di Michael
Winterbottom (GB 2003, 92')
con Samanthe Morton, Om Puri, Jeanne Balibar, Essie Davis, Tim Robbins
Devo dire che lo stupore è stato il primo sentimento
verso il film di Michael Winterbottom (Cose di questo mondo), fantascienza?
O comunque prossimo futuro, fantapolitica, società possibili
o quant'altro? Non vedevo Winterbottom nei panni di un autore adatto.
L'inizio di Code 46 mi ha clamorosamente smentito, ho avuto la sensazione
di trovarmi di fronte ad un nuovo Gattaca. Una società futuribile
molto ben costruita, pensata nei dettagli (anche i più piccoli,
quelli che fanno la differenza), una trama accattivante che toccasse
non solo storie dei protagonisti, ma che si muovesse all'interno dello
studio di una società possibile, denunciandone pregi e difetti,
e, non ultimo, un interprete come Tim Robbins, una sorta di garanzia.
Peccato che poi il film abbia disatteso praticamente tutto tranne le
indubbie qualità di Robbins.
La trama piena di buchi narrativi, le forzature incomprensibili nel
comportamento dei personaggi e la sensazione di un'enorme confusione
anche nella testa del regista. Forse una seconda visione potrebbe essere
maggiormente chiarificatrice, ma nel complesso è come se si brancolasse
costantemente nel dubbio, proprio come i personaggi.
William (Tim Robbins / S.Y.N.A.P.S.E.) è un ispettore delle assicurazioni
Sphinx, una sorta di grande fratello del futuro, che ha il compito di
scoprire un falsario nel loro stabilimento di produzione di certificati.
La società odierna non può permettersi l'onere di avere
all'interno persone che non abbiano un'adeguata copertura sulla vita
ed, allo stesso tempo, la Sphinx non può permettersi di pagare
indennizzi di ogni tipo, quindi chiunque vive all'interno della società
deve avere un certificato di assicurazione e chiunque voglia fare qualunque
cosa che esuli dalla normale routine deve avere un'adeguata autorizzazione
dalla Sphinx, altrimenti: nisba, nada, nix...
In questo contesto di "prigionieri del proprio benessere",
falsificare un certificato consente di essere liberi e Maria (Samantha
Morton / Minority Report) è una delle persone che a suo modo
lotta contro questo sistema.
Il motivo per cui William fa l'ispettore sono le sue capacità
empatiche che gli consentono di smascherare i colpevoli in pochi istanti,
esattamente quelli che impiega per innamorarsi perdutamente di Maria
e quindi coprirla ed imbastire una storia con lei.
Ma in un mondo dove tutti sono sotto controllo e dove lo slogan della
Sphinx è: "noi sappiamo tutto di tutti" non c'è
scampo per chi vuole uscire dagli schemi.
Alla fine vaghiamo per il film nella stessa desolazione che accompagna
la fuga dei protagonisti sperando che anche per noi ci sia la possibilità
di un nuovo inizio.
Valerio Salvi - Film Up
la Repubblica (5/7/2004)
Roberto Nepoti
Prolifico e dotato di notevole "facilità" (ma non sempre
in senso positivo) nell'uso della cinepresa, Michael Winterbottom pare
intenzionato ad attraversare tutti i generi del cinema. Con Codice 46
s'inoltra nella fantascienza prossima ventura; però non è
nella forma migliore, tanto che lascia parzialmente insoddisfatto lo
spettatore dopo averne stimolato l'appetito. Perché il film parte
bene, ambientato com'è in una Shanghai multietnica sotto il tallone
di ferro di norme orwelliane: solo chi gode di copertura assicurativa
ha diritto a una vita decente; lo stato controlla le nascite; coloro
che cadono in disgrazia sono esiliati a fare i dannati della Terra nelle
zone più povere e sottosviluppate del pianeta. Quel che fa ben
sperare, all'inizio, è l'ambientazione in un futuro realistico
e contemporaneo, non "truccato": alla "Alphaville"
di Godard, insomma, anziché tra i soliti effetti speciali madeinHollywood.
Ma ciò non basta, perché il film imbocca rapidamente la
direzione di una tormentata lovestory itinerante tra Tim Robbins e Samantha
Morton, perdendo d'interesse lungo la strada. William agisce per conto
della compagnia d'assicurazioni Sphinx, sotto l'effetto di un virus
empatico che gli permette di leggere la mente delle persone. A fin di
bene, Maria spaccia "papelles" (documento che ingloba copertura
assicurativa, passaporto e visto) false a persone rifiutate dalla compagnia.
William sa che Maria è colpevole e dovrebbe denunciarla.
La Stampa (5/9/2004)
Lietta Tornabuoni
IL futuro è il presente (appena dilatato, alterato) per quei
film che, come "Codice 46" di Michael Winterbottom, usano
la fantascienza come metafora di contemporaneità. In un avvenire
indefinito, Tim Robbins si muove in una Shangai immensa di vetro, accaio,
grattacieli e automatismi: indaga su una truffa compiuta ai danni della
società d'assicurazioni Sphinx per la quale lavora, potente e
autoritaria come un governo. La sua burocrazia è dominante: chi
è stato assicurato sulla vita, sulla salute, sui furti, sull'identità,
sul lavoro, sul viaggio, su tutto, può vivere (male, ma vivere);
chi per qualche motivo è escluso da questa copertura viene messo
al bando, perseguitato. All'investigatore, per facilitargli il compito,
è stato iniettato un virus empatico che gli consente di leggere
i pensieri nella mente altrui. Tim Robbins scopre che la truffa (vendita
o cessione di falsi documenti di garanzia a chi non è riuscito
a ottenerli oppure li ha perduti) è opera di una giovane donna,
pure lei dipendente della società d'assicurazioni. Si innamora
di lei, vuole salvarla evitandole la cruda punizione prevista, vuole
fuggire con lei: ma libertà e autonomia sono considerate forme
di sovversione, di rivolta; e l'unico luogo dove si possa scappare sono
i miseri accampamenti di baracche, tende, camper abitati dai nomadi,
"fuori" dalla società protetta. Come nel nostro presente,
si fronteggiano un mondo di benessere reso schiavo dalla super-protezione
e dalla necessità di sicurezza, e un mondo extra-comunità,
emarginato, poverissimo e libero. Circola naturalmente un'aria tesa,
enigmatica. Ma il tema è troppo facile, l'intrigo troppo semplice,
la metafora troppo trasparente, gli interpreti troppo buoni: il ricalco
della realtà non è significativo né aggunge granché.
Il regista Winterbottom, inglese, 43 anni, in alcuni suoi film precedenti
("Butterfly Kiss", "Benvenuti a Sarajevo") aveva
abituato gli spettatori e una maggiore efficacia e complessità.
Corriere della Sera (5/22/2004)
Maurizio Porro
Uno dei temi ricorrenti del cinema di oggi è il confronto-scontro
tra cyborg e uomo, civiltà dello spirito e delle macchine. Dopo
Cypher e in attesa del cartoon Innocence, Codice 46 porta il contributo
di un regista inglese di media età, quel Winterbottom che si
conosce per le storie sociali inglesi tipo Loach. Con la presenza del
bravo Tim Robbins, l'autore esplora un terreno di fantascienza a lui
nuovo ma in realtà consunto dall' uso del cinema. In una Shangai
pronta alle peggiori previsioni di Orwell, netta è la divisione
tra i potenti e i dannati, infelici cacciati e perseguitati in una Terra
in cui lo Stato viola la privacy nel trionfo della burocrazia omicida.
Il tono surreale dell' inizio, scenograficamente accattivante, si incrocia
poi col poliziesco, né viene condonata la love story di Tim,
operatore che legge nella mente, con Samantha Morton, truffatrice e
faccendiera. Ma la libertà è diventata un optional in
un film dalla metafora troppo didascalica, manicheo e ripetuto.