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di Robert Guediguian (Francia, 2000, 154')
Con: Ariane Ascaride, Robert Guediguian, Gerard Meylan
Un racconto corale, un mosaico fatto di frammenti
di duro realismo metropolitano: in una Marsiglia multirazziale la povertà
e la disoccupazione alimentano i venti di destra lepeniani e storie di
quotidiana disperazione si incrociano. "La città non è
tranquilla" affatto!
TRAMA
Il film narra la storia di Michèle, venditrice di pesce che vive
solo per salvare sua figlia dalla droga
di Paul che tradisce i suoi
amici scaricatori in sciopero per diventare tassista
di Viviane,
musicista che non sopporta più la sinistra realista rappresentata
da suo marito
di Abderamane, trasformato dalla prigione, che cerca
di aiutare i suoi fratelli
di Claude che è l'ultimo ad essere
ascoltato dagli attivisti di estrema destra
di Gèrard che
fa mistero del rapporto con la propria morte e con quella degli altri
dei genitori di Paul, in pensione, che non voteranno più
di Ameline, il cui corpo fa mostra del benessere che lei vorrebbe infondere
alla gente ricordandogli le proprie origini pre-monoteiste
di Sarkis,
che lotta per il pianoforte a coda che sogna...
Sono tutte storie singolari e accavallate, che si svolgono nello stesso
periodo e spazio, ossia a Marsiglia nel 2000 e che, a petto della sempre
maggiore mediocrità e confusione, dimostrano che "la città
non è tranquilla".
Sara Borsani
Non un'unica storia, ma mille frammenti di vita quotidiana, in una città,
Marsiglia, illuminata dal sole e dalle infinite varietà del blu
del mare
gli scorci suggestivi delle vie antistanti al porto rappresentano
un violento contrasto con la periferia degradata ripresa come sfondo,
come paesaggio immobile in cui si rappresenta la tragica commedia della
vita.
Il mercato del pesce, buio e soffocante nelle luci di un mattino perennemente
uguale a mille altri, il freddo che ti prende le mani e il cuore mentre
tra la noia e la fatica ti accingi a maneggiare l'ennesimo carico di morte
e solitudine: questa è l'inquadratura iniziale, questa è
la realtà di Michèle, questo è il senso profondo
di una città che non ti concede tranquillità, ma che ti
lascia affogare lentamente nella tua disperazione.
Sono squarci fugaci, scene rubate di una città invisibile, che
risplende nella luce accecante del tramonto, e poi si richiude sui commedianti
di una compagnia dei miserabili: Michèle, una donna privata dei
suoi affetti, che si aggrappa alla vita e al sogno di una favola dell'infanzia
che rivive nella nipote, Ameline, una bimba di pochi mesi, unica nota
positiva, forse perché ancora ignara
una donna che lotta per
la salvare la figlia dall'incubo della droga, che si dibatte nella rete
di un matrimonio fallito; Viviane, una musicista che trova pace e sernità
lavorando con i disabili e si innamora di Abderamane, un immigrato che,
uscito di prigione, cerca di cambiare le idee fondamentaliste dei suoi
compagni di strada e viene ucciso da un gruppo di disoccupati di estrema-destra;
Paul, un uomo debole che cerca un riscatto nel suo lavoro di tassista,
che non riesce a vivere l'amore in modo maturo e si accontenta di sognare
frequentando le prostitute
Gerard, un uomo misterioso, che di fronte
alla scoperta improvvisa e violenta dell'impossibilità di vivere
si toglie la vita
Un film riflessivo e nello stesso tempo molto emotivo, molto forte, uno
studio antropologico e psicologico della natura umana, che non ricerca
mediazioni, e si svela lentamente nella sua crudezza, in un pessimismo
che non lascia trapelare vie di fuga
Il regista di Marius e Jeannette con questo film non lascia spazio ai
sentimentalismi, ma realizza un'opera difficile da dimenticare, soprattutto
per il forte apporto emotivo, per le immagini che seguono un tempo e uno
spazio propri, per la difficoltà di accettare una realtà
che non vorremmo nostra.
Andrea Carugati
31 agosto 1999

Un racconto corale, un mosaico fatto di frammenti di duro realismo metropolitano:
è La ville est tranquille del francese Robert Guédiguan,
già autore di Marius et Jeannette.
In una
Marsiglia sempre più multirazziale, dove la povertà e la
disoccupazione alimentano i venti di destra lepeniani, si incrociano varie
storie di normale disperazione: quella di Michéle (la brava Ariane
Ascaride), operaia al mercato del pesce alla prese con una figlia ragazza
madre e tossicodipendente e un marito assente e alcolizzato, quella di
Paul, ex operaio che tenta il salto improvvisandosi tassinaro, e quella
di Gérard, killer, barista e spacciatore. Non mancano una coppia
borghese in piena crisi (lui architetto disilluso, in crisi creativa e
impregnato di nichilismo, lei super impegnata nel volontariato), un ragazzo
di colore ex galeotto ma pieno di buone intenzioni e una giovane antiabortista,
incline al sesso facile.
Il film, che dura oltre due ore e mezzo protraendo oltre misura la sofferenza
dei personaggi, ricorda in alcuni momenti l'impegno civile di Ken Loach,
soprattutto nella scrupolosa attenzione ai dettagli della vita quotidiana
delle periferie. Non è un caso che lo stesso Guédiguan abbia
dichiarato che il film potrebbe svolgersi in qualunque altra metropoli
occidentale.
Altro punto di forza è lo stile sobrio, che evita i facili appelli
al piagnisteo che un soggetto del genere potrebbe suscitare. Lodevole
anche il tentativo di parlare della politica di oggi (e non, ad esempio
degli anni 70 sempre di moda, soprattutto a casa nostra) e di infilare
la cinepresa nelle numerose contraddizioni di oggi, nel vuoto di una sinistra
in letargo che ha lasciato le ex masse in balia dell'astensione e delle
sirene di estrema destra (a questo proposito va segnalata la scena del
tassista che canta l'internazionale in varie lingue).
Tuttavia La ville est tranquille, accolto in sala da un lungo e caloroso
applauso che ha suscitato la commozione della protagonista, presenta delle
vistose debolezze, tra cui l'eccessiva durata che sfilaccia la narrazione
e soprattutto lo schematismo dei personaggi: la Madre Coraggio, il buon
emigrante, la signora borghese altruista ma infelice.
E poi il finale, che lascia aperto un filo di speranzoso buonismo, suona
falso in tanta disperazione: quando si fa un film così sarebbe
giusto arrivare alla fine senza ripensamenti.
La ville est tranquille
di Marco Vanelli
Il regista, Robert Guediguian (Marius e Jeannette), ha dichiarato di aver
realizzato questo film come parte di un dittico dedicato ai due possibili
modi di affrontare la realtà: lo studio e l'utopia, la constatazione
sconsolata e l'esempio edificante, il pessimismo e l'ottimismo. Non conosciamo
l'altro film, A l'attaque, ma possiamo dire che l'analisi che attua in
La ville est tranquille (distribuito in Italia da Luce) risulta effettivamente
impietosa e disincantata, forse anche confusa, ma in ogni caso non oziosa.
Il film si apre con una panoramica circolare sulla città di Marsiglia,
teatro della serie di microstorie parallele, destinate a incrociarsi ed
accavallarsi, e si chiude con un dolly che sale in una viuzza di un quartiere
popolare, abitato da extracomunitari, fino a riprendere alcuni ragazzini.
Ciò che tiene uniti inizio e fine è la presenza dello stesso
ragazzino arabo, impegnato a suonare al piano brani classici, ascoltato
con partecipazione dai più disparati cittadini, uniti dal mistero
della bellezza delle note a dispetto delle divergenze politiche o delle
diverse classi sociali di appartenenza. La musica, dunque, come elemento
livellatore in altro di un'umanità sempre più violenta e
disperata; la musica - e potremmo estendere il concetto alla letteratura
(come nel rap del ragazzo di colore colpito dalla morte dell'amico), all'arte
- che prende il posto dell'ideologia, o dell'istanza libertaria che aveva
unito, trasversalmente al tempo della resistenza, uomini diversi. Ma di
ideali, ormai, non se ne parla più, o meglio: se ne parla senza
attuarli. L'Internazionale la si è imparata a mente, in tutte le
lingue, ma resta il fatto che chi è disoccupato non si fa scrupoli
ad abbandonare la lotta sindacale per ottenere un posto, a votare a destra
per sentirsi più tutelato o a non votare per nulla, per il disorientamento.
Il lavoro, quello duro, delle mani, dei turni di notte, dei sacrifici
- non quello intellettuale o il terziario avanzato che si profila all'orizzonte
del prossimo millennio - è il grande protagonista della pellicola,
girata con una pregnanza di immagini reali, sentite, come accade da qualche
tempo di assistere in certo bel cinema francese (La promesse, Rosetta,
Risorse umane, Ricomincia da oggi), quell'autenticità che era propria
del nostro neorealismo e che sembra ormai scomparsa dai nostri schermi.
Tra una sonata e l'altra di pianoforte, si snoda un film caleidoscopico
che può ricordare tanto La polveriera, per l'accanimento con cui
si dimostra il passaggio di consegne del degrado umano, o Magnolia, per
l'ambizione a dipingere un affresco esemplare della società di
oggi, una società - meglio dire umanità - bambina, bloccata
in un principio di piacere tutto infantile, incapace di affrontare la
realtà, ma forse anche di riconoscerla e accettarla. Significativo
è l'accostamento tra la preparazione del biberon e della dose di
eroina, tra il pianto del neonato calmato dalla poppata e quello della
ragazza tossicodipendente acquietata da un altro tipo di biberon. Ma è
significativo, almeno per noi, che il personaggio che ha lo sguardo più
cinico e distaccato, un nichilista ancorato ai sogni infranti dell'adolescenza,
la cui unica risposta al mondo è la contemplazione del corpo femminile
(ma quale distanza tra lui e la ragazza new age dalla testa piena di spiritualismo
pre monoteista), la repressione di chi tradisce (il politico di sinistra)
o la propria eliminazione. Se costui potrebbe sembrare il portavoce dell'autore,
restano quell'inizio e quella fine a rimettere tutto in dubbio: forse
non necessariamente a chi nasce è funesto il dì natale,
forse l'uomo non è solo un animale incapace di stare al mondo senza
fare e farsi del male.
Film del forse, ideologicamente confuso (si sarebbe detto un tempo), o
comunque provocatorio, con troppi stimoli e la retorica a far capolino.
Ma comunque un cinema non giocattolo, che considera gli spettatori esseri
pensanti e non pubblico pagante. Ottimo il cast.
La ville est tranquille
di Sara Fronda
La città è tranquilla, il silenzio la protegge. Protezione
dalla paura, dal terrore, dal disarmante caos che la circonda.
La ville est tranquille del francese Robert Guediguian, presentato al
Festival di Venezia nella sezione "Cinema del Presente", è
la storia di Michele, una pescivendola disposta a tutto pur di salvare
la figlia dalla droga, di Gerard, il cui atteggiamento verso la morte
(sia la propria che quella degli altri) è un mistero; di Abdermane
e del suo riscatto sociale...Una polifonia di personaggi che, grazie ad
una regia equilibrata ed obiettiva, si muovono in uno spazio irreale ma
tremendamente attuale.
I sentimenti e le emozioni affiorano con naturalezza, ogni caratterizzazione
è sapientemente calibrata. Nulla appare superfluo né ripetitivo.
L'attenzione dello spettatore si fonde con il cineocchio imperturbabile
del mezzo. E dall'unione nasce la consapevolezza che il silenzio non è
altro che un urlo disperato, un grido contro la solitudine, la vita, la
morte e l'amore violato. Il sovrapporsi delle storie segue allora un unico
filo conduttore, il cui temine si trova nel prendere coscienza che "la
città non è tranquilla". E, come lo stesso Guediguian
ha detto, "il film è una predica attraverso l'osservazione
della realtà che ci spinga verso un possibile sogno d'evasione".
Una fuga che si muove dal reale, da un quotidiano a volte ingiusto, a
volte incomprensibile.
Ma tutto alla fine si perde nello spazio circostante, "come la dolce
melodia suonata da un bambino che grazie alla musica guarda speranzoso
al futuro".
Stefania Mignoli
Guediguian si riconferma nella piacevolezza di calcare uno spazio noto,
abitato da personaggi famigliari, percorso da tensioni profonde, stratificato
su uno sguardo che nel corso degli anni ha dedicato il suo Cinema all'esplorazione
dei particolari, delle angolature del mondo, delle increspature che si
disegnano, quotidiane, sui volti della gente.
Se "A la place du coeur" [presentato al Festival di Torino '98
insieme ad una retrospettiva su Guediguian] ci accoglieva in quel mondo
con la voglia di confrontarci con i sentimenti elementari che nutrono
l'uomo di speranza e gli fanno sfiorare la felicità che si nasconde
dietro l'irruenza di una Marsiglia povera ma sincera, "La ville est
tranquille" si misura piuttosto negli spazi inquieti di una città
dove la solitudine e l'incomunicabilità si legano ai sogni della
piccola gente come un cappio intorno al collo di un imputato, che inesorabile
lo cattura fino a stringergli il respiro.
Guediguian si fa più duro e la sua Marsiglia sempre pronta a mettersi
a nudo vibra ancora più di quell'istinto di vita e di morte che
si annida intorno all'umanità; stridente, violento, ma sempre delicato,
è come se Guediguian avesse scelto di rispondere alle critiche
rivolte spesso al suo cinema, che sarebbe per alcuni troppo melassato,
troppo riconciliante, rassicurante nei suoi esiti, falsato....
Lo fa spostando il suo punto di vista, svincolandosi dal suo quartiere
generale, l'Estaque, il quartiere operario di Marsiglia, coinvolgendo
la sua consueta compagnia di attori (sono gli stessi che possiamo ammirare
lungo tutta la sua filmografia, da cui è tratto il flashback finale),
ma dislocando i singoli personaggi anche in spazi inusuali per il suo
cinema, innalzandoli fino alle terrazze in cima agli attici o costringendoli
nelle piaghe della piccola e media borghesia marsigliese.
Allineando l'umanità tutta ad un grado zero di sofferenza per il
quale fughe, opposizioni, lotte, spiegazioni, critiche, recensioni non
possono nulla.
di Giovanni Colucci
e-mail: gio.colucci@caltanet.it
In un quartiere popolare di Marsiglia s'intrecciano le vite di Michèle
che lavora al mercato del pesce e prova a salvare sua figlia dall'eroina;
di Paul che tenta di costruirsi una vita migliore mettendosi in proprio
come tassista; dei suoi genitori che sono stanchi di andare a votare;
di Viviane che intreccia una relazione con un ex carcerato; di Gèrard
che nasconde la sua vera professione e i rimpianti che lo lacerano; di
Sarkis, un bambino ucraino che sogna un pianoforte a coda...
Robert Guediguian conferma con La ville est tranquille gli ingredienti
della sua poetica popolare (nella migliore tradizione del cinema francese
di impegno sociale) in cui i sogni e i bisogni si intrecciano nel vissuto
quotidiano tra lo squallore delle miserie e l'utopia di un mondo migliore.
Costruendo con molta sapienza drammaturgica un ritratto corale di indubbio
fascino (modulato sul modello altmaniano di Nashville e America oggi e
naturalmente sul più recente Magnolia di Paul Thomas Anderson)
Guediguian dà vita a un microcosmo esemplare nel quale i personaggi
sono sia incarnazioni di sentimenti (rabbia, frustrazione, amore, gelosia,
vitalità, passione) sia specchio fedele di un ampio spettro sociale.
Non che il film sia perfetto. Tutt'altro. Si ha sempre la sensazione che
il regista l'abbia sporcato o imbarbarito deliberatamente. E che non abbia
voluto fare leva più che tanto sul coinvolgimento sentimentale
dello spettatore quasi a costruire una sorta di barriera a difesa di un
necessario pudore nei sentimenti. Ma come diceva Truffaut a proposito
di Germania anno zero di Roberto Rossellini "il film va visto, fosse
anche sbuffando un po' durante la prima parte, fino alla fine". E
infatti sono proprio gli ultimi venti minuti de La ville est tranquille
che rendono giustizia alle mancanze della prima parte con un esplosione
evocativa e straziante che si mantiene intelligentemente lontano tanto
dalla facilità del consolatorio quanto dalla tristezza del nichilismo.
Guediguian, che conferma anche qui tutti i suoi interpreti prediletti
(Ariane Ascaride, Jacques Boudet, Pierre Banderet, Jean-Pierre Darroussin),
bravissimi nel rendere la quotidiana vitalità dei loro personaggi
e la variegata tonalità della loro umanità, rende con La
ville est tranquille un servigio alla poesia delle piccole cose e al bel
cinema.
Vivamente consigliato a chi pensa che la vita sia bella, suo malgrado.
La Stampa (28/1/2001)
Lietta Tornabuoni
Robert Guédiguian, quasi cinquantenne, figlio di un armeno e di
una tedesca, l'autore francese di "Marius e Juliette", il regista
che ama e racconta la sua città, Marsiglia, e la sua classe popolare,
dà un significato più sarcastico che ironico al titolo del
suo film, "La ville est tranquille". Percorsa nei suoi diversi
quartieri, dal quasi-paese tra colline e mare alla zona dei grandi casamenti
e al porto, Marsiglia non è affatto tranquilla: in una nera geografia
urbana, un'inquietudine dolorosa o degradata agita i suoi abitanti. Michèle
è una pescivendola, moglie d'un ubriacone disoccupato, madre di
una eroinomane che si prostituisce, nonna di un bambino senza padre: l'interprete
è Ariane Ascaride, bravissima attrice, moglie del regista. Paul
è un autista di taxi, ex lavoratore del porto che ha tradito i
suoi compagni accettando per primo durante lo sciopero duro un premio
di licenziamento con cui s'è comprato la macchina. E poi un delinquente
dell'immigrazione, un padrone di bar amico della malavita, una coppia
borghese (lui urbanista, lei assistente sociale) tanto cinica quanto insulsa.
Le storie di ciascuno s'intrecciano, a volte con abilità, altre
volte in modo meccanico: e si legano a un recente episodio della cronaca
vera (l'assassinio d'un ragazzo di colore da parte d'un gruppo d'estrema
destra impegnato nella notte ad attaccare manifesti) e a vari brani di
notiziari locali. Il film corale ha un'ottica generale, un punto di riferimento,
la forza paralizzante della nostalgia: illustrata anche da citazioni di
"Dernière été", un film di Guédiguian
del 1980 dove appaiono gli stessi attori del film attuale; espressa pure
dalla storia del passato operaio, sindacale e politico della famiglia
del tassista che adesso per divertire i clienti canta in varie lingue
"L'Internazionale" (brutto destino, per un inno rivoluzionario).
Nel vuoto spalancato dalla scomparsa delle vecchie forme della politica,
s'accumulano tossicomania, delinquenza, confusione. Dice uno: "Preferisco
un povero che vota per l'estrema destra a un piccoloborghrse che disprezza
i poveri".
Film TV (30/1/2001)
Fabrizio Liberti
Un'infinita panoramica, che lentamente scopre un porto e "stringe"
su palazzine color senape con il sottofondo del piano di Eric Satie, è
l'ouverture di "la ville est tranquille" e il manifesto programmatico
di quanto si vedrà nel film. Robert Guédiguian insiste con
il suo cinema tessuto nella portuale e decadente Marsiglia, e in particolare
nel quartiere feticcio di Estaque. Personaggi che s'incontrano o si sfiorano,
mettono in scena una storia ormai familiare, e il cast dei film di Guédiguian
assomiglia a una di quelle compagnie teatrali che da anni mettono in scena
il solito repertorio, scambiandosi solo i ruoli. La passione politica
del regista, la delusione sul fallimento della sinistra, la deriva di
personaggi alle prese col male di vivere, una solidarietà umana
che si affievolisce, lasciano l'amaro in bocca. I personaggi sono belli,
spesso intensi e dolorosi, ma chi ha ama Guédiguian ha il sospetto
che si tratti di una lenta panoramica dèjà vu.
la Repubblica (28/1/2001)
Roberto Nepoti
Chi ricorda i due film di Robert Guédiguian usciti in Italia, "Marius
e Jeannette" e "Al posto del cuore", penserà che
anche il regista marsigliese stia perdendo la speranza nel vedere La ville
est tranquille. Se Guédiguian lo ambienta, come sempre, a Marsiglia
utilizzando ancora una volta i suoi bravissimi attori feticcio, questa
volta l'amarezza e il pessimismo emergono fin dal titolo, usato al contrario:
la città è tranquilla, ma solo perché è sorda,
priva di sentimenti e perché le tragedie che vi si svolgono cadono
nell'indifferenza generale. I personaggi variamente infelici, dei quali
il film ci racconta le storie parallele e intrecciate, sono Michèle
(Ariane Ascaride), che lavora al mercato del pesce, vive col marito disoccupato
e la figlia drogata, prostituendosi per procurare le "dosi"
alla ragazza; il tassista Paul (JeanPierre Darroussin), che ha tradito
gli amici scioperanti del porto; l'ambiguo barista Gérard (Gérard
Meylan), killer in preda a crisi depressiva; Abdermane, giovane africano
appena uscito, trasformato, dal carcere; una coppia in crisi. Assieme
a Ken Loach, Guédiguian è probabilmente l'ultimo cantore
degli umiliati e offesi delle nostre società opulente, cui finora
amava prestare un ottimismo della volontà, un ostinato rifiuto
a compiangersi che evocavano il vecchio Marcel Pagnol e il cinema del
Fronte Popolare. Anche nelle situazioni più miserande, il suo umanesimo
arrivava a portare un po' di tenerezza e di conforto ai personaggi. Con
La ville est tranquille, invece, tutto si tinge di un nero pessimismo
e ogni situazione è spinta alle estreme conseguenze: tra la penuria
materiale, la crisi delle utopie, l'onda montante di una destra cinica,
razzista eindifferente arrivata ormai a infettare anche l'antico proletariato.
La delusione pervade ogni cosa, la mancanza d'amore appare una condizione
normalizzata (eppure, prima di cedere allo sconforto, Michelle è
capace di sacrifici degni di una santa laica), la solitudine si dà
come unica certezza. Chi pensa che la propria vita sia un disastro rischia
di sentirsi, a paragone degli sventurati eroi di Guédiguian, un
favorito della sorte. Malgrado tutto ciò il film, duro e bello,
riesce a rifiutare ogni illusione consolatoria senza invitare mai alla
disperazione. E se alcune sequenze sono per palati forti, appare francamente
eccessivo il divieto ai minori di diciotto anni per un'opera di cui tutto
si potrà dire, meno che accusarla d'immoralità.
il Manifesto (26/1/2001)
Silvana Silvestri
Da oggi al cinema La Ville est tranquille di Robert Guédiguian
(distribuisce l'Istituto Luce) dà il suo contributo alla campagna
elettorale con un panorama dello stato delle cose in cui Marsiglia rappresenta
l'Europa ricca ma disoccupata, di grandi tradizioni storiche ma senza
memoria, tragica in cronaca e ancora di più in politica. Il film,
sofisticato meccanismo, si apre con la panoramica del porto di Marsiglia,
accompagnata al piano come in un rullo del muto che ricordiamo identico
ma con meno cemento e finisce con un pianoforte a coda trasportato proprio
come quando Laurel e Hardy agivano politicamente in tempi di depressione
a sbeffeggiare il capitalismo. Che il lavoro di Guédiguian sia
politico non vi sono dubbi, questo spiega il divieto ai minori di 18 anni
(o quella madre che prepara l'overdose per la figlia? ma non è
una sorpresa madri che uccidono i figli drogati). Difficilmente la camera
di Guédiguian si è spostata dall'Estaque, il quartiere di
Marsiglia dei suoi film. Man mano che la si inquadra più da vicino
la città appare sempre più minacciosa e senza speranza.
Il gruppo non è più la corte solidale, si intrecciano le
classi, veri proletari e autentici borghesi da strapazzo, giovani senza
domani, politicanti e gangster (i secondi più coerenti dei primi).
Della forte città proletaria, delle lotte che si potevamo vedere
nel film di Paul Carpita del '53 Rendez-vous des quais non resta nulla
se non il motivetto dell'internazionale cantato in tutte le lingue, la
chiusura delle fabbriche ha creato i nuovi crumiri, i disoccupati, la
destra militante (...)
Il Giorno (27/1/2001)
Silvio Danese
Da Marsiglia al cuore del mondo, un resoconto d'impressionante contemplazione
dell'infelice società che abbiamo generato e mantenuto. Una vicenda
corale di persone sole (e grandi attori): una pescivendola (Ariane Ascaride)
deve aiutare la figlia eroinomane e sopportare il marito disoccupato e
xenofobo, coinvolto nell'omicidio di un ragazzo che, dopo la galera, scopre
i limiti della ribellione meticcia e l'amore per un'insegnante di musica,
ricca borghese in rivolta col marito architetto insopportabile intellettuale
deluso della sinistra realista, dal cui terrazzo tutto sembra pulito e
ordinato, una "ville tranquille" (città tranquilla).
Un taxista e un killer si sfiorano nella solitudine. La prima e l'ultima
immagine riguardano il piccolo Sarkis, enfant prodige poverissimo che
sogna un pianoforte a coda. Il cinema dell'occhio molteplice di Altman
e il cinema della realtà di Pasolini. La poesia è di Robert
Guédiguian ("Marius e Jeanette"). Nella cinepresa questo
cineasta francese ha maturato una segreta, poderosa unità di occhio-cervello-cuore.
Dal particolare all'universale. Cinema grande. Da non perdere.
Intervista a Robert Guédiguian,
il regista di La ville est tranquille
a cura di Robert Bernocchi
L'accusano spesso di essere populista. A noi il suo cinema ricorda i film
di Renoir, desiderosi di comunicare emozioni. Cosa pensa di queste accuse?
Sono assolutamente infondate. Io ho sempre voluto fare dei film popolari,
anche se il mio cinema non è mai stato facile da recepire. Sono
stato aiutato da mio padre, che era un operaio, non un cinefilo. Se devo
controbattere la definizione che mi è stata assegnata, direi che
quelli che mi chiamano populista sono di solito dei piccoloborghesi. Non
sono populista, perché il populista è qualcuno che cerca
di raccogliere il consenso della gente mentendo, e non è quello
che faccio io.
La ville est tranquille è un film
corale. C'è una certa tendenza nel cinema attuale a fare film del
genere, basti pensare a Magnolia. Il suo progetto è recente o è
una vecchia idea che ha sviluppato ultimamente?
No, non è recente. È almeno di dieci anni fa. Tanti film
hanno questa struttura, ma penso che sia frutto del caso. Forse molti
hanno difficoltà a raccontare delle storie concentrandosi su pochi
personaggi. È anche un ritorno del popolo come soggetto cinematografico.
Quando si parla del popolo non c'è bisogno di trovare una figura
carismatica isolata. D'altronde, è anche un modo per allargare
il discorso a vari temi.
I ruoli femminili sono molto importanti nei suoi film. Si può dire
che lei considera le donne più importanti degli uomini?
Sì. Le donne sono più interessate al reale, più concrete,
non abbassano mai la guardia. Gli uomini invece dormono e non hanno grandi
idee. Le donne si battono ogni giorno anche in piccole lotte quotidiane.
È per questo che il personaggio migliore del mio film è
proprio l'insegnante di musica.
Lei ha dichiarato che l'altro film che
ha girato lo scorso anno, L'attaque, è molto più ottimista
di questo. Sono due opere antitetiche quindi?
Anche quando faccio un film noir, ho uno sguardo personale. Ho problemi
a narrare storie di personaggi che non amo. I miei protagonisti magari
non sono perfetti, ma comunque cerco di non descriverli mai come dei cattivi
stereotipati. Non voglio dare giudizi, ma cercare di capire. La ville
est tranquille è un film pessimista. L'attaque è già
uscito in Francia, ma probabilmente uscirà in Italia dopo La ville
est tranquille.
Cosa pensa del razzismo nell'Europa unita?
Il razzismo è l'ultimo discorso che rimane alla destra. Tutti sono
ormai liberali e tra loro ci sono solo delle leggere differenze. La sola
cosa di cui parla la destra è la sicurezza. L'aspetto positivo
è che secondo me il razzismo è legato alla disoccupazione
e quindi probabilmente diminuirà con l'aumento dei posti di lavoro
che sta avvenendo.
Dove va la sinistra? Anche nel suo film
si avverte un senso di smarrimento nelle persone che si definiscono tali.
Penso che la sinistra sparirà, come d'altronde farà la destra.
Quello che definiva la destra e la sinistra erano due concezioni antitetiche
del mondo. Da una parte il comunismo, dall'altra il capitalismo. I sentimenti
di generosità e comunanza che sono caratteristici della sinistra
rimarranno come valori personali e non politici.
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