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di Marco Tullio Giordana (Italia, 2000, 114')
con Luigi Maria Burruano, Luigi Lo Cascio
Il potere emotivo, la forza, la semplice efficacia
della regia e della storia (vera), una sceneggiatura implacabile ed una
squadra di attori di sorprendente bravura, rendono questo film d'impegno
politico e sociale contro la mafia assolutamente imperdibile.
TRAMA
Ambientato a Cinisi negli anni '60, la storia racconta la crescita emotiva
e politica di Peppino Impastato che si ribellò alle regole dell'omertà
mafiosa e venne brutalemnte ucciso nel 1978.
Nel paese siciliano di Cinisi, accanto all'aeroporto di Punta Raisi, Giuseppe
Impastato, Peppino, cresce negli Anni Sessanta in una famiglia legata
alla mafia da rapporti di parentela e di interessi, in una comunità
("Mafiopoli", la chiamava lui) dominata dalla mafia: e si ribella.
Seguendo un pittore comunista, partecipa a manifestazioni, tiene comizi,
guida proteste, mette su una stazione radio di denuncia, ha seguito, usa
l'arma più odiata dalla mafia: l'ironia, la beffa, la sfottitura,
il sarcasmo contro il boss locale Tano Badalamenti, contro il "Maficipio"
comunale, contro l'illegalità sistematica. La madre e il fratello
lo sostengono; il padre, spaventato per sè e per lui, lo osteggia
e presto muore in quello che è forse un incidente. La rivolta di
Peppino è indomabile. Si candida alle elezioni comunali, conduce
una campagna elettorale infiammata: due giorni prima del voto, nel 1978,
viene trovato morto, saltato in aria col tritolo sui binari della ferrovia.
Al funerale, del suo corpo vengono sepolti in un sacchetto soltanto mani
e piedi: il resto non c'è più. Il fatto viene definito dai
carabinieri un suicidio: solo vent'anni dopo Badalamenti è stato
rinviato a giudizio come mandante di quel delitto, e il processo non è
ancora stato celebrato.
La Stampa (1/9/2000)
Lietta Tornabuoni

"I cento passi" di Marco Tullio Giordana,
prima opera italiana presentata in concorso alla cinquantasettesima Mostra,
è un film di sentimento e di nostalgia, una vicenda di conflitto
tra figlio e padre, tra individuo e ambiente, tra obbedienza passiva e
rivolta vitale. La storia d'un eroe naturale. Nonostante i decenni trascorsi,
"I cento passi" (il titolo indica la breve distanza che separava
la casa di Impastato da quella di Badalamenti, quindi la vicinanza, l'immanenza
della mafia) non è un film sul passato siciliano: non molto è
cambiato, la mafia è sempre lì e comanda, la sinistra continua
a scindersi, dividersi, combattersi. Forse ci sono meno ribelli, oppure
esistono molti ribelli a parole e pochi a fatti: il film è vibrante
di una intensa nostalgia per un tempo di rivolta e di lotta, di rivoluzionari
coraggiosi e di forza d'opposizione, di rimpianto verso figure integre,
disinteressate e non riconciliate come Peppino Impastato. Con interpreti
benissimo scelti, è pure un film di intelligente analisi sociale,
di condanna di quel buon senso collettivo opportunista, accomodante e
familista che consente alla mafia di dominare anche oggi. Ed è
struggente il sentimento del tempo: "I cento passi" finisce
con ragazzi dai pugni chiusi levati in alto e bandiere rosse, con le parole
"La nostre idee non moriranno mai".
Film TV (12/9/2000)
Alberto Crespi

La memoria della lotta alla mafia viaggia sull'onda
di "A Whiter Shade of Pale" dei Procol Harum: e questa scelta
musicale spiega l'operazione tentata da Marco Tullio Giordana in "I
cento passi". Una volta tanto, la tipica "excusatio non petita"
dei registi italiani (tutti i film sulla mafia non sono, a sentir loro,
film sulla mafia) ha senso: il viaggio di Giordana - e dei suoi sceneggiatori
Claudio Fava, uno che di Cosa Nostra se ne intende, e Monica Zapelli -
è tutto interno alla memoria degli anni '70. ll mondo ruspante
delle radio private, la contestazione con i suoi risvolti anche patetici,
la rivolta di una generazione contro i propri padri. A far la differenza,
a trasformare "I cento passi" in tragedia, è il contesto.
Chi fondava una radio privata e sfotteva i poteri forti rischiava, a Milano
o a Roma, un'irruzione della polizia. A Cinisi, Sicilia, la posta in gioco
era diversa: era la morte. Peppino Impastato gioca la propria scommessa
fino in fondo: figlio di un mafioso di piccolo cabotaggio, nega il sistema
di valori paterni e si rifiuta di percorrere "i cento passi"
che separano la sua casa da quella di Tano Badalamenti, il boss che può
decidere il suo destino. Giordana rievoca la sua storia con tutto l'amore
che, da regista, ha sempre avuto per i ribelli. Come già in "Pasolini",
racconta un "delitto italiano": che qualcuno - là, l'opinione
pubblica; qui, la polizia - vuol far passare per suicidio.
la Repubblica (1/9/2000)
Irene Bignardi
Se il punto di domanda più grosso circa il cartellone di Venezia
2000 riguardava il numero dei film italiani in concorso e, ovviamente,
la loro qualità, la sfida di Alberto Barbera, con la proiezione
del primo dei quattro, I cento passi di Marco Tullio Giordana, è
vinta almeno per un quarto. Anzi, di più, visto il potere emotivo,
la forza, la semplice efficacia della regia e della storia (vera), che
ha strappato alle proiezioni per la stampa, solitamente contenute e frigide,
un lungo applauso. La forza dell'emotività, diranno i più
sospettosi, visto soprattutto quell'epico e nostalgico finale al suono
di A Whiter Shade of Pale, in cui i giovani, le donne, la gente per bene
di Cinisi, Palermo, Sicilia, sfilano sotto striscioni e bandiere rosse
al funerale di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia - con un delitto
troppo presto archiviato e dimenticato, perché quello stesso giorno,
9 maggio 1978, veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro ucciso dalle brigate
Rosse. E invece no, quel finale è forse la cosa più facile
e ovvia di un film costruito in finezza, frammento dopo frammento, sempre
in crescendo, su una storia emozionante e brutale, in cui si intrecciano
la liberazione di un giovane dalla famiglia (sull'onda del Sessantotto)
e la sua più dura liberazione dalla famiglia mafiosa che incombe
sulla città e sulla cultura familiare. I cento passi del titolo
sono quelli che separano la casa di Peppino dall'abitazione del boss mafioso
Tano Badalamenti - che, dopo un lungo silenzio della giustizia, per questo
assassinio è stato finalmente incriminato. Cento passi che nonostante
tutto congiuri per farglieli percorrere - la storia familiare, la debolezza
di suo padre, l'omertoso clima cittadino - Peppino non percorrerà
mai, scoprendo fin da ragazzino, attraverso l'amico e maestro pittore
Stefano Venuti, l'impegno politico con il Pci, poi allontanandosene per
le troppe prudenze che impone, infine inventandosi attraverso una radio
messa su con gli amici un canale fantasioso e irriverente per parlare
e dire la sua verità: Badalamenti diventa Tano Seduto, Cinisi è
ribattezzata Mafiopoli e il ridicolo è un'arma che dà molto
fastidio agli intoccabili. Marco Tullio Giordana, in quello che è
il suo film migliore, più forte, più diretto, ibrida con
successo il cinema di impegno civile (viene citato Le mani sulla città)
con umori più personali e generazionali (ci ritroverete un po'
di Radio Freccia alla siciliana), intreccia la denuncia e il ritratto
toccante e autentico di un angelo ribelle. E se la sceneggiatura (che
il regista firma con Claudio Fava e Monica Zappelli) è scritta
con inconsueta precisione, schivando retorica e colore, gran parte della
riuscita del film la si deve a una squadra di attori di sorprendente bravura,
guidati senza sbavature da Giordana. Al suo primo ruolo sullo schermo,
Luigi Lo Cascio si incide nella memoria per simpatia e febbrile passione,
è bravissimo Luigi Maria Barruano nella parte di suo padre - un
pover'uomo diviso tra l'affetto per il figlio e la sua affiliazione mafiosa-,
Lucia Sardo ha una dolorosa intelligenza e Tony Sperandeo, senza sprecare
un gesto di troppo, fa sempre paura. Da vedere, anche per chi non è
sensibile all'effetto nostalgia.
il Manifesto (1/9/2000)
Mariuccia Ciotta

Cerimonie e feste finite, per ora, con la consegna al Palazzo del cinema
del Leone d'oro a Clint Eastwood, che non ama molto né cerimonie
né feste. Si apre il Concorso. Due i film in gara, l'italiano I
cento passi di Marco Tullio Giordana e l'indiano Uttara di Buddhadeb Dasgupta.
Le ondate di applausi sui titoli di coda de I cento passi hanno coperto
i pochi fischi stizziti dalle bandiere rosse che attraversano lo schermo,
dietro al funerale di Peppino Impastato, eroe siciliano. Nell'enorme spazio
del Palagalileo, ex arena coperta, dove si svolgono le proiezioni per
la stampa, ma anche per i rappresentanti dell'"industry", è
tutto un trillare di cellulari e di conversazioni più o meno cinematografiche.
Difficile concentrarsi. Eppure, quando il thriller politico comincia a
lievitare, la platea si ferma e la commozione conquista il silenzio. Perché
Marco Tullio Giordana preferisce, come nel suo Pasolini, un delitto italiano,
un contatto leggero con la storia. Non spinge l'effetto emotivo, informa,
ricostruisce, inanella fatti. E all'inizio è fin troppo didascalico,
ma è così forte l'avventura del "piccolo" Peppino
che il film dirompe soprattutto nel corpo di straordinari attori come
Luigi Lo Cascio (Peppino), Luigi Maria Burruano (Luigi Impastato, il padre),
Lucia Sardo (Felicia, la madre), Tony Sperandeo (Gaetano Badalamenti),
Ninni Bruschetta e tutti gli altri. Marco Tullio Giordana è un
regista a parte nel cinema italiano, e il suo film, come la vita di Peppino
Impastato, è un atto di resistenza. Con lui firmano la sceneggiatura
Claudio Fava e Monica Zapelli. Cinisi, paese siciliano, bellissimo, sul
mare, a pochi passi dall'areoporto di Punta Raisi, che finisce addosso
alla montagna, pericolo costante per gli atterraggi. Una dei tanti "capricci"
della mafia, che cementifica per avere appalti, distribuire favori, privilegiare
gli amici. La droga passa di lì, e Tano Badalamenti ne controlla
il traffico a beneficio dei picciotti. Ma ce n'è uno, Peppino,
che fin da piccolo non vuole favori, e diventa amico del segretario della
sezione comunista, il pittore Stefano Venuti (Andrea Tidona), solo a urlare
nel megafono le malefatte mafiose. Il Sessantotto vede Peppino adolescente,
e quindi figlio della nuova sinistra, insubordinata alla cultura pci,
mossa su altri ritmi musicali, ironia e sberleffo, provocazione e sfida.
Armi improprie, spaesanti per i vecchi notabili di Cinisi, tutti che baciano
le mani a Tano, il boss. Peppino Impastato li inchioda dai microfoni della
sua Radio Aut da combattimento. Spara insulti a rima, dà a tutti
un nomignolo: Tano seduto, re di Mafiopolis. "La mafia è una
montagna di merda" scrive sul suo giornale "Idea socialista".
Roba da ragazzi, mosche fastidiose. Ma il ragazzo cresce e raccoglie una
banda di amici, fa gruppo, movimento, manifestazioni. Si mette contro
il padre, timoroso come gli altri, straziato dal figlio ribelle. Peppino
è il simbolo della disubbidienza. Ed è così sregolato,
indisponente, fantasioso, così poco ligio alle regole della "famiglia".
Marco Tullio Giordana lo fa agire come un attore surreale, lo segue nella
disintegrazione delle regole anche cinematografiche del genere "film
sulla mafia". Schegge di commedia, di teenagers-movie, pezzetti di
memoria che riscostruiscono la breve storia di Peppino Impastato, cultore
di Pier Paolo Pasolini, conduttore di "Onda pazza", uno di quelli
che voleva cambiare il mondo e non ha fatto in tempo a cambiare lui, come
tanti, perché fu legato a un binario e disintegrato in mille pezzi
da sei chili di tritolo. Si era appena candidato alle elezioni comunali
nelle liste di Democrazia proletaria. La sua morte coincide con quella
di Aldo Moro, e nessuno gli dà molta importanza. Adesso è
un mito, in Sicilia. Vent'anni dopo l'"incidente", archiviato
come suicidio con la copertura della polizia, la magistratura rinvia a
giudizio Tano Badalamenti, mandante presunto dell'assassinio. Il processo
deve ancora essere celebrato. Le immagini in bianco e nero del vero Peppino
bucano lo schermo quando la storia finisce. La bara passa in un corteo
di pugni alzati. Berlusconi ha ragione ad avere paura, anche se in molti
lo rassicurano che il "caso è chiuso", quello del comunismo
e di Peppino Impastato.
il Giornale Nuovo (1/9/2000)
Maurizio Cabona
Meglio un mafioso, democristiano per convenienza, o un antimafioso, ultracomunista
per convinzione? Incapace di uscire dalle dicotomie, Marco Tullio Giordana
sceglie il secondo. Nello slancio strafà e inciampa nei suoi Cento
passi, primo film italiano in concorso alla Mostra di Venezia. Che, comunque,
è stato applaudito da una parte della stampa in sala, ma per ragioni
politiche più che estetiche. L'ha spiegato il solitario urlo, "Andate
da Berlusconi!", di sottile allusività, diretto ai non pochi
fischiatori che si opponevano ai plaudenti. Giordana non si sarà
stupito. Ha infatti puntato sul "racconto morale": buoni di
qua, cattivi di là. Ma un autore dovrebbe mantenere distacco dai
personaggi. Con l'opera d'esordio, Maledetti vi amerò, l'aveva
fatto parzialmente; col film-tv Notti e nebbie era stato encomiabile per
serenità, e non a caso sono le sue opere migliori. Invece I cento
passi - la distanza a Cinisi (Palermo) fra la casa del protagonista, Giuseppe
Impastato (Luigi Lo Cascio), e quella del mafioso Tano Badalamenti (Tony
Sperandeo) - hanno l'enfasi della beatificazione laica. Prendere poi Le
mani sulla città di Francesco Rosi (1963) come esempio estetico
stilisticamente sa di vecchio. Un po' meno vecchio (1978) è il
fatto dei Cento passi, la morte di Giuseppe Impastato: bizzarro demoproletario
suicida, secondo la prima inchiesta; eroico antimafioso ammazzato, secondo
un pentito - processo non c'è stato - e secondo il film. Giordana
non coglie l'ambiguità come essenza del reale. E l'avere trovato
in anticipo la "verità" rende il suo film un comizio,
con molto déjà vu, proveniente un po' da Avere vent'anni
di Fernando Di Leo (1979), un po' da Radio freccia di Luciano Ligabue
(1998), con contorno di Tutto l'amore che c'è di Sergio Rubini
(2000). Si noti che a firmare la sceneggiatura con Giordana è Claudio
Fava, ex collaboratore dell'Indipendente e del Giornale, ora deputato
diessino, ma soprattutto persona coinvolta nei lutti siciliani: se Impastato
era il figlio ribelle del padrone di una pizzeria consapevole di dover
convivere con la mafia, Fava è il figlio fedele di Giuseppe, giornalista
e romanziere, ucciso presumibilmente da mafiosi a Catania. Una somiglianza
di destini che lo spinge a tifare per il personaggio del film e non a
centrare la storia sul suo aspetto più lacerante: il rapporto conflittuale
tra padre e figlio. Toccava a Giordana riportare l'equilibrio, ma non
l'ha fatto. E poi, odiando la mafia più come sezione siciliana
della Dc che come associazione a delinquere, si abbandona a una serie
di macchiette di genere circa gli amministratori pubblici. Nella figura
del maggiore dei carabinieri (Fabio Camilli) che chiude sbrigativamente
l'inchiesta sulla morte di Impastato, lascia affiorare inoltre la tesi
del "terzo livello"; infine, nell'orazione finale che un amico
della vittima diffonde dal microfono della sua radio libera, la tesi del
"secondo Stato", col paragone fra la morte di Feltrinelli e
quella di Impastato, proprio il giorno del ritrovamento del cadavere di
Moro. Una coincidenza che al povero Impastato costò il non avere
l'attenzione nemmeno come martire: ancora una volta, un democristiano
l'aveva fregato.
reVisioni
Andrea Caramanna
I cento passi del titolo potrebbero essere un'utile metafora per cercare
di comprendere che l'avvicinamento al cuore di un problema, di un mistero,
è sempre difficile. I cento passi sono contemporaneamente pochi
o molti secondo il punto di vista e la lucidità dell'analista nel
dirimere la medesima questione. Questo film propone all'interprete critico
il problema del tempo e della storia, dell'elaborazione su schermo di
un racconto, che era in qualche modo già scritto. Peppino Impastato
era il giovane militante comunista, assassinato brutalmente dalla mafia.
Era lo speaker di una radio locale, appartenente, suo malgrado, alla cultura
mafiosa siciliana di Cinisi, un paesino vicino all'aeroporto di Palermo,
Punta Raisi. Il clima ideologico degli anni settanta era assolutamente
chiaro: la contrapposizione tra democrazia cristiana e comunismo. A Cinisi
essere democristiani poteva significare collusione con gli interessi mafiosi;
dall'altra parte essere comunisti lottare per l'Utopia marxista - siamo
ancora lontani dal crollo del muro di Berlino - a favore dei proletari
(si chiamavano ancora così), forse per il bene di tutti, di fronte
al temuto refrain pasoliniano (e tale riferimento al poeta cineasta non
può essere un caso per Giordana) "progresso senza sviluppo".
In effetti, l'istanza civile di Giordana segue perfettamente la critica
sociale di Pasolini nei confronti dell'industrializzazione selvaggia,
che provocò la costruzione scriteriata di opere pubbliche, le cattedrali
nel deserto, come le strade con molte curve di Cinisi e lo stesso chiacchierato
aeroporto vicino la montagna, che celavano interessi privati, appalti
irregolari assegnati secondo il principio dell'appartenenza. E Peppino
Impastato vedeva con chiarezza questi soprusi alla società umana,
alla natura, e urlava a squarciagola, con graffiante ironia, contro i
responsabili, dalla sua precaria postazione di radio Aut. Nella ricostruzione
Giordana ha fatto un apprezzabile lavoro di collage tra i vari brandelli,
le testimonianze dei parenti, degli amici di Impastato e gli atti legali
inerenti alla sua morte, un incredibile suicidio, soltanto per mantenere
il silenzio dell'ennesima vergogna di un delitto bestiale.
Per addentrarsi nel testo in cerca di validi riferimenti forse non si
può assumere la rilettura di un evento senza quel minimo di distacco
che invece molti spettatori (addetti ai lavori e non) non hanno manifestato
durante la proiezione e alla fine con quei lunghi caroselli di applausi.
Clima di approvazione, di consenso, come quando qualcuno ha compiuto una
buona azione. Marco Tullio Giordana è il paladino che ha ripagato
il paese civile di tanta ingiustizia, di cotanta indifferenza nei confronti
di un delitto efferato e plateale, il cui caso giudiziario è stato
solo di recente riaperto per condannare il pluriergastolano Tano Badalamenti.
Mentre il pubblico si commuove, esulta perché una verità
(?) balugina di fronte agli occhi, e si può additare il cattivo
di turno. E invece basta una scena per capire che così non è:
la scena più bella in cui il boss Tano (Tony Sperandeo) incontra
i due fratelli dopo l'uccisione del padre, e in cui ricorda i profondi
legami, le complicità che determinano gli effetti che tutti conoscono
e disapprovano. A capire bene questa scena, a leggerne esattamente la
portata, il commento potrebbe essere più o meno questo: "tu
oggi perdi, Peppino, perché sei il solo a non volere la mafia,
tutti gli altri la vogliono e la sostengono e tuo padre era uno che la
sosteneva". Bisogna essere tutti contro la mafia, vale a dire bisogna
sconfiggerla tutti dentro se stessi perché non si manifesti ancora.
In questo senso la rielaborazione di Marco Tullio Giordana vince la sfida
della ricostruzione storica cercando di non collocare la figura di Impastato
in uno schieramento, descrivendo in modo senz'altro vivido, merito della
spontaneità della maggior parte degli attori e dei dialoghi, le
vicende quotidiane della sua vita, focalizzando l'attenzione sulla formazione
intellettuale - fin da bambino recita L'infinito di Leopardi - e politica
(ma nel senso morale del termine: Giordana in conferenza stampa al festival
di Venezia parlava dell'etimologia greca "polis").
Le perplessità cominciano da una lettura più rigorosa del
testo, meno incline alla partecipazione emotiva. Innanzitutto la costruzione
storica che accetta la contrapposizione frontale e trasparente tra bene
e male rischia di banalizzare tutta l'operazione. Identificare i buoni
e i cattivi nuoce anche questa volta e l'epilogo rappresenta una verità
indubitabile (che Impastato è stato ucciso, e va bene), ma ancora
una volta non è che questa presunta dialettica porti a un superamento
del conflitto. I dubbi anzi rimangono. Sarebbero necessari alcuni interrogativi
per cercare di risalire a una domanda originaria. Perché ci sono
mafiosi? Perché uccidono per soddisfare i loro interessi? Perché
chi combatte la mafia direttamente forse è destinato al sacrificio?
E tanti altri quesiti che dovrebbero essere l'apertura di senso dell'opera.
Deleuze a proposito, citando Nietzsche ed Eisenstein, segnalava lo stesso
problema nel cinema storico e sociale americano: "fenomeni principali
di una stessa civilizzazione, per esempio i ricchi e i poveri, sono trattati
come due fenomeni paralleli indipendenti, come puri effetti che si constatano,
all'occorrenza con rammarico, senza poter tuttavia assegnare loro alcuna
causa". È anche questo il rischio di I Cento Passi? Per quanto
riguarda la reazione suddetta del pubblico è opportuno riprendere
una riflessione di Paul Ricoeur in "Tempo e Racconto". Dicevamo
che senz'altro il film ripagava del senso di ingiustizia e sembra essere
in relazione a un debito, e fare questo film corrispondeva al "problema
di esprimere concettualmente ciò che, sotto il nome di debito non
è ancora altro che un sentimento". Si tratta allora di una
vera storia universale delle vittime. Dice ancora Ricoeur: "L'orrore
aderisce a certi avvenimenti che è necessario non dimenticare mai.
Rappresenta la motivazione etica ultima della storia delle vittime".
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