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di Francis Veber ( Francia 1998, 78')
con Jacques Villeret, Thierry Lhermitte,
Daniel Prevost, Catherine Frot, Francis Huster, Alexandra Vandernoot
La cena dei cretini è un meccanismo ad alta
gradazione di perfidia.
Commedia gustosa ed elegante, campione d'incassi in francia, ha conquistato
sei "Oscar" francesi, i famosi Césars. Il regista riesce
con eleganza ed ironia a costruire un film divertente, malinconico e
crudele allo stesso tempo, coadiuvato dall'impeccabilità degli
interpreti, rendendolo veramente godibile e facendoci ridere e sorridere
intelligentemente.
TRAMA
Dei parigini "bene" organizzano "cene" settimanali
dove ognuno di loro si fa accompagnare da un idiota scelto accuratamente,
alle cui spalle si trascorrerà una divertente quanto amabile
serata.
Essere o apparire?
Parafrasando Flaiano è certo vero che la mamma dei cretini è
sempre incinta... e allora perché non rendere una cena esilarante,
divertendosi con uno di questi signori? Sarà cosi' utile almeno
a qualcosa, illudendosi di potersi difendere dall'alto della propria
intelligenza, dalla negatività di costui.

Ma non è così in questa commedia gustosa ed elegante.
Il signor François Pignon, funzionario del ministero delle finanze
che ha come hobby costruire modellini con i fiammiferi, è sopra
ogni cosa, un guastafeste, un menagramo, a tal punto che riesce a ribaltare
la situazione passando, per così dire, da vittima a carnefice,
creando una serie di problemi al suo potenziale anfitrione, giungendo
a mettergli in crisi il matrimonio in un crescendo di gaffes, gags e
malintesi veramente divertenti.
Il regista riesce con eleganza ed ironia a costruire un film divertente,
malinconico e crudele allo stesso tempo, coadiuvato dall'impeccabilità
degli interpreti, rendendolo veramente godibile e facendoci ridere e
sorridere intelligentemente, come non capitava da tempo.
Mara Taloni
La cena dei cretini è un meccanismo ad alta gradazione di perfidia.
Francis Veber, ossia l'autoreferenzialismo al lavoro, in quanto oltre
a filmare questa sua commedia teatrale, si è permesso anche di
girare il remake americano (In fuga per tre) di Due fuggitivi e mezzo
(1986). Ed è dai tempi dell'infausto La capra che s'interessa
alla funzione destabilizzante del cretino nella società occidentale.
Sull'argomento l'economista Carlo Maria Cipolla, in Leggi fondamentali
della stupidità umana (edito da Il Mulino), ha scritto: "lo
stupido non sa di essere stupido.

Ciò contribuisce potentemente a dare maggior forza, incidenza
ed efficacia alla sua azione devastatrice. Lo stupido non è inibito
da quel sentimento che gli angloamericani chiamano self-consciousness..
Col sorriso sulle labbra, come se compisse la cosa più naturale
del mondo, lo stupido comparirà improvvisamente a scatafasciare
i tuoi piani, distruggere la tua pace, complicarti la vita e il lavoro
, farti perdere il denaro, tempo, buonumore, appetito, produttività
e tutto questo senza malizia, senza rimorso e senza ragione. Stupidamente".
Eppure Veber che non è certo cretino, sa mediare cadute di gusto
che possono intaccare il découpage come le corna coniugali. Una
regia la sua certo fondata sul paradosso: suggerisce azioni che rimangono
inespresse. La cena dei cretini allegorizza infatti la mancanza. Questa
si ritorce contro chi la concepisce come il boomerang, che segmenta
l'inquadratura iniziale per centrare il cretino che l'ha lanciato. E
il primo a farne le spese è l'editore. Tenuto prigioniero come
il cretino Pignon dall'unità aristotelica di luogo, che poggia
sulla sua casa appariscente, è un cinico cacciatore di idioti
che si ritrova immobilizzato da un incidente, e dunque non può
partecipare fisicamente al feroce convivio. Un carnefice che oltre a
subire la mancanza del rito borghese, deve espiare le colpe affidando
interamente la vita sentimentale alla sua vittima.

Questo è definito ad un certo punto dall'antagonista "il
vendicatore di tutti i cretini del mondo". La microfisica della
mancanza operata da Veber è così forte, che l'uno e l'altro
sono spesso inquadrati a mezza figura. E della cena vera (non il pasto
frugale consumato dall'ispettore del fisco) viene mostrato solo l'antefatto,
quando il patito dei boomerang stressa i commensali in procinto di sedersi
a tavola. Certo rispetto alle cene mancate de Il fascino discreto della
borghesia è sicuramente un surplus aggiuntivo. Eppoi è
consumata fuori campo, perché un altro correlativo sintattico
della manchevolezza è l'ellissi. La negazione si impone così
definitivamente: il non- ritorno della compagna di Pierre per la logorrea
di Pignon. Il non-adulterio della donna, che sottende quello reale della
moglie dell'ispettore con un gioco delle apparenze come vuole ogni pochade
coi fiocchi. Oppure le false intimidazioni lanciate al telefono per
interposta persona da Pignon, che minaccia gli amanti di un'imminente
spedizione punitiva ai loro danni. Tutte situazioni sussurrate che fanno
di questo teatro dell'assurdo, uno scontro esteriorizzato rifratto nella
crisi occidentale dei valori.
Fabio Zanello
Nicola Rossello - Cineforum n. 396 - luglio 2000
Adattamento di una pièce dello stesso Francis Veber, La cena
dei cretini non fa mistero delle proprie origini: l'unità di
luogo (l'appartamento di Brochard come spazio quasi esclusivo della
vicenda) e l'unità di tempo (tutto in una serata) sono stanzialmente
rispettate, fatta eccezione per il prologo, che precede i titoli di
testa. Ad ogni buon conto, il lavoro visivo del regista ha il merito
di sapersi tenere lontano dalle pastoie del "cinema teatrale".
La ricostruzione del décor entro cui è calato il racconto,
la stessa chiusura ambientale, anziché adeguarsi in maniera inerte
alla logica (e al gioco compiaciuto) del palcoscenico, sostengono le
esigenze di una messa in scena prettamente cinematografica.
Nel meccanismo narrativo orchestrato da Veber v'è qualcosa -
la costruzione incalzante ed "esatta" dell'intreccio, il tono
brioso e felicemente ironico, la malizia dei dialoghi - che può
anche ricordare la tradizione vaudeville (è stato fatto, a ragione,
il nome di Feydeau). Si tratta di un meccanismo giocato sull'accumulazione,
su quella che Giorgio Cremonini definisce "progressione dell'instabilità",
dove ogni nuovo intervento del cretino (il personaggio disorganico,
chiamato a portare il caos in un universo ordinato e armonioso) viene
a risolversi inevitabilmente in una catastrofe che assume proporzioni
via via crescenti e sempre più incontrollabili e devastanti,
apocalittiche. I casi comici, prendendo l'avvio da una situazione tradizionale
(l'irruzione incongrua dell'elemento imprevedibile in un contesto col
quale non ha nessuna attinenza), si sviluppano attorno al classico motivo
dell'equivoco. Questo potrà essere basato sull'espediente dello
scambio di persona (François che scambia la moglie di Brochard
per l'amichetta ninfomane, con le conseguenze che è facile immaginare)
o sul gioco verbale (i nomi di alcuni personaggi - Giusto, Lasorella
- che si aprono a più significati). Ma la dabbenaggine del protagonista,
la sua dissociazione dall'ambiente entro cui si trova ad agire, si misura
soprattutto nel rapporto ambiguo che egli instaura con gli oggetti.
Il telefono in special modo diviene lo strumento privilegiato attraverso
cui il personaggio può scatenare tutta la propria foga distruttiva.
Altra figura d'obbligo della tradizione del comico è quella dell'inversione
dei ruoli. In questo caso, assistiamo al rovesciamento del rapporto
oppressore/vittima. Brochard che, con ostentato cinismo, si era riproposto
di offrire ai suoi amici alto-borghesi lo spettacolo di quel cretino
coi fiocchi ("Che male c'è a sfottere un coglione? Sono
fatti per questo!", dopo il colpo della strega che lo coglie mentre
sta giocando a golf (simbolico disvelamento della sua impotenza a controllare
gli accadimenti?), si trova all'improvviso, di fronte al suo ospite,
in una situazione di inferiorità fisica. Forzato dalle circostanze
a ricorrere all'aiuto di François, e illudendosi tuttavia di
poterlo ancora manovrare a proprio piacimento, egli si lascia tentare,
incautamente, a discoprire le pulsioni negative che il cretino sembra
possedere in abbondanza. Scoprirà troppo tardi di aver messo
in moto un ingranaggio perverso, congegnato secondo logiche distorte
e lunari, dove, sconvolto ogni ordine consequenziale, c'è palese
incongruenza e contraddizione tra il comportamento del personaggio e
gli obiettivi che lo stesso si propone di conseguire, sicché
i risultati degli sforzi non discendono affatto dalla volontà
di chi li compie (per quanto costui sia animato dalle migliori intenzioni).
Così quando François telefona all'ex-amante di Christine
per cercare di sapere se la donna è con lui, egli si cala totalmente
nella parte del produttore tedesco che si finge di essere, e si preoccupa
soltanto di ottenere a condizioni favorevoli i diritti di un romanzo.
Allo stesso modo, la richiesta di aiuto che, a nome di Brochard, egli
rivolge all'amico Lucien, l'ispettore fiscale, trova un improvviso intoppo
allorché quest'ultimo impone a lui, accanito tifoso dell'Auxerre,
di inneggiare per un'altra squadra di calcio.
Brochard, che manifesta ormai un'evidente sudditanza psicologica nei
confronti del suo ospite, giungerà infine ad accettarne la presenza
pervasiva con una sorta di sconsolata, masochistica rassegnazione. Intanto
il suo lussuoso appartamento - scenografia raffinata, ideata a rappresentare
la presunta superiorità intellettuale e sociale del suo proprietario
- privato dei suoi quadri d'autore e degli altri oggetti di pregio,
si è trasformato in un luogo sinistrato: il correlativo oggettivo
esatto del cumulo di rovine che è diventata l'esistenza del protagonista.
L'altro, il cretino, il povero fesso privo affatto di intelligenza,
ma pieno di candore e di buon cuore, lui, capace di portare lo sconquasso
ovunque metta le mani, si è rivelato nondimeno un elemento sanamente
destabilizzante, in grado di sommuovere le sicurezze granitiche e la
presunzione cialtronesca dell'editore: "Ha fatto pulizia nella
sua vita", potrà dire di lui verso la conclusione del film.
Sarà François, dunque, una volta lasciato libero di fare
a modo suo, e senza più essere imbeccato da altri, sarà
proprio lui a saper trovare le giuste parole da dire a Christine per
convincerla a ritornare dal marito, che comunque ancora le vuole bene.
E' il momento del trionfo (ingannevole) dei buoni sentimenti; la scena
della ricomposizione (provvisoria) dei contrasti. In realtà,
la piena conciliazione delle tensioni, il ritorno ad un ordine garantito
dall'equilibrio e dalla stabilità, risultano ormai improponibili.
Il conflitto non può avere soluzioni accomodanti, rassicuranti.
Il delizioso colpo di coda finale consentirà allora alla pellicola
di sbeffeggiare il rituale conclusivo dell'happy end e di restare al
di qua di ogni moralismo posticcio. Sarà sufficiente un nuovo
gesto inconsulto del povero imbecille, basterà una sua parola
di troppo, e l'armonia così faticosamente riconquistata tornerà
ancora a lacerarsi, mentre il cretino potrà riaffermare, clamorosamente,
le proprie ragioni, la propria inesausta, incontenibile e parossistica
energia distruttiva.
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