
(Spike Lee,USA, 1995, colore, 129’) VM14
con Delroy Lindo, Alfre Woodard, Spike Lee, Carlton Williams,
David Patrick Kelly, Zelda Hams, Sharif Rashed, José Zuninga
Crooklyn, gioco di parole slang che deforma il nome Brooklyn.
Si tratta, questa volta, di uno Spike Lee in apparente escursione intimista,
visto che ci racconta di una famiglia (con fortissimi riferimenti autobiografici)
il cui padre, musicista fallito, rappresenta una figura abbastanza debole
e la cui madre, forte ma indurita dalle esperienze, mancherà
nel momento più difficile per tutti. Si tratta, in seconda istanza,
di un romanzo di formazione, soprattutto per la piccola (e bravissima)
protagonista femminile, su cui Lee concentra uno dei suoi migliori lavori
sul personaggio di sempre, variando e mescolando continuamente l’identificazione
dello spettatore, in una vera e propria “gara” con l’univocità
psicologica dei caratteri nel cinema mainstream. Dunque un’operazione
solo apparentemente classica, un ritratto di black family che si nutre,
forse, di più di uno stereotipo melodrammatico (tutte le discussioni
marito/moglie, ed altri snodi forzati), ma anche, e soprattutto, una
perturbante rilettura di certo cinema nero. Raramente assistiamo a film
di Hollywood in cui il protagonista femminile è una donna nera,
per non parlare di protagonisti bambini .
Crooklyn invita il pubblico a guardare all’esperienza nera con
gli occhi di Troy (i trenta minuti di immagini anamorfiche presenti
nel film sottolineano la visione turbata della bambina!), a entrare
negli spazzi del suo universo emotivo, il mondo privato della famiglia
e degli amici che fondano il suo essere e danno senso alla sua vita.
Dal momento in cui incontriamo i Carmichaels a tavola all’ora
di cena, ci viene offerta una rappresentazione non critica della loro
vita familiare. Girate come un docudrama, queste prime scene appaiono
innocenti e neutrali. La macchina da presa tende energicamente alla
normalizzazione. Queste scene di famiglia vengono presentate in modo
non problematico, così da sembrare rappresentazioni positive,
soddisfacendo la ricerca di Lee di portare sul grande schermo i soggetti
estetici neri “autentici”.
Chiunque osservi i Carmichael a occhio nudo, noterà che si tratta
di una famiglia con gravi disfunzioni. I disordini alimentari che ricorrono
(uno dei bambini viene tormentato verbalmente perché mangi al
punto da farlo vomitare nel piatto); L’aggiunta eccessiva di zucchero
(il padre che mette mezza busta di roba bianca in una caraffa di limonata,
le sue manie per le torte e i gelati, l’acquisto di caramelle;
la mancanza di stabilità economica, espressa dalla mancanza di
soldi per il cibo, lo staccare l’elettricità e la cattiva
amministrazione dei fondi da parte del padre, sono tutte indicazioni
del fatto che ci sono problemi seri. La stessa Troy non è una
bambina normale ma una piccola donna nera destinata ad una vita ancora
dura, segnata da piccole e grandi privazioni, da piccoli e grandi sacrifici
che sono propri della maggioranza delle femmine afroamericane. Inspiegabilmente
il film in Italia non è stato distribuito nel circuito delle
sale cinematografiche e, sembra, che il vhs sia stato tagliato di diversi
minuti!!!!!!!
SPIKE
LEE
