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di Robert Guediguian (Francia, 2000, 154')
Con: Ariane Ascaride, Robert Guediguian, Gerard Meylan


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Un racconto corale, un mosaico fatto di frammenti di duro realismo metropolitano: in una Marsiglia multirazziale la povertà e la disoccupazione alimentano i venti di destra lepeniani e storie di quotidiana disperazione si incrociano. "La città non è tranquilla" affatto!


TRAMA
Il film narra la storia di Michèle, venditrice di pesce che vive solo per salvare sua figlia dalla droga… di Paul che tradisce i suoi amici scaricatori in sciopero per diventare tassista… di Viviane, musicista che non sopporta più la sinistra realista rappresentata da suo marito… di Abderamane, trasformato dalla prigione, che cerca di aiutare i suoi fratelli… di Claude che è l'ultimo ad essere ascoltato dagli attivisti di estrema destra… di Gèrard che fa mistero del rapporto con la propria morte e con quella degli altri… dei genitori di Paul, in pensione, che non voteranno più… di Ameline, il cui corpo fa mostra del benessere che lei vorrebbe infondere alla gente ricordandogli le proprie origini pre-monoteiste… di Sarkis, che lotta per il pianoforte a coda che sogna...
Sono tutte storie singolari e accavallate, che si svolgono nello stesso periodo e spazio, ossia a Marsiglia nel 2000 e che, a petto della sempre maggiore mediocrità e confusione, dimostrano che "la città non è tranquilla".


Sara Borsani

Non un'unica storia, ma mille frammenti di vita quotidiana, in una città, Marsiglia, illuminata dal sole e dalle infinite varietà del blu del mare…gli scorci suggestivi delle vie antistanti al porto rappresentano un violento contrasto con la periferia degradata ripresa come sfondo, come paesaggio immobile in cui si rappresenta la tragica commedia della vita.
Il mercato del pesce, buio e soffocante nelle luci di un mattino perennemente uguale a mille altri, il freddo che ti prende le mani e il cuore mentre tra la noia e la fatica ti accingi a maneggiare l'ennesimo carico di morte e solitudine: questa è l'inquadratura iniziale, questa è la realtà di Michèle, questo è il senso profondo di una città che non ti concede tranquillità, ma che ti lascia affogare lentamente nella tua disperazione.
Sono squarci fugaci, scene rubate di una città invisibile, che risplende nella luce accecante del tramonto, e poi si richiude sui commedianti di una compagnia dei miserabili: Michèle, una donna privata dei suoi affetti, che si aggrappa alla vita e al sogno di una favola dell'infanzia che rivive nella nipote, Ameline, una bimba di pochi mesi, unica nota positiva, forse perché ancora ignara…una donna che lotta per la salvare la figlia dall'incubo della droga, che si dibatte nella rete di un matrimonio fallito; Viviane, una musicista che trova pace e sernità lavorando con i disabili e si innamora di Abderamane, un immigrato che, uscito di prigione, cerca di cambiare le idee fondamentaliste dei suoi compagni di strada e viene ucciso da un gruppo di disoccupati di estrema-destra; Paul, un uomo debole che cerca un riscatto nel suo lavoro di tassista, che non riesce a vivere l'amore in modo maturo e si accontenta di sognare frequentando le prostitute…Gerard, un uomo misterioso, che di fronte alla scoperta improvvisa e violenta dell'impossibilità di vivere si toglie la vita…
Un film riflessivo e nello stesso tempo molto emotivo, molto forte, uno studio antropologico e psicologico della natura umana, che non ricerca mediazioni, e si svela lentamente nella sua crudezza, in un pessimismo che non lascia trapelare vie di fuga…
Il regista di Marius e Jeannette con questo film non lascia spazio ai sentimentalismi, ma realizza un'opera difficile da dimenticare, soprattutto per il forte apporto emotivo, per le immagini che seguono un tempo e uno spazio propri, per la difficoltà di accettare una realtà che non vorremmo nostra.


Andrea Carugati
31 agosto 1999


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Un racconto corale, un mosaico fatto di frammenti di duro realismo metropolitano: è La ville est tranquille del francese Robert Guédiguan, già autore di Marius et Jeannette.
In una
Marsiglia sempre più multirazziale, dove la povertà e la disoccupazione alimentano i venti di destra lepeniani, si incrociano varie storie di normale disperazione: quella di Michéle (la brava Ariane Ascaride), operaia al mercato del pesce alla prese con una figlia ragazza madre e tossicodipendente e un marito assente e alcolizzato, quella di Paul, ex operaio che tenta il salto improvvisandosi tassinaro, e quella di Gérard, killer, barista e spacciatore. Non mancano una coppia borghese in piena crisi (lui architetto disilluso, in crisi creativa e impregnato di nichilismo, lei super impegnata nel volontariato), un ragazzo di colore ex galeotto ma pieno di buone intenzioni e una giovane antiabortista, incline al sesso facile.
Il film, che dura oltre due ore e mezzo protraendo oltre misura la sofferenza dei personaggi, ricorda in alcuni momenti l'impegno civile di Ken Loach, soprattutto nella scrupolosa attenzione ai dettagli della vita quotidiana delle periferie. Non è un caso che lo stesso Guédiguan abbia dichiarato che il film potrebbe svolgersi in qualunque altra metropoli occidentale.
Altro punto di forza è lo stile sobrio, che evita i facili appelli al piagnisteo che un soggetto del genere potrebbe suscitare. Lodevole anche il tentativo di parlare della politica di oggi (e non, ad esempio degli anni 70 sempre di moda, soprattutto a casa nostra) e di infilare la cinepresa nelle numerose contraddizioni di oggi, nel vuoto di una sinistra in letargo che ha lasciato le ex masse in balia dell'astensione e delle sirene di estrema destra (a questo proposito va segnalata la scena del tassista che canta l'internazionale in varie lingue).
Tuttavia La ville est tranquille, accolto in sala da un lungo e caloroso applauso che ha suscitato la commozione della protagonista, presenta delle vistose debolezze, tra cui l'eccessiva durata che sfilaccia la narrazione e soprattutto lo schematismo dei personaggi: la Madre Coraggio, il buon emigrante, la signora borghese altruista ma infelice.
E poi il finale, che lascia aperto un filo di speranzoso buonismo, suona falso in tanta disperazione: quando si fa un film così sarebbe giusto arrivare alla fine senza ripensamenti.


La ville est tranquille
di Marco Vanelli


Il regista, Robert Guediguian (Marius e Jeannette), ha dichiarato di aver realizzato questo film come parte di un dittico dedicato ai due possibili modi di affrontare la realtà: lo studio e l'utopia, la constatazione sconsolata e l'esempio edificante, il pessimismo e l'ottimismo. Non conosciamo l'altro film, A l'attaque, ma possiamo dire che l'analisi che attua in La ville est tranquille (distribuito in Italia da Luce) risulta effettivamente impietosa e disincantata, forse anche confusa, ma in ogni caso non oziosa.
Il film si apre con una panoramica circolare sulla città di Marsiglia, teatro della serie di microstorie parallele, destinate a incrociarsi ed accavallarsi, e si chiude con un dolly che sale in una viuzza di un quartiere popolare, abitato da extracomunitari, fino a riprendere alcuni ragazzini. Ciò che tiene uniti inizio e fine è la presenza dello stesso ragazzino arabo, impegnato a suonare al piano brani classici, ascoltato con partecipazione dai più disparati cittadini, uniti dal mistero della bellezza delle note a dispetto delle divergenze politiche o delle diverse classi sociali di appartenenza. La musica, dunque, come elemento livellatore in altro di un'umanità sempre più violenta e disperata; la musica - e potremmo estendere il concetto alla letteratura (come nel rap del ragazzo di colore colpito dalla morte dell'amico), all'arte - che prende il posto dell'ideologia, o dell'istanza libertaria che aveva unito, trasversalmente al tempo della resistenza, uomini diversi. Ma di ideali, ormai, non se ne parla più, o meglio: se ne parla senza attuarli. L'Internazionale la si è imparata a mente, in tutte le lingue, ma resta il fatto che chi è disoccupato non si fa scrupoli ad abbandonare la lotta sindacale per ottenere un posto, a votare a destra per sentirsi più tutelato o a non votare per nulla, per il disorientamento. Il lavoro, quello duro, delle mani, dei turni di notte, dei sacrifici - non quello intellettuale o il terziario avanzato che si profila all'orizzonte del prossimo millennio - è il grande protagonista della pellicola, girata con una pregnanza di immagini reali, sentite, come accade da qualche tempo di assistere in certo bel cinema francese (La promesse, Rosetta, Risorse umane, Ricomincia da oggi), quell'autenticità che era propria del nostro neorealismo e che sembra ormai scomparsa dai nostri schermi.
Tra una sonata e l'altra di pianoforte, si snoda un film caleidoscopico che può ricordare tanto La polveriera, per l'accanimento con cui si dimostra il passaggio di consegne del degrado umano, o Magnolia, per l'ambizione a dipingere un affresco esemplare della società di oggi, una società - meglio dire umanità - bambina, bloccata in un principio di piacere tutto infantile, incapace di affrontare la realtà, ma forse anche di riconoscerla e accettarla. Significativo è l'accostamento tra la preparazione del biberon e della dose di eroina, tra il pianto del neonato calmato dalla poppata e quello della ragazza tossicodipendente acquietata da un altro tipo di biberon. Ma è significativo, almeno per noi, che il personaggio che ha lo sguardo più cinico e distaccato, un nichilista ancorato ai sogni infranti dell'adolescenza, la cui unica risposta al mondo è la contemplazione del corpo femminile (ma quale distanza tra lui e la ragazza new age dalla testa piena di spiritualismo pre monoteista), la repressione di chi tradisce (il politico di sinistra) o la propria eliminazione. Se costui potrebbe sembrare il portavoce dell'autore, restano quell'inizio e quella fine a rimettere tutto in dubbio: forse non necessariamente a chi nasce è funesto il dì natale, forse l'uomo non è solo un animale incapace di stare al mondo senza fare e farsi del male.
Film del forse, ideologicamente confuso (si sarebbe detto un tempo), o comunque provocatorio, con troppi stimoli e la retorica a far capolino. Ma comunque un cinema non giocattolo, che considera gli spettatori esseri pensanti e non pubblico pagante. Ottimo il cast.

La ville est tranquille
di Sara Fronda



La città è tranquilla, il silenzio la protegge. Protezione dalla paura, dal terrore, dal disarmante caos che la circonda.
La ville est tranquille del francese Robert Guediguian, presentato al Festival di Venezia nella sezione "Cinema del Presente", è la storia di Michele, una pescivendola disposta a tutto pur di salvare la figlia dalla droga, di Gerard, il cui atteggiamento verso la morte (sia la propria che quella degli altri) è un mistero; di Abdermane e del suo riscatto sociale...Una polifonia di personaggi che, grazie ad una regia equilibrata ed obiettiva, si muovono in uno spazio irreale ma tremendamente attuale.
I sentimenti e le emozioni affiorano con naturalezza, ogni caratterizzazione è sapientemente calibrata. Nulla appare superfluo né ripetitivo. L'attenzione dello spettatore si fonde con il cineocchio imperturbabile del mezzo. E dall'unione nasce la consapevolezza che il silenzio non è altro che un urlo disperato, un grido contro la solitudine, la vita, la morte e l'amore violato. Il sovrapporsi delle storie segue allora un unico filo conduttore, il cui temine si trova nel prendere coscienza che "la città non è tranquilla". E, come lo stesso Guediguian ha detto, "il film è una predica attraverso l'osservazione della realtà che ci spinga verso un possibile sogno d'evasione". Una fuga che si muove dal reale, da un quotidiano a volte ingiusto, a volte incomprensibile.
Ma tutto alla fine si perde nello spazio circostante, "come la dolce melodia suonata da un bambino che grazie alla musica guarda speranzoso al futuro".

Stefania Mignoli

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Guediguian si riconferma nella piacevolezza di calcare uno spazio noto, abitato da personaggi famigliari, percorso da tensioni profonde, stratificato su uno sguardo che nel corso degli anni ha dedicato il suo Cinema all'esplorazione dei particolari, delle angolature del mondo, delle increspature che si disegnano, quotidiane, sui volti della gente.
Se "A la place du coeur" [presentato al Festival di Torino '98 insieme ad una retrospettiva su Guediguian] ci accoglieva in quel mondo con la voglia di confrontarci con i sentimenti elementari che nutrono l'uomo di speranza e gli fanno sfiorare la felicità che si nasconde dietro l'irruenza di una Marsiglia povera ma sincera, "La ville est tranquille" si misura piuttosto negli spazi inquieti di una città dove la solitudine e l'incomunicabilità si legano ai sogni della piccola gente come un cappio intorno al collo di un imputato, che inesorabile lo cattura fino a stringergli il respiro.
Guediguian si fa più duro e la sua Marsiglia sempre pronta a mettersi a nudo vibra ancora più di quell'istinto di vita e di morte che si annida intorno all'umanità; stridente, violento, ma sempre delicato, è come se Guediguian avesse scelto di rispondere alle critiche rivolte spesso al suo cinema, che sarebbe per alcuni troppo melassato, troppo riconciliante, rassicurante nei suoi esiti, falsato....
Lo fa spostando il suo punto di vista, svincolandosi dal suo quartiere generale, l'Estaque, il quartiere operario di Marsiglia, coinvolgendo la sua consueta compagnia di attori (sono gli stessi che possiamo ammirare lungo tutta la sua filmografia, da cui è tratto il flashback finale), ma dislocando i singoli personaggi anche in spazi inusuali per il suo cinema, innalzandoli fino alle terrazze in cima agli attici o costringendoli nelle piaghe della piccola e media borghesia marsigliese.
Allineando l'umanità tutta ad un grado zero di sofferenza per il quale fughe, opposizioni, lotte, spiegazioni, critiche, recensioni non possono nulla.

di Giovanni Colucci
e-mail: gio.colucci@caltanet.it



In un quartiere popolare di Marsiglia s'intrecciano le vite di Michèle che lavora al mercato del pesce e prova a salvare sua figlia dall'eroina; di Paul che tenta di costruirsi una vita migliore mettendosi in proprio come tassista; dei suoi genitori che sono stanchi di andare a votare; di Viviane che intreccia una relazione con un ex carcerato; di Gèrard che nasconde la sua vera professione e i rimpianti che lo lacerano; di Sarkis, un bambino ucraino che sogna un pianoforte a coda...


Robert Guediguian conferma con La ville est tranquille gli ingredienti della sua poetica popolare (nella migliore tradizione del cinema francese di impegno sociale) in cui i sogni e i bisogni si intrecciano nel vissuto quotidiano tra lo squallore delle miserie e l'utopia di un mondo migliore. Costruendo con molta sapienza drammaturgica un ritratto corale di indubbio fascino (modulato sul modello altmaniano di Nashville e America oggi e naturalmente sul più recente Magnolia di Paul Thomas Anderson) Guediguian dà vita a un microcosmo esemplare nel quale i personaggi sono sia incarnazioni di sentimenti (rabbia, frustrazione, amore, gelosia, vitalità, passione) sia specchio fedele di un ampio spettro sociale. Non che il film sia perfetto. Tutt'altro. Si ha sempre la sensazione che il regista l'abbia sporcato o imbarbarito deliberatamente. E che non abbia voluto fare leva più che tanto sul coinvolgimento sentimentale dello spettatore quasi a costruire una sorta di barriera a difesa di un necessario pudore nei sentimenti. Ma come diceva Truffaut a proposito di Germania anno zero di Roberto Rossellini "il film va visto, fosse anche sbuffando un po' durante la prima parte, fino alla fine". E infatti sono proprio gli ultimi venti minuti de La ville est tranquille che rendono giustizia alle mancanze della prima parte con un esplosione evocativa e straziante che si mantiene intelligentemente lontano tanto dalla facilità del consolatorio quanto dalla tristezza del nichilismo. Guediguian, che conferma anche qui tutti i suoi interpreti prediletti (Ariane Ascaride, Jacques Boudet, Pierre Banderet, Jean-Pierre Darroussin), bravissimi nel rendere la quotidiana vitalità dei loro personaggi e la variegata tonalità della loro umanità, rende con La ville est tranquille un servigio alla poesia delle piccole cose e al bel cinema.
Vivamente consigliato a chi pensa che la vita sia bella, suo malgrado.


La Stampa (28/1/2001)
Lietta Tornabuoni


Robert Guédiguian, quasi cinquantenne, figlio di un armeno e di una tedesca, l'autore francese di "Marius e Juliette", il regista che ama e racconta la sua città, Marsiglia, e la sua classe popolare, dà un significato più sarcastico che ironico al titolo del suo film, "La ville est tranquille". Percorsa nei suoi diversi quartieri, dal quasi-paese tra colline e mare alla zona dei grandi casamenti e al porto, Marsiglia non è affatto tranquilla: in una nera geografia urbana, un'inquietudine dolorosa o degradata agita i suoi abitanti. Michèle è una pescivendola, moglie d'un ubriacone disoccupato, madre di una eroinomane che si prostituisce, nonna di un bambino senza padre: l'interprete è Ariane Ascaride, bravissima attrice, moglie del regista. Paul è un autista di taxi, ex lavoratore del porto che ha tradito i suoi compagni accettando per primo durante lo sciopero duro un premio di licenziamento con cui s'è comprato la macchina. E poi un delinquente dell'immigrazione, un padrone di bar amico della malavita, una coppia borghese (lui urbanista, lei assistente sociale) tanto cinica quanto insulsa. Le storie di ciascuno s'intrecciano, a volte con abilità, altre volte in modo meccanico: e si legano a un recente episodio della cronaca vera (l'assassinio d'un ragazzo di colore da parte d'un gruppo d'estrema destra impegnato nella notte ad attaccare manifesti) e a vari brani di notiziari locali. Il film corale ha un'ottica generale, un punto di riferimento, la forza paralizzante della nostalgia: illustrata anche da citazioni di "Dernière été", un film di Guédiguian del 1980 dove appaiono gli stessi attori del film attuale; espressa pure dalla storia del passato operaio, sindacale e politico della famiglia del tassista che adesso per divertire i clienti canta in varie lingue "L'Internazionale" (brutto destino, per un inno rivoluzionario). Nel vuoto spalancato dalla scomparsa delle vecchie forme della politica, s'accumulano tossicomania, delinquenza, confusione. Dice uno: "Preferisco un povero che vota per l'estrema destra a un piccoloborghrse che disprezza i poveri".


Film TV (30/1/2001)
Fabrizio Liberti



Un'infinita panoramica, che lentamente scopre un porto e "stringe" su palazzine color senape con il sottofondo del piano di Eric Satie, è l'ouverture di "la ville est tranquille" e il manifesto programmatico di quanto si vedrà nel film. Robert Guédiguian insiste con il suo cinema tessuto nella portuale e decadente Marsiglia, e in particolare nel quartiere feticcio di Estaque. Personaggi che s'incontrano o si sfiorano, mettono in scena una storia ormai familiare, e il cast dei film di Guédiguian assomiglia a una di quelle compagnie teatrali che da anni mettono in scena il solito repertorio, scambiandosi solo i ruoli. La passione politica del regista, la delusione sul fallimento della sinistra, la deriva di personaggi alle prese col male di vivere, una solidarietà umana che si affievolisce, lasciano l'amaro in bocca. I personaggi sono belli, spesso intensi e dolorosi, ma chi ha ama Guédiguian ha il sospetto che si tratti di una lenta panoramica dèjà vu.


la Repubblica (28/1/2001)
Roberto Nepoti


Chi ricorda i due film di Robert Guédiguian usciti in Italia, "Marius e Jeannette" e "Al posto del cuore", penserà che anche il regista marsigliese stia perdendo la speranza nel vedere La ville est tranquille. Se Guédiguian lo ambienta, come sempre, a Marsiglia utilizzando ancora una volta i suoi bravissimi attori feticcio, questa volta l'amarezza e il pessimismo emergono fin dal titolo, usato al contrario: la città è tranquilla, ma solo perché è sorda, priva di sentimenti e perché le tragedie che vi si svolgono cadono nell'indifferenza generale. I personaggi variamente infelici, dei quali il film ci racconta le storie parallele e intrecciate, sono Michèle (Ariane Ascaride), che lavora al mercato del pesce, vive col marito disoccupato e la figlia drogata, prostituendosi per procurare le "dosi" alla ragazza; il tassista Paul (JeanPierre Darroussin), che ha tradito gli amici scioperanti del porto; l'ambiguo barista Gérard (Gérard Meylan), killer in preda a crisi depressiva; Abdermane, giovane africano appena uscito, trasformato, dal carcere; una coppia in crisi. Assieme a Ken Loach, Guédiguian è probabilmente l'ultimo cantore degli umiliati e offesi delle nostre società opulente, cui finora amava prestare un ottimismo della volontà, un ostinato rifiuto a compiangersi che evocavano il vecchio Marcel Pagnol e il cinema del Fronte Popolare. Anche nelle situazioni più miserande, il suo umanesimo arrivava a portare un po' di tenerezza e di conforto ai personaggi. Con La ville est tranquille, invece, tutto si tinge di un nero pessimismo e ogni situazione è spinta alle estreme conseguenze: tra la penuria materiale, la crisi delle utopie, l'onda montante di una destra cinica, razzista eindifferente arrivata ormai a infettare anche l'antico proletariato. La delusione pervade ogni cosa, la mancanza d'amore appare una condizione normalizzata (eppure, prima di cedere allo sconforto, Michelle è capace di sacrifici degni di una santa laica), la solitudine si dà come unica certezza. Chi pensa che la propria vita sia un disastro rischia di sentirsi, a paragone degli sventurati eroi di Guédiguian, un favorito della sorte. Malgrado tutto ciò il film, duro e bello, riesce a rifiutare ogni illusione consolatoria senza invitare mai alla disperazione. E se alcune sequenze sono per palati forti, appare francamente eccessivo il divieto ai minori di diciotto anni per un'opera di cui tutto si potrà dire, meno che accusarla d'immoralità.


il Manifesto (26/1/2001)
Silvana Silvestri



Da oggi al cinema La Ville est tranquille di Robert Guédiguian (distribuisce l'Istituto Luce) dà il suo contributo alla campagna elettorale con un panorama dello stato delle cose in cui Marsiglia rappresenta l'Europa ricca ma disoccupata, di grandi tradizioni storiche ma senza memoria, tragica in cronaca e ancora di più in politica. Il film, sofisticato meccanismo, si apre con la panoramica del porto di Marsiglia, accompagnata al piano come in un rullo del muto che ricordiamo identico ma con meno cemento e finisce con un pianoforte a coda trasportato proprio come quando Laurel e Hardy agivano politicamente in tempi di depressione a sbeffeggiare il capitalismo. Che il lavoro di Guédiguian sia politico non vi sono dubbi, questo spiega il divieto ai minori di 18 anni (o quella madre che prepara l'overdose per la figlia? ma non è una sorpresa madri che uccidono i figli drogati). Difficilmente la camera di Guédiguian si è spostata dall'Estaque, il quartiere di Marsiglia dei suoi film. Man mano che la si inquadra più da vicino la città appare sempre più minacciosa e senza speranza. Il gruppo non è più la corte solidale, si intrecciano le classi, veri proletari e autentici borghesi da strapazzo, giovani senza domani, politicanti e gangster (i secondi più coerenti dei primi). Della forte città proletaria, delle lotte che si potevamo vedere nel film di Paul Carpita del '53 Rendez-vous des quais non resta nulla se non il motivetto dell'internazionale cantato in tutte le lingue, la chiusura delle fabbriche ha creato i nuovi crumiri, i disoccupati, la destra militante (...)


Il Giorno (27/1/2001)
Silvio Danese



Da Marsiglia al cuore del mondo, un resoconto d'impressionante contemplazione dell'infelice società che abbiamo generato e mantenuto. Una vicenda corale di persone sole (e grandi attori): una pescivendola (Ariane Ascaride) deve aiutare la figlia eroinomane e sopportare il marito disoccupato e xenofobo, coinvolto nell'omicidio di un ragazzo che, dopo la galera, scopre i limiti della ribellione meticcia e l'amore per un'insegnante di musica, ricca borghese in rivolta col marito architetto insopportabile intellettuale deluso della sinistra realista, dal cui terrazzo tutto sembra pulito e ordinato, una "ville tranquille" (città tranquilla). Un taxista e un killer si sfiorano nella solitudine. La prima e l'ultima immagine riguardano il piccolo Sarkis, enfant prodige poverissimo che sogna un pianoforte a coda. Il cinema dell'occhio molteplice di Altman e il cinema della realtà di Pasolini. La poesia è di Robert Guédiguian ("Marius e Jeanette"). Nella cinepresa questo cineasta francese ha maturato una segreta, poderosa unità di occhio-cervello-cuore. Dal particolare all'universale. Cinema grande. Da non perdere.


Intervista a Robert Guédiguian,
il regista di La ville est tranquille
a cura di Robert Bernocchi


L'accusano spesso di essere populista. A noi il suo cinema ricorda i film di Renoir, desiderosi di comunicare emozioni. Cosa pensa di queste accuse?

Sono assolutamente infondate. Io ho sempre voluto fare dei film popolari, anche se il mio cinema non è mai stato facile da recepire. Sono stato aiutato da mio padre, che era un operaio, non un cinefilo. Se devo controbattere la definizione che mi è stata assegnata, direi che quelli che mi chiamano populista sono di solito dei piccoloborghesi. Non sono populista, perché il populista è qualcuno che cerca di raccogliere il consenso della gente mentendo, e non è quello che faccio io.

La ville est tranquille è un film corale. C'è una certa tendenza nel cinema attuale a fare film del genere, basti pensare a Magnolia. Il suo progetto è recente o è una vecchia idea che ha sviluppato ultimamente?
No, non è recente. È almeno di dieci anni fa. Tanti film hanno questa struttura, ma penso che sia frutto del caso. Forse molti hanno difficoltà a raccontare delle storie concentrandosi su pochi personaggi. È anche un ritorno del popolo come soggetto cinematografico. Quando si parla del popolo non c'è bisogno di trovare una figura carismatica isolata. D'altronde, è anche un modo per allargare il discorso a vari temi.

I ruoli femminili sono molto importanti nei suoi film. Si può dire che lei considera le donne più importanti degli uomini?
Sì. Le donne sono più interessate al reale, più concrete, non abbassano mai la guardia. Gli uomini invece dormono e non hanno grandi idee. Le donne si battono ogni giorno anche in piccole lotte quotidiane. È per questo che il personaggio migliore del mio film è proprio l'insegnante di musica.

Lei ha dichiarato che l'altro film che ha girato lo scorso anno, L'attaque, è molto più ottimista di questo. Sono due opere antitetiche quindi?
Anche quando faccio un film noir, ho uno sguardo personale. Ho problemi a narrare storie di personaggi che non amo. I miei protagonisti magari non sono perfetti, ma comunque cerco di non descriverli mai come dei cattivi stereotipati. Non voglio dare giudizi, ma cercare di capire. La ville est tranquille è un film pessimista. L'attaque è già uscito in Francia, ma probabilmente uscirà in Italia dopo La ville est tranquille.

Cosa pensa del razzismo nell'Europa unita?
Il razzismo è l'ultimo discorso che rimane alla destra. Tutti sono ormai liberali e tra loro ci sono solo delle leggere differenze. La sola cosa di cui parla la destra è la sicurezza. L'aspetto positivo è che secondo me il razzismo è legato alla disoccupazione e quindi probabilmente diminuirà con l'aumento dei posti di lavoro che sta avvenendo.

Dove va la sinistra? Anche nel suo film si avverte un senso di smarrimento nelle persone che si definiscono tali.
Penso che la sinistra sparirà, come d'altronde farà la destra. Quello che definiva la destra e la sinistra erano due concezioni antitetiche del mondo. Da una parte il comunismo, dall'altra il capitalismo. I sentimenti di generosità e comunanza che sono caratteristici della sinistra rimarranno come valori personali e non politici.