di Walter
Salles (USA 2003-90')
con Jennifer Connelly, Tim Roth, Peter Postlethwaite
L'alienazione
come un fiume nero,bagna alla foce le pendici dell'Impero
Tra le poche decine di film realmente interessanti che
mi sono capitati tra le mani nell'arco delle ultime due stagioni,dal
limbo di quelle opere giunte nelle sale del nostro paese penalizzate
dalla concorrenza o dalla distribuzione,nel solco apparente di un filone
tanto esteticamente interessante quanto giunto a inquietanti livelli
di guardia nel suo sfruttamento commerciale,ho scelto di parlarvi proprio
di questa pellicola,girata nel 2005 e ingiustamente passata inosservata:
Dark Water .
Un horror,direte voi. Peggio,un remake,aggiungo io. Diciamola tutta:addirittura
un ovvio rifacimento hollywoodiano di un classico del nuovo cinema di
genere orientale che,negli ultimi anni,ha brillantemente contribuito
a ridefinire i temi canonici e gli esiti stilistici della paura nel
momento in cui sembravano definitivamente smarriti,sepolti sotto la
coltre degli scioglilingua semiologici e meta-cinematografici nella
produzione post- Scream , rilanciando il gotico tradizionale (addirittura
“fantasmagorico” ed ottocentesco per certi versi) come riflesso
sommerso di un ambito strettamente tecnologico e quotidiano. Fino a
qui tutto chiaro,persino prevedibile,al punto che se fossimo al cinema
ci verrebbe quasi da sbadigliare. Proprio no,invece,perchè da
ora in avanti,se avrete la residua pazienza di leggermi,arriveranno
le prime sorprese,le più interessanti.
A partire dal nome del regista che non è uno dei soliti,più
o meno talentuosi mestieranti a cui gli studios affidano questo genere
di produzioni (ad esempio il versatile Gore Verbinsky regista dell'ottimo
“oriundo” The Ring ),ne un valido cineasta giapponese sbarcato
ad Hollywood alla ricerca di una consacrazione internazionale (vedi
Hideo Nakata autore degli originali Dark water , The Ring e The Ring
2 ,nonchè del remake americano di quest'ultimo o il Takashi Shimizu
autore di Ju on: The Grudge e del suo rifacimento anglofono),ma un autore
pluri-premiato affermatosi con pellicole di tutt'altro lignaggio: il
brasiliano Walter Salles jr.
In opere come Central do brasil,Disperato aprile e I diari motocicletta
, egli si è dimostrato artista capace di coniugare le istanze
neo-realistiche che ancora allignano nella realtà del proprio
paese con una drammaturgia molto vicina alle produzioni indipendenti
statunitensi, tanto da far sprecare ad alcuni critici accuse di “retorica
neo-hollywoodiana” e coniare neologisimi come “brasilianhollywood”,attirandosi
al contempo l'incondizionata ammirazione dell'intellighenzia del cinema
indipendente che ruota attorno al Sundance Festival (non a caso Robert
Redford è stato uno dei principali fautori e produttori de I
diari della motocicletta).
Da qui al debutto con una major in territorio statunitense il passo
è breve e talvolta letale; Salles tuttavia si muove con intelligenza
e circospezione,selezionando un adeguato cast straniero,perfetto nelle
fisionomie fin nei ruoli di contorno ma rivolgendosi nel contempo ad
un'affiatata squadra di collaboratori connazionali,come Rafael Iglesias
che ha adattato e riscritto la sceneggiatura originale di H.Nakata e
T.Ichise e Affonso Beato che alla fotografia sostituisce Walter Carvalho,presenza
costante nei precedenti film del regista.
Miracolosamente anche il film sembra reggersi su questo delicato equilibrio
fra una personale poetica degli “umili(ati ed offesi)” e
le suggestioni non solo iconografiche ma anche storiche e sociali suggerite
dalla nuova ambientazione newyorkese.
Ma andiamo con ordine. Per chi non ama i film giapponesi coi sottotitoli
o non conoscesse gli estremi della storia,in un autunno spazzato di
pioggia,nella Grande Mela di inizio millennio una giovane madre (Jennifer
Connelly) cerca di far fronte contemporaneamente ad un difficile divorzio,disseminato
degli strali del rancore,ai fantasmi della memoria,incarnati dalla figura
di una madre crudele ed alcolizzata e alla necessità di trovare
una nuova abitazione per se e per la propria figlia in attesa della
sentenza del giudice sull'affidamento.
Quando quest'ultima più pressante necessità sembra ormai
felicemente soddisfatta i tre problemi torneranno invece a sovrapporsi,proiettati
in una dimensione sempre più allucinata e sovrannaturale,fino
ad un epilogo tragico ma in qualche modo anche liberatorio. Non aggiungerò
altro,per non rovinare la rarefatta compattezza dell'atmosfera ne frustrare
la curiosità dei miei tre (manzoniani) futuri lettori-spettatori
intenzionati a recarsi al video-noleggio più vicino per dare
un' occhiata.
D'altronde non è certo nel cesello dell'intreccio o nell'improvviso
succedersi di eventi eccezionali che risiede il maggior pregio di quest'opera,quanto
nella raffinatissima descrizione psicologica dei personaggi,del loro
rimosso,dei loro oscuri egoismi destinati per lo più a rimanere
senza assoluzione e senza riscatto. Nel film non si mira semplicemente
a provocare brividi epidermici dietro la schiena dello spettatore o
a spiazzarlo deliberatamente con svolte appena intuibili,si avverte
piuttosto,dietro la macchina da presa,la personalità di un autore
in grado di costruire una fittissima serie di rimandi e notazioni ambientali
per arrivare metaforicamente a comporre la descrizione di un affresco
sociale di straordinaria potenza.
Tra le pieghe di una storia di mistero e possessione, Dark Water ,al
pari di tante altre opere di diseguale genere e livello,concorre ad
una vivida rappresentazione dell'America del dopo 11 settembre,a partire
proprio da uno dei suoi luoghi simbolo,l'isola di Manhattan,contribuendone
a svelare i lati oscuri,che non risiedono tanto in un ripiegare del
male su un tessuto irrazionale e religioso,tesi cara alla maggioranza
silenziosa delle tante province determinanti nella rielezione di Bush
figlio,quanto nel progressivo disgregarsi delle certezze individuali
e collettive sul piano morale,fisico e sociale.
Per accorgersene basta osservare lo stato di decadenza in cui versa
l'enorme condominio in cui vanno ad abitare Dahlia e sua figlia Ceci,
un complesso architettonico costruito negli anni sessanta,con uno stile
a metà strada fra l'architettura funzionale americana e un certo
utopico costruttivismo europeo, con l'idea di realizzare una sorta edilizia
popolare che rispondesse ai bisogni di tutte le classi sociali,o meglio
come precisa l'agente immobiliare Mr. Murray (interpretato da un perfetto
John C. Reilly) “un posto in cui le persone potessero condividere
le loro vite come in una piccola comunità”.
Questa costruzione rappresenta anche il sogno democratico e universale
sulla cui dichiarazione sono sorti gli Stati Uniti d'America, sintetizza
l'ideale di una società interclassista,di un welfare solidale
ed evoluto,per questo motivo oggi la vediamo ridotta ad un mostruoso,grigio
incastro di tetraedi,ad un monolite le cui facciate sono offuscate dalla
solitudine e dall'indifferenza,prima ancora che dallo smog e da un cielo
che sembra voler precipitare sul fossato dell'Hudson,come una minacciosa
pietra di basalto sull'imboccatura d'un pozzo. Non per niente intorno
a Dahlia e Ceci,si muovono a fatica,apparendo e scomparendo continuamente,figure
inquietanti,grigie,abbrutite,ossessionate dal desiderio di non dissolversi,legittimando
solo così la loro persistenza su questa terra.
Attenzione,perchè non stiamo parlando di fantasmi,almeno non
ancora, ma di essere umani in carne ed ossa,figure ritratte con rara
precisione sociologica ed incarnate dalla fisionomia di attori toccati
dalla grazia di una direzione perfetta: si pensi all'avido,subdolo Mr.
Murray,o al misantropo Veecker,il custode del palazzo (mirabilmente
incarnato da Pete Postlethwaite,la cui presenza carismatica aggiunge
suggestioni che derivano dalla partecipazione a un certo cinema europeo
di impegno civile in opere come Grazie signora Tatcher o Nel nome del
padre),al marito di Dahlia,Kyle, Wasp rampante e superficiale,al malinconico,tormentato
avvocato Jeff Platzer (uno splendido,misurato Tim Roth),frammenti impazziti
di una commedia umana che ben presto vira decisamente verso il dramma,
testimoni di rapporti umani,prima ancora che sociali,giunti in prossimità
dell'esaurimento per mancanza di risorse spirituali,al collasso per
eccesso di egoismo.
In una società,quella americana,ormai protesa ad esorcizzare
i propri fantasmi,all'interno,nel sarcofago di una cultura d'evasione
composta da vuote immagini digitali o a proiettarli all'esterno,meglio
ancora all'estero,attraverso le soluzioni sempre più estreme
di una guerra preventiva che accenda una scintilla nel decrepito motore
dell'economia globale, Dark Waterevoca spiriti concreti (mi si passi
l'ossimoro),vividamente tangibili, riportati alla luce del cinema dalle
tenebre dello sfruttamento,dall'instabilità economica delle classi
meno abbienti (esplicitamente suggeriti nei colloqui di Dahlia con gli
avvocati,con l'assistenza sociale,l'ufficio di collocamento e il personale
della scuola materna a cui iscriverà Ceci),dall'abiezione e dall'abbandono.
Un contesto sociale (e reale) al tal punto depresso,soffocato dalle
spire di mali così poco ultraterreni,da relegare fatalmente in
secondo piano il plot sovrannaturale: la storia di Natasha,la bambina
fantasma,figlia e vittima di una coppia di emigrati russi disintegrasi
nella collisione col pianeta USA,ora alla ricerca di una impossibile
adozione ultra-terrena,sembra riflettere sulla superficie torbida delle
acque che invadono il palazzo una disperazione universale,uno tsunami
del capitalismo,la fine ineluttabile di ogni diritto alla felicità.
E se un arcobaleno,languidamente stupito di se stesso,alla fine compare
a recidere il plumbeo ordito della storia e della narrazione,rimane
sospeso al di là di un velo di morte,sbiadito nel sorriso con
cui una madre affronta il suo estremo sacrificio,colmando con la sospensione
amniotica delle sue spoglie la sofferenza dello squarcio apertosi fra
le due dimensioni.
Come in Central do brasil la salvezza,saltuaria e provvisoria,dal caos
di un mondo impazzito risiede ancora nella famiglia: una famiglia allargata,divisa,paradossale
eppure rimasta sola a costituire l'estremo argine contro la straripante
marea nera del dolore,l'unico rifugio per il singolo,smarrito essere
umano (vivente o revenant ).
Dark water è un film che cerca di rinnovare dall'interno la filosofia
del cinema di genere,facendosi carico dell'ingombrante lezione della
New Hollywood dopo averla accuratamente limata di ogni ornamento sperimentale
(nella forma) o intellettualistico (nei contenuti),che riporta l'horror
americano ad una dimensione perduta da qualche parte alla fine degli
anni settanta,dove il piacere di raccontare storie forti si accompagna
ad una presa di coscienza volta a mettere in discussione l'ordine costituito,a
incastonare nella narrazione le problematiche latenti nell'attualità.
E se la prima prova di Salles alla corte degli studios può dirsi
pienamente riuscita lo si deve anche alla titanica prova della sua protagonista,una
Jennifer Connelly che,fresca di Oscar e maternità,si immerge
in un personaggio cucitole liberamente addosso da regista e sceneggiatore
confidando nella profondità dei suoi sguardi liquidi e oscuri,nella
mimica febbrile delle sue dita lunghe ed affusolate,nella straziante,barbarica
evidenza di un corpo contrito e sofferente che si offre naufrago ai
gorghi dell'indifferenza.
A futura memoria di ogni cinephile :onde sottrarlo all'oblio,ecco un
film da recuperare al più presto.
Corriere della Sera (10/8/2005)
Maurizio Porro
Girone di ritorno coi bestseller dell'horror made in Japan che hanno
furoreggiato e comunicato nuove paure di fantasmi quotidiani e casalinghi.
Dall'originale di Nakata del 2002, col suo incubo d'acqua, è
un fedele thriller remake Usa metropolitano che fa (invano) il verso
al capolavoro Rosemary's Baby di Polanski con la regia del brasiliano
Walter Salles, che non c'entra nulla (sono suoi gli ottimi Central do
Brasil e i Diari della motocicletta). Resta invariato il rapporto morboso
tra madre divisa e figlia, in cerca di nuova casa; ma i ghost orientali
sono invisibili, non c'è bisogno di logica per spiegare come
mai la macchia d'umido diventi l'atavica paura di vivere. L'equazione
non funziona, è esteriore, ma è ammirevole il cast: con
mamma Connelly un trio d'eccezione (Tim Roth, John C. Reilly e Postlethwaite).
Badalamenti cerca di travolgerci in musica.
la Repubblica (10/7/2005)
Roberto Nepoti
Piove su Seattle mentre, nel prologo, una bimba aspetta davanti all'asilo
la mamma che non arriva. Piove di continuo a Roosevelt Island, periferia
di New York, dove la bimba, cresciuta sposata e separata, si trasferisce
con la figlioletta nell'appartamento di uno stabile degradato. E piove
in casa: acqua sporca dal soffitto, su cui una macchia gocciolante s'allarga
sempre più. E' un film da vedere in un giorno di pioggia Dark
water, elegante reimpaginazione del cult giapponese dallo stesso titolo
diretto da Hideo Nakata. Nell'appartamento avvengono strani fenomeni,
sempre più arcani e inquietanti. Come ogni eroe del cinema "fantastico",
mamma Dahlia cerca dapprima spiegazioni razionali; poi deve accettare
il soprannaturale. C'è un fantasma nello stabile, ed è
quello di una bambina dell'età di sua figlia: la donna sarà
costretta ad affrontare, contemporaneamente, il piccolo spettro e i
demoni del proprio passato. Parafrasare in versione occidentale uno
dei film-chiave del nuovo horror giapponese era, a priori, rischioso,
per la perdita di atmosfera che ne sarebbe - inevitabilmente - derivata:
i film di Nakata sono serie B "sporche" e ossessive, e proprio
in ciò consiste la fascinazione che emanano. Ma che c'azzeccava
Walter Salles (I diari della motocicletta), con un repertorio codificato
come quello delle storie di fantasmi giapponesi? Invece non delude affatto.
La prima parte rifà quasi scena per scena il modello; ma il seguito
se ne emancipa in diverse direzioni, a cominciare dall'introduzione
di una serie di personaggi maschili borderline. Cosa che, se da una
parte indebolisce la portata emotiva del soggetto (la solitudine della
donna), dall'altra, si presta a ottime caratterizzazioni: Tim Roth come
avvocato altruista; Peter Postlethwaite nella parte dello scorbutico
portiere; John C. Reilly in quella del laido amministratore di condomini.
In più, Salles non forza mai la mano, preferendo installare nello
spettatore un panico "light", ma costante, senza ricorrere
agli effetti facili.