due ore e venti passano - fidatevi - senza guardare mai l'orologio.



Ciak (1/4/2000)
Stefano Lusardi

John Irving è un grande narratore, caustico e feroce, tenero e clownesco. Uno dei pochi che riesce a racchiudere nei suoi romanzi tutte le contraddizioni dell'anima americana. Peccato che il cinema, fin da Il mondo secondo Garp, non gli abbia mai reso giustizia. Stavolta, visto che lo sceneggiatore è lo stesso Irving, si sperava in qualcosa di meglio, ma lo scellerato autore ha fatto a pezzi la sua stessa storia, lasciando che un mediocre Lasse Hallström trasformasse in cartolinesca calma piatta quel che nel romanzo è invece politica provocazione (filo-abortista) e filosofia esistenziale. Se il film si conquista due risicate stelline è solo in virtù degli attori: Tobey Maguire ha la giusta perplessa ingenuità. E Michael Caine è sublime.



Duel (30/3/2000)
Violetta Bellocchio

Se esiste un momento in cui é difficile apprezzare Le regole della casa del sidro é proprio l'uscita nelle sale italiane, anticipata dall'annuncio delle sette (sette?) nomination ricevute. Impossibile negare che la pioggia di candidature serva soprattutto a pompare gli incassi e l'immagine della Miramax, reduce da una stagione sotto tono, nella speranza non tanto segreta di ripetere il colpo del Paziente inglese, I fratelli Weinstein, infatti, cercano almeno una volta all'anno - stavolta toccava a questo e a The Talented Mr. Ripley - di buttare fuori un "instant classic". Cioè, un film in cui ogni singola caratteristica produttiva e stilistica punta alla classicità come dato di fatto e non come risultato della memoria. E qui ci sono tutte. Regista europeo, attori giovani ma già identificati con un ruolo preciso (Tobey Maguire - ingenuo che affronta le brutture della vita, Charlize Theron - bella, sensuale...), cast di supporto prestigioso, ambientazione in un momento storico riconoscibile e cruciale. Però c'è anche dell'altro. C'è una sequenza, nella prima parte, in cui Homer Wells ha appena deciso di lasciare l'orfanotrofio in cui è nato e cresciuto, il posto in cui vivono tutte le persone che conosce (incluso il dottore che, a modo suo, gli ha fatto da padre), insieme alla coppia di passaggio Candy-Wally. Homer non ha mai visto l'oceano, anche se é lontano pochi chilometri, e loro ce lo portano. Non succede molto: c'è una spiaggia, i due ragazzi stanno sulla riva a scherzare, mentre lei - che ha abortito il giorno prima - resta in disparte, li guarda. É una sola sequenza, dicevo, ma é l'inizio di un'amicizia, di una storia, di una tensione tra i personaggi che non si esaurisce tra le righe di un cinema mainstream e conservativo. Al di là dei limiti dell'operazione, nelle parti migliori di Le regole della casa del sidro scorre l'energia e l'amarezza della scrittura di John Irving. Sceneggiatore oltre che autore del romanzo, per il pubblico americano Irving è il "narratore di storie" per eccellenza, con le sue ossessioni (incesto, orsi, Vienna...) e i suoi cardini (i gruppi familiari bizzarri), ed è amato e rispettato dai suoi lettori come forse capita solo a Pynchon. Il personaggio di Tobey Maguire finisce per rispecchiare - non so quanto volontariamente - le contraddizioni di uno scrittore/sceneggiatore che cerca un equilibrio tra pagina e schermo, tra la forma facile del big movie e un testo sofferto e difficile da afferrare. Homer affronta, infatti, il più canonico dei percorsi di formazione, l'uscita dalla "famiglia" dell'orfanotrofio e l'arrivo in una città sconosciuta, ma si tratta di due mondi che distano al massimo sessanta chilometri; due comunità chiuse, piccole, in cui per poterti inserire devi seguire regole precise e prendere il posto di un figlio lontano o un fidanzato in guerra. Non a caso, il contraltare di Homer é Rose Rose, la giovane donna che vive un rapporto incestuoso con il padre, Mr. Rose, e che si libera dal nome e dal ruolo di figlia-amante solo scappando dal paese e sconvolgendo le regole della comunità. Ma scappare significa aprirsi da soli una strada, e negli occhi di Maguire - gli stessi del ragazzo di Pleasantville - l'unica strada è quella disegnata da qualcun altro. E la strada migliore, in fin dei conti, resta quella del medico illuminato per cui i ragazzini orfani sono tutti "principi del Maine e re del New England".



il Giornale Nuovo (12/3/2000)
Maurizio Cabona

All'ultima Mostra dei cinema di Venezia Le regole della casa del sidro di Lasse Hallström (La mia vita a quattrozampe, Ancora una volta, Buon compleanno, Mr. Grape, Qualcosa di cui.., sparlare) è passato quasi inosservato, nonostante l'interpretazione di Michael Caine: la critica ha archiviato il film come "prodotto Miramax", ovvero polpettone patetico-drammatico per il mercato americano. Ma la successiva candidatura a sette Oscar (inclusa quella di Caine come attore non protagonista) ha rivalutato Le regole della casa del sidro, opera solida finché racconta, alla maniera di Dickens, gli anni Trenta di una clinica ostetricia/orfanotrofio del Maine diretta da Caine (fa anche rima). Gli sbadigli vengono dopo, quando il film diventa un estenuante dramma sessual-razziale, che le forme sode e integralmente abbronzate (bell'anacronismo) di Charlize Theron (Celebrity, Astronaut's Wife) non bastano a sostenere. Torniamo a Caine, che impersona un medico americano filantropo degli anni Venti-Quaranta. Contro la legge, fa abortire le malcapitate che si rivolgono a lui: in giardino, un inceneritore accoglierà i feti. Davanti alle perplessità dell'orfano/aiutante (Tobey Maguire), gli spiega: "Se non lo facessi io, lo farebbero altri e le rovinerebbero. Se invece vogliono avere il figlio e abbandonarlo, sarò io a occuparmene". Poi comincia l'altra storia, quando l'ormai ventunenne Maguire nel 1943 lascia la clinica-orfanotrofio, al seguito di un aviatore (Paul Rudd) e della sua fidanzata (la Theron), fresca d'aborto. L'aviatore, che ha offerto a Maguire di cogliere mele nell'azienda di famiglia, parte per la guerra in Birmania. Subito la Theron, rimasta sola, si dà a Maguire, che dorme nella baracca degli "stagionali" negri (la casa dove si fa il sidro). Intanto la figlia (Erykah Badu) del capo (Delroy Lindo) dei braccianti resta incinta. Del padre. Maguire la fa abortire. Lei poi pugnala il padre, il quale, agonizzante, la scagiona: "Mi sono suicidato". Intanto l'aviatore torna, ma paraplegico. La Theron è pentita e Maguire torna all'orfanotrofio, dove Caine è morto per overdose di etere. Ne continuerà l'opera grazie alla falsa laurea che proprio Caine gli ha stilato. Se la regia di Hallström è solo corretta, come la sceneggiatura che John Iving ha tratto dal suo romanzo (Bompiani), Caine vale da solo il biglietto. La malinconica atmosfera dell'ospedale-orfanotrofio emana da lui, oltre che dalla naturale bravura, come attori, dei bambini, in particolare quando cercano di essere notati da potenziali genitori adottivi. A chi resta lì, ogni sera Caine legge un capitolo di Dickens; poi, spegnendo la luce della camerata, dice: "Buonanotte, principi del Maine, re della Nuova Inghilterra". E dà la pelle d'oca.



Il Resto del Carlino (12/3/2000)
Alfredo Boccioletti

Le regole sono scritte per essere infrante. Ma ciascuno deve poterlo fare a modo suo, per scelta individuale maturata attraverso le esperienze di vita. Sospinto da questa tesi, lo scrittore John Irving affronta con Le regole della casa del sidro uno dei nodi morali più discussi degli ultimi decenni - l'aborto - senza assumere all'apparenza partito nella negazione stessa di norme valide in assoluto. Non di meno, gli antiabortisti troveranno motivo di dissentire da questa impostazione di fondo, che nel film di Lasse Hallstrom, sceneggiato dallo scrittore americano, appare ancor più ancorata agli sviluppi del romanzo di formazione d'ispirazione dickensiana. Come David Copperfield, il giovane Homer viene rapito dal mondo dopo essere cresciuto in un orfanotrofio. Lì, a St Cloude, mentre lontano infuria la seconda guerra mondiale, il dottor Larch - abortista ed eterodipendente, tutore di tanti e padre di nessuno - gli ha insegnato il mestiere dell'ostetrico. Larch, che si rivolge ai ragazzi chiamandoli "principi del Maine e re della Nuova Inghilterra", sembra aver imbevuto nella routine il suo filantropismo. Ma tra lui e Homer si è instaurato un profondo legame affettivo. Non così tiranno, tuttavia, da impedire al ragazzo di far le valigie e di salire sull'auto di Wally e Candy, un pilota d'aviazione proprietario di un frutteto e la sua fidanzata che ha deciso di abortire a St Cloude. Nella sua unica stagione fuori dal guscio, Homer passerà, con il candore dei vent'anni, attraverso esperienze sconvolgenti: l'amore carnale per la fidanzata dell'aviatore che non sa restare sola, la coabitazione nella casa del sidro con i braccianti di colore, una tristissima storia d'incesto. Tutto questo senza perdere minimamente il suo aplomb da dottorino senza laurea; e per capire quale sia in realtà in suo posto nella vita. Molto Dickens e anche un po' di Pascoli. C'è qualcosa di nuovo e insieme d'antico in questo film dove tutti i personaggi infrangono le regole ma si muovono su cadenze rassicuranti come se fossero guidati da un ordine superiore che dispensa serenità. Hallstrom, regista svedese già premiato con l'Oscar (La mia vita a quattro zampe), tocca le corde della commozione con un certo sussiego e lascia cadere quegli spunti grotteschi che George Roy Hill tentò di sfruttare nell'82 quando ridusse per lo schermo un altro fortunato romanzo di Irving, Il mondo secondo Garp. Questioni ideologiche a parte, il film conserva un suo fascino universale, fatto di piccoli tocchi d'ambiente, di profili umani, di sentimenti in perpetua armonia con gli scenari naturali. Ma delle sette Nomination (tra le altre per il miglior film e la miglior sceneggiatura), la meno sorprendente resta in fondo quella per l'attore non protagonista, Michael Caine, che offre del dottor Larch un ritratto indimenticabile. Accanto a lui non sfigura Tobey Maguire, anche se indugia troppo nella sottorecitazione, mentre Charlize Theron veste e sveste la sua Candy come se cantasse, senza accorgersene, un inno alla vita.



Il Giorno (18/3/2000)
Silvio Danese

Una bella storia di pessimo gusto. Dovrebbe imparare qualche regola il regista Lassie Hallstrom, che prende di mira lo stomaco dello spettatore e cerca appena può di assestargli colpi bassi di trucido sentimentalismo, con la fanfara di una colonna sonora inesorabile, onnipresente, kitsch. Se siete del mestiere è un film che fa rabbia: ostenta rara volontà di bugiardo candore narrativo. Intreccio e cast invece erano un'occasione: morboso e orgoglioso, negli anni '20 Michael Caine (candidato all'Oscar) dirige un ricovero ospedaliero di trovatelli, aiutando secondo personali principi etici alcune donne all'aborto. L'incontro con una ragazza (Charlize Theron selvaggia e infantile), fa esplodere il desiderio di conoscere e amare il mondo nel figlioccio di Caine, che affronta per la prima volta l'ostilità e l'ambiguità del destino. Drammone che ha avuto la sfortuna d'incontrare un regista più realista del re. Il re è Hollywood.