
di Wim Wenders (Germania,/1993 /144’)
con Otto Sander, Bruno Ganz, Nastassja Kinski, Martin Olbertz
TRAMA:
Ne "Il cielo sopra Berlino", l'angelo Damiel s'innamorava
della trapezzista Marion e diveniva mortale. Il suo amico Cassiel restava
solo, invisibile e un pò rattristato, seduto su di un'ala dell'
"Angelo della vittoria". Sei anni dopo. Il muro di Berlino
è caduto. Un giorno, la piccola Raissa perde l'equilibrio e cade
da un balcone. Cassiel le resta accanto, la afferra e la salva dalla
morte. In quel momento diventa umano, con tutto ciò che questo
implica. Cassiel viene a trovarsi per le strade di Berlino, un uomo
all'inizio della giovinezza, pieno di saggezza e bravo a far qualsiasi
cosa in ogni campo esistente, ma assolutamente privo di esperienza di
vita quotidiana. Ora Cassiel cerca compagnia e prova a fare conoscenza
con le persone che ha incontrato quando era angelo...

Questa volta sono due angeli a sorvolare l’umano,
là dove il regista in prima persona si pone come piccolo animale
razionale limitato: uomo .
Uomo che racchiude e sussume in sé l’umanità e la
sua storia, ma non è in grado da solo di parlarne. Il film allora
incede (dopo l’esperienza de “Il cielo sopra Berlino”)
da un’inquadratura aerea, da un primo piano angelico, quello di
un uomo, Cassel (Sander) e una donna, Rafaela (Kinski); entrambi affascinati
e malinconici di fronte o al di sopra del mondo che vive, pulsa, scorre.
Cassel e Rafaela parlano da subito agli uomini come “messaggeri”,
voci fuori campo e fuori dal tempo che scandisce l’umano vivere.
Questi due singolari esseri, sospesi con tutta la loro leggerezza, da
lontano avvertono la pesantezza di quello che è diverso dall’essenza
angelicata che li costituisce, odono i pensieri delle persone che camminano,
respirano e cantano per le strade.
Arrivano a fruire addirittura di una sorta di “flusso di coscienza”
dell’illustre Gorbaciov, smascherato da una telecamera che legge
nel suo cuore la misera e limitata condizione di uomo. Dunque, con veloci
carrellate che si introducono in ogni dove e in qualunque pensiero o
stato d’animo, Cassel e Rafaela sembrano porgere sempre più
attenzione, con ritmo crescente, a stabilire una connessione empatica
con un’umanità apparentemente così distante.

Entrano in scena vari personaggi, la cui entità è difficile
da afferrare, sembra che sfugga come tutto quello che li circonda, comprese
le loro stesse esistenze. Prende avvio velocemente un tuffo angelico
nell’inferno di banalità e vuotezze umane, tra persone
alla ricerca di un’identità, altre coinvolte in una personale
sfida alla memoria che sembra vacillare e cedere il posto all’oblio.
Non importa essere un pizzaiolo o un gangster, nemmeno un cantante famoso
come Lou Reed che, con un efficacissimo primo piano si esibisce cantando:
”Devo prendere appunti… quel verso bellissimo di ieri sera
l’ho dimenticato… come faceva? Ma cosa ho fatto ieri sera?!”
Ma nemmeno il tenente Colombo/Peter Falk sembra essere più certo
di quello che lo circonda. Nessuno lo è. Siamo tutti vuoti. Non
c’è differenza neanche tra un acrobata di strada e un anziano
chauffeur che anni prima serviva i nazisti… entrambi sono in equilibrio
su di uno spinoso filo vitale in cui il primo tentenna con il suo corpo
tra il vuoto, il nulla e il suo essere, e il secondo che oscilla per
mezzo di flashback tra il misero e solitario presente e un passato divorato
dall’oblio, di cui il tempo è padrone incontrastato.
Tutto è solitudine. Non c’è tempo per ascoltare
l’altro; un tempo l’uomo ascoltava le voci del suo cuore,
ora l’unica attenzione data è alle immagini, che producono
bugie. E l’uomo solo a queste presta fede. Questo spinge Cassel
a farsi uomo, forse per meglio avvertire quello che scandisce la vita
che lui può solo osservare, ma di cui non può sentire
l’essenza costituente nella gioia e nel dolore.
Il tempo nell’angelo non c’era, ora che è uomo lo
avverte come un violento schianto. Sì, odori, colori, freddo,
caldo, voce, luce, ma tutto più veloce, quasi inavvertibile,
una continua lotta contro lo scorrere del giorno e della notte, una
tensione lacerante tra l’essere vivo e senziente e sentire che
il tempo trascina tutto e poco lascia cogliere di ogni istante vitale.
Cassel incrocia quasi in maniera visionaria e surreale l’avvicendarsi
umano che, grazie all’incontro-scontro dei vari personaggi durante
il film, crea a sua volta una trama parallela e sotterranea alle singole
vite presentate.
Insomma, spezzoni di vite diverse, lontane tra loro, che un deus ex
machina sembra voler unificare, per plasmare simbolicamente un mondo
dove l’identità personale è solo eidetica, formale,
vuota di contenuti, per questo così intercambiabile e multiforme.
Dietro la vuotezza individuale però, si cela un’umanità
spaventata da un subconscio che talvolta parla e si pone delle domande:
cos’è l’identità?
Senza identità qui non si è nessuno. Anche se è
Cassel a dirlo, ora egli parla (a metà) da uomo e presto si fa
portavoce delle pene che il cuore ogni giorno, in una qualunque vita,
deve sopportare; della mancanza di tempo per rivolgere la propria essenza
ed applicarla in uno spazio, prima che perda di spessore e si tramuti
in una vacua immagine. Cassel percorre gli stati d’animo che prima
da non-umano assaporava lievemente. Ora, nel mondo ricco di solitudine
in cui si è calato, nessuno guarda quello che accade nell’altro,
non c’è senso neanche nell’intenzionalità
della sua missione: come vedono e sentono gli esseri umani? Cosa c’è
dietro?
E’ sparito tutto. Cassel non avverte più il “respiro
dell’eternità”… non c’è più
nulla che sospinga gli uomini ad un oltre , un al di là di …
ma solo l’ora , l’adesso svuotato e privato di ogni contenuto,
asservito ad un tiranno crudele che divora ogni singolo tumulto vitale,
il Tempo .
Da ex angelo, Cassel tenta di fare del bene, di essere buono, di compiere
azioni buone. Ma non riesce. E’ la vita stessa che si schiera
contro l’uomo, è un sotterraneo meccanismo di autodistruzione
che fa vibrare l’animo umano fino a sfinirlo e privarlo anche
della sua memoria. Non bastano i flashback per continuare ad amare la
vita, tenere in considerazione il suo valore, perché sulla terra
“è possibile andare all’inferno senza aver voluto
il male e senza nemmeno averlo riconosciuto…” E se lo si
riconosce che cosa si può fare?
La tragica consapevolezza di Cassel è che nemmeno lui può
deviare la ruota maledetta in cui ognuno è destinato a trovarsi,
rallentare il divoratore del senso della vita quale è il tempo
e insieme colmare quello che di naturale e istintivo l’uomo porta
in sé, cioè la perenne e insoddisfatta tensione a qualcosa
che viene ricercato, ma nella direzione sbagliata - quella del buio,
non della luce. Quest’ultima percezione viene avvertita come contraddizione
interna: odio verso il non-senso umano e amore per questa stessa non-percezione
di sé e dell’altro.
Sullo sfondo di una Berlino ripresa magistralmente da Wenders, lo spettatore
dimentica però di vedere immagini di una città reale,
coinvolto in un vortice emozionale surreale e allucinatorio,quale quello
con continui cambi di luogo, da spazi bui, che sembrano voler rappresentare
la condizione in cui tutti siamo confinati e destinati a vivere, all’infinità
aerea di un cielo cangiante, volutamente dinamico, dove le nuvole si
susseguono in danze acrobatiche e slanci che ci fanno invidia, ricordandoci
la statica vacuità a cui siamo abbandonati…
Cassel riesce però infine a compiere la “buona azione”
e a “salvare” l’uomo, sacrificando la sua momentanea
umanità. Ritorna angelo e con Rafaela (che silenziosamente l’ha
seguito ovunque) dedica parole intense a tutti gli uomini, chiudendo
un cerchio che si era aperto all’inizio del film: ”Voi che
noi amiamo, voi non ci sentite, ci credete così lontani... eppure
siamo così vicini. Noi siamo i messaggeri, non il messaggio.
Il messaggio è l’amore. Noi non siamo niente, voi siete
il nostro tutto. Lasciateci vivere nei vostri occhi, guardate il vostro
mondo attraverso noi, riconquistatelo attraverso noi, allora saremo
vicini a voi e voi a Lui!”
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