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di Zhang Yuan (Cina / 1999 / 90 min)
con Bingbing Li, Yeding Li, Lin Liu

Coprodutto da Fabrica di Luciano Benetton e
Oliviero Toscani è un film molto bello, intenso, tragico, capace
di affrontare insieme un tema perenne come quello dei conflitti famigliari,
e un tema contemporaneo come quello dell'immenso mutamento della Cina.
TRAMA
Un'adolescente uccide la sorellastra in un momento di collera. Diciasette
anni dopo la ragazza ha il suo primo permesso e insieme a una guardia
ricerca i genitori che non l'hanno ancora perdonata.
Zhang Yuan si mantiene sempre molto in disparte, non pilota le emozioni,
non conduce il gioco paternalisticamente, lascia che siano le atmosfere
estremamente rarefatte e lo spazio tra i personaggi, peraltro molto laconici,
a far procedere il racconto.
La Stampa (31/3/2000)
Lietta Tornabuoni
Ambientato in Cina, girato in Cina anche in una prigione e in un
ospedale psichiatrico, interpretato da attori cinesi, Diciassette anni
ha la nazionalità italiana perché, mentre la censura cinese
poneva ostacoli che soltanto recentemente sono stati superati, la società
coproduttrice italiana Fabrica di Luciano Benetton e Oliviero Toscani
e la cura di Marco Muller consentivano che il film venisse completato
e poi presentato alla Mostra del cinema di Venezia 1999, dove ha vinto
un meritatissimo premio speciale per la regia. È un film molto
bello, intenso, tragico, capace di affrontare insieme un tema perenne
come quello dei conflitti famigliari, e un tema contemporaneo come quello
dell'immenso mutamento della Cina. Una piccola famiglia raccoglie un padre
con la propria figlia e una madre con la propria figlia: i genitori, vedovi
e risposatisi tra loro, istintivamente si schierano dalla parte delle
rispettive creature; le due sorellastre adolescenti non si somigliano,
non si capiscono né si amano, sono ostili e rivali. Senza volerlo,
in un impeto d'ira una uccide l'altra con una bastonata, viene arrestata
e condannata al carcere. Dopo diciassette anni di pigione rieducativa,
per buona condotta ha il permesso di passare a casa il Capodanno. Ma tutto
è cambiato: la ragazza ormai donna non ha desiderio di vedere la
madre che teme il suo ritorno né il padre adottivo che non ha dimenticato
la propria figlia assassinata; nel quartiere in ricostruzione, la sua
casa di un tempo non esiste più; nella città irriconoscibile
tutto le è estraneo, la irrita o le fa paura. Soltanto l'aiuto
di una militare della prigione permette alla piccola famiglia di ritrovarsi,
di riprendere a parlarsi: ma faticosamente, dolorosamente, senza gioia
e senza speranza del meglio. Il regista Zhang Yuan, trentaseienne di Nanchino,
ha molto talento, grande pudore, un forte senso della narrazione, e sa
dirigere gli attori ottenendo da loro una piena autenticità.
Film TV (4/4/2000)
Enrico Magrelli
Ieri e oggi. Passato e presente. Società e famiglia. Stato
e individuo. Sono questi i nodi e i cliché del cinema cinese. Sono
gli stereotipi, i percorsi, i perimetri dentro i quali i cineasti di diverse
generazioni strutturano le loro storie, cercano di mettere i cinesi davanti
a uno specchio. Zhang Yuan scandisce il racconto in due tempi, separati
da 17 anni: quante malinconie tra le macerie di una città demolita
e ricostruita velocemente. L'ansia della modernità sembra un desiderio
di dimenticare, rimuovere. Due processi mentali e politici, faticosi da
completare per i due genitori di Tao Lan, finita in carcere per aver ucciso
la sorellastra Yu Xiaoqin con una bastonata. Il regista mescola, con misura,
l'economia sentimentale del melodramma con l'immediatezza figurativa del
documentario. I disastri domestici e il non detto, il perdono e i silenzi
sono filmati raffreddando i materiali e trattenendo le lacrime. Il carcere,
l'ora d'aria, il bagno in comune, le periferie, sono esterni e interni
(reali) di un triste Capodanno collettivo da festeggiare tra le rovine
di un mondo.
la Repubblica (2/4/2000)
Roberto Nepoti
Per rappresentare uno dei temi centrali del cinema cinese, il conflitto
fra tradizione e nuovo che avanza, il regista indipendente Zhang Yuan
(Bastardi a Pechino) ha scelto questa volta una parabola esemplare. Il
suo nuovo film, Gran Premio della giuria a Venezia, s'intitola Diciassette
anni e diciassette sono gli anni trascorsi in prigione dalla protagonista
Tao Lan per avere ucciso, durante una lite in famiglia, la sorellastra
che aveva cercato d'incolparla di un furto. La storia è suddivisa
in due tempi, separati da quei diciassette anni: il che consente a Zhang
di mostrarci i radicali cambiamenti intervenuti nel modo di vita cinese
durante la detenzione della donna. Secondo lui ciò che è
avvenuto è il trionfo dell'avidità e dell'egoismo: i quattrini
sono diventati l'oggetto del desiderio di ciascuno. Malgrado le dichiarazioni
esplicite del regista in questo senso, nel film i personaggi buoni non
mancano. In particolare la guardia carceraria che si prende cura della
detenuta, tanto spaventata dal mondo esterno da preferire il carcere,
è poco meno di una santa: le ritrova i genitori, aiuta la famiglia
spezzata a ristabilire un contatto umano, guida la giovane omicida nel
recupero della vita perduta. Sconfessato dal governo cinese, Diciassette
anni è stato portato a termine con l'aiuto di Fabrica, l'istituto
di post-produzione della Benetton. Ancora convinte che i panni sporchi
si debbano lavare in famiglia, le autorità non volevano che il
film fosse presentato a Venezia (Ma di recente lo hanno "riabilitato).
Ma di quali panni sporchi si preoccupavano, i cinesi? Diciassette anni
è un film quasi edificante. Pur mostrando una società povera
e travagliata tra passato e presente, contiene un'opzione di fiducia enormemente
ottimistica: è possibile la redenzione attraverso il carcere (quale
film occidentale potrebbe permettersi una affermazione del genere?) a
patto dell'impegno personale e del senso di umanità individuale.
Dal punto di vista estetico, il merito maggiore di Diciassette anni è
il modo in cui riesce a mantenere l'equilibrio tra una sobrietà
d'immagine quasi documentaristica e il rispetto delle leggi drammaturgiche
del mélo. Un melodramma rigoroso e scarnificato, tanto più
efficace proprio per questo.
l'Unità (1/4/2000)
Alberto Crespi
Provocazione: e se il cinese 17 anni fosse il titolo più "hollywoodiano"
del week-end? Lo diciamo per indurvi a vederlo, ma c'è un fondo
di verità. La trama è melodramma allo stato puro: nella
Hollywood anni Trenta Joan Fontaine e Olivia de Havilland avrebbero interpretato
le due sorelle (e sai le baruffe per decidere quale delle due doveva ammazzare
l'altra!) e Bette Davis la poliziotta. Le lacrime sono cercate con sottile
furbizia, c'è persino un mezzo lieto fine. Insomma, Zhang Yuan
sarà anche un cineasta alternativo e perseguitato dalla censura,
ma il fatto che si mantenga girando video rock per Mtv non è casuale
rispetto ai più famosi Zhang Yimou e Chen Kaige, fa un cinema nervoso,
moderno, provocatorio, "occidentale". Ciò non toglie
che 17 anni sia così cinese, che più cinese non si può:
storia rigorosamente di donne, con un solo uomo (il padre) afasico e autoritario,
è un agghiacciante documento su un paese dove l'economia di mercato
ha riportato in auge l'infanticidio femminile. Una statistica ci dice
che nel 1995, nella fascia d'età da 0 a 5 anni, c'erano in Cina
118 maschi per ogni 100 femmine. E il segno di un mondo dove avere una
figlia è una disgrazia, e i genitori di 17 anni ne hanno addirittura
due, ciascuna da un precedente matrimonio. Così Tao Lan, figlia
di mamma, e Xiaoqin, figlia di papà, hanno ottimi motivi di non
amarsi. E quando la seconda fa ingiustamente accusare la prima del furto
di 5 yuan, Tao Lan le dà una bastonata in testa e la manda al creatore.
17 anni dopo, la troviamo in carcere: per buona condotta, ha ottenuto
il permesso di passare capodanno a casa, ma i genitori avranno voglia
di vederla? E soprattutto, dove vivono i vecchi, in questa Cina simile
a un enorme cantiere? L'aiuta, nella ricerca, una poliziotta-angelo di
nome Chen Jie, che pian piano diventa la vera protagonista, l'eroina di
un mondo dove la gentilezza individuale può sconfiggere l'ottusità
delle istituzioni. Fosse questo, il "messaggio" che ha procurato
a 17 anni tanti guai in patria? Comunque ora il film esce in Cina e anche
in Italia, paese che - attraverso la "Fabrica" di Benetton -
l'ha coprodotto. Vedetelo, è la versione mezza hollywoodiana e
mezza neorealista di Lanterne rosse.
Ciak (1/4/2000)
Marco Balbi
Rinnegato dal suo paese, che non gli aveva concesso il visto per la Mostra
di Venezia (tant che il film venne presentato come italiano, grazie alla
coproduzione di Fabrica) Zhang Yuan si è preso una bella rivincita
vincendo il premio speciale per la regia. Un premio meritato per un film
duro, asciutto, che svela a noi occidentali ignari, legati spesso ad un'idea
ancora arcaica della Cina, il volto vero e moderno di quel paese. Diciassette
anni non è però solo il ritratto di una nazione che cambia,
anche fisicamente (quando Tao Lan esce di prigione, dopo 17 anni, scopre
che il quartiere dove abitava è stato raso al suolo) ma soprattutto
un film sul potere nefasto del denaro e sulle donne: tutte bravissime
le interpreti, a cominciare dalle due protagoniste Liu Lin e Li Bingbing
a cui va aggiunta la sorellastra Li Yun, che vivificano una sceneggiatura
asciutta ed essenziale con alcuni momenti di grande intensità,
come il ritrovarsi finale della famiglia.
Duel (30/3/2000)
Dario Zonta
Cosa fa un film come te in un cinema come questo? Il film di Zhang Yuan
gode, (s)offre, a seconda dei punti di vista, di una "schizofrenia"
che gli deriva dal fatto di essere un film cinese in un cinema occidentale.
Questo è l'unico punto di interesse su cui gravita l'intera operazione
(prodotta da Keetman Limited e Fabrica che hanno affidato il montaggio
a Jacopo Quadri). La sensazione di un leggero "spaesamento",
il fatto di non sapere con chi avere a che fare, rende sicuramente accattivante
la visione, ma ne picchetta le ambizioni. Una storia tutta cinese raccontata
attraverso un linguaggio filmico che non appartiene alla tradizione del
paese di origine. E da qui nasce l'insofferenza del film stesso. Le cose
che non hanno un nome, scriveva Kataev, sono insofferenti. Ed é
quello che succede a questo figlio illegittimo di un "matrimonio"
putativo contratto più per interessi economici che per reali esigenze
di scambio culturale. Sono un film cinese partorito in Italia, o sono
un film occidentale girato in Cina? Se c'è ancora un male in questo
nostro cinemondo di fine millennio è quello di non riuscire più
a riconoscere la paternità di quello che si sta vedendo: film senza
"famiglie", orfani di padri come autori, prole di un'arte che
muore perché riprodotta in provetta. Siamo cloni, studiati in laboratorio,
tutti uguali, tutti mediamente "buoni" ma nessuno che riesca
a definirsi per differenza all'interno di un quadro che tende a omogeneizzare
il linguaggio per riuscire a parlarne uno solo. Cosa che sarebbe di per
sé auspicabile, se non fosse tradita dalla difficoltà di
mantenere l'equilibrio. È quello che in parte succede a Diciassette
anni che potrebbe essere annoverato tra i film che fuori di sé
non sono altro. E, in questo caso, il "sé" é il
risultato di una mutazione genetica. Soffre di essere perfetto ma non
vero.
Il Giorno (1/4/2000)
Silvio Danese
Vietato in Cina, poi ammesso con tagli. Ma è un'eccezione, perché
i film di Zhang Yuan sono sempre stati censurati (li stampano in tre copie
per un miliardo e mezzo di persone). In tandem con "Non uno di meno"
di Zhang Yimou alla Mostra di Venezia, questo però è un
ritratto più crudo e in profondità della Cina contemporanea:
l'estetica realistica che lo muove non cede alla poetica neorealistica
del popolo positivo. In una famiglia di operai poverissimi, una sorella
accusa ingiustamente l'altra di aver sottratto poche lire. La reazione,
durante il litigio, conduce al delitto. Diciassette anni dopo assistiamo
al ritorno a casa della figlia omicida, accompagnata da una gentile secondina
che fa da specchio del trauma familiare, un calvario emotivo scandito
dalla risalita di tutti verso il perdono. Più Dostoevski che Zavattini.
E pazienza per alcuni schematismi di procedura. Il film è nato
davanti a una trasmissione televisiva con una scena commovente di alcuni
detenuti che incontravano i parenti. La Cina cerca redenzione?
Il film si ispira ad un fatto di cronaca di diciassette anni orsono riguardante
il feroce antagonismo tra due sorellastre adolescenti che trascina una
famiglia di umili condizioni verso un tragico destino. Tao Lan e Yu Xiaoqin,
graziose studentesse liceali, non si assomigliano affatto: Tao Lan non
è esattamente il vanto dei genitori, scapestrata e vagabonda com'è.
Yu Xiaoqin è una studentessa diligente, sebbene costretta a recitare
il ruolo della brava ragazza. Le due sorellastre hanno però alcune
cose in comune: una piccola camera da letto e lo stesso desiderio di sfuggire
al turbolento clima familiare. La madre di Tao Lan e il padre di Yu Xiaoqin
hanno un atteggiamento ingiusto nei confronti delle rispettive figlie.
E il loro orgoglio di genitori si trasforma in una competitività
malsana che peggiora i problemi già esistenti. Un giorno l'inappuntabile
Yu Xiaoqin ruba al padre una modesta cifra di denaro per la spesa facendo
ricadere la colpa su Tao Lan la quale, incapace di provare la sua innocenza,
diventa l'onta della madre. Più tardi Tao Lan, in un vicolo deserto,
mette alle strette Yu Xiaoqin chiedendole spiegazioni. Di fronte alla
spregiudicatezza con cui Yu Xiaoqin riafferma la sua superiorità
agli occhi dei genitori, Tao Lan, esasperata, la colpisce con violenza
alla testa usando una grande canna di bambù. Il colpo lascia la
ragazza a terra priva di sensi mentre Tao Lan fugge. Tornata a casa, la
sera, Tao Lan dovrà affrontare le tragiche conseguenze del suo
gesto: la morte della sorella, oltre al silenzio della madre e del patrigno
ammutoliti dal dolore e dallo shock.
Dopo 17 anni di carcere, Tao Lan, insieme ad altre detenute, riceve un
permesso di libera uscita per una breve vacanza. Le altre prigioniere
trovano con gioia le famiglie ad accoglierle. Chen Jie, una secondina,
si offre di accompagnare la docile e remissiva Tao Lan, rimasta sola,
in città dalla sua famiglia. La casa dell'adolescenza è
stata demolita e Chen Jie aiuta Tao Lan a rintracciare i genitori. E'
sera tardi quando le due donne arrivano alla nuova casa dei genitori di
Tao Lan. Chen Jie assiste all'imbarazzo con cui si manifesta l'affetto
a lungo sopito di quel che resta di una famiglia segnata dal dolore e
dal rimorso reciproci.
Anton Giulio Mancino - Cineforum
n. 394 - maggio 2000
Punto numero uno: i film di Zhang Yuan, sette in tutto, compreso quest'ultimo
Diciassette anni, non trovano un'adeguata distribuzione in Cina, nonostante
l'autore goda di molta attenzione nel circuito festivaliero internazionale.
Subiscono, in altre parole, una censura di mercato che potrebbe anche
aver poco a che fare con la censura politico-culturale. Punto numero due:
alle autorità cinesi i film di Zhang Yuan non piacciono perché
non sono commedie scacciapensieri e perché probabilmente insistono
nel non voler lavare i proverbiali panni sporchi in casa. Punto numero
tre: Zhang Yuan riesce a fare i suoi film comunque, nonostante le sue
diverse e concomitanti forme di censura, e a trovare finanziatori stranieri,
nella fattispecie occidentali (basta dare un'occhiata ai crediti di questa
scheda per credere).
Punto numero quattro: tutto il mondo è paese, e se Zhang Yuan non
fosse un cineasta cinese tutto sommato ben accetto ai festival (il patron
di questa coproduzione è Marco Muller) di film ne avrebbe realizzati
molti di meno. In Italia, ad esempio, farebbe la fame, perché anche
da noi la censura, soprattutto quella di mercato, non scherza e le commedie,
si sa, restano l'unica campana che produttori, distributori e spettatori
ascoltano da almeno settant'anni, in dittatura come in democrazia. Punto
numero cinque: Diciassette anni avrà subito i suoi prosaici tagli
prima di poter circolare dentro e fuori la Cina, eppure non è un
film di denuncia o non lo è esplicitamente. A conti fatti, lo è
molto di più Non uno di meno di Zhang Yimou, pur con le sue ambiguità
buoniste e le ipoteche consumiste (è stato sponsorizzato dalla
Coca Cola e dalla Sony) che all'ultima Mostra di Venezia è stato
indicato dalle autorità locali per rappresentare ufficialmente
il cinema cinese (Diciassette anni invece è circolato come film
di produzione italiana, quale in buona sostanza è).
Se non fosse per la censura di Stato, che di sicuro non alcun interesse
a far circolare film come quelli di Zhang Yuan, siamo poi sicuri che in
Cina farebbero la fila per vedere Diciassette anni? Sarebbe un po' come
dire che senza il regime, più o meno illuminato, in Iran avrebbero
successo film come Il sapore della ciliegia. La verità è
probabilmente un'altra, più semplice, più logica, più
plausibile: Diciassette anni è un film complesso, ma non da un
punto di vista della struttura e dello sviluppo narrativi. È difficile
inquadrarlo, capire di cosa parli esattamente e come. Zhang Yuan si mantiene
sempre molto in disparte, non pilota le emozioni, non conduce il gioco
paternalisticamente, lascia che siano le atmosfere estremamente rarefatte
e lo spazio tra i personaggi, peraltro molto laconici, a far procedere
il racconto. Finisce bene il film? Finisce male? Ci sono buone ragioni
per considerarla una parabola triste e nello stesso tempo a lieto fine,
ergo consolatoria. All'apparenza l'autore non partecipa, non esprime giudizi,
si limita ad osservare e lasciare che lo spettatore tragga le conseguenze.
Alle eminenze grigie cinesi sarà parso di cogliere nel film una
critica tutt'altro che velata al sistema carcerario e in generale al sistema
politico. Così come, a detta dell'autore, il documentario Crazy
English (presentato a Locarno appena un mese prima di Diciassette anni
a Venzia) è stato scambiato per un film "patriottico"
(!), guadagnandosi il sospirato visto della censura. [
] Crazy English,
nonostante il suo impianto documentaristico, è un film feroce,
paradossale e ironico? Probabilmente lo è. E Diciassette anni,
allora?
Anche la vicenda di Diciassette anni è vera, come lo è il
carcere nel quale Zhang Yuan ha girato la parte centrale del film, il
che vuol dire che ha ricevuto il permesso di farlo dalle autorità
competenti alle quali, per ottenere l'approvazione, avrà pur dovuto
sottoporre uno straccio di sceneggiatura. Con la differenza che stavolta
non si trattava di un documentario. E con un film di finzione tutto può
accadere, anche di trovarlo successivamente assai diverso da quel che
appariva sulla carta. Insomma, Diciassette anni non è un'opera
edificante, nonostante la povera Tao Lan riesca alla fine, con l'aiuto
di Chen Jie, la secondina generosa quanto ingenua e accomodante, a riconciliarsi
con la propria famiglia. Inoltre la protagonista è così
poco espansiva da assomigliare più a una vittima incolpevole, inebetita
e intimidita dal rimorso o dalla lunga detenzione, che ad una pecorella
smarrita che torna all'ovile.
Nessuno, nel film, sa esattamente decifrare l'accaduto, nessuno sa dire
perché sia accaduto e come far fronte alla situazione imbarazzante
di questo rincontro. I genitori demotivati di Tao Lan oscillano tra la
pietà, la cortesia (nei confronti soprattutto della giovane secondina
Chen Jie che ha riportato a casa la ragazza) e l'inclemenza. Hanno l'aria
di essere stati così frastornati dagli eventi che in loro il dolore
si è trasformato in autocommiserazione. Un'autocommiserazione globale
che investe una condizione assai più ingrata di quella legata alla
tragedia della morte di una figlia per mano di un'altra figlia. La casa
non c'è più, il nucleo familiare in sé non può
essere ricostituito senza riaprire vecchie ferite, l'esistenza stessa
in ogni suo aspetto è cambiata all'improvviso, travolta da circostanze
che sfuggono al senso comune e alla comprensione immediata, tanto da non
consentire ai due anziani di sapere esattamente come comportarsi con questa
figlia che ora viene loro restituita.
La poverina a sua volta vorrebbe restare in questa nuova casa che non
è più casa sua, perché non saprebbe altrimenti dove
andare, ma istintivamente si rende conto di non essere la benvenuta. L'orgoglio
potrebbe spingerla a rifiutarsi categoricamente di tornare in famiglia,
onde evitare di sottoporsi ad un giudizio impietoso per un atto in fondo
involontario cui, da ragazza, è stata spinta dagli stessi genitori
i quali, preferendo ciascuno la propria figlia, a loro volta non hanno
fatto altro che aggravare l'atmosfera di cronica incomprensione coniugale.
Dopo diciassette anni trascorsi in quasi totale isolamento (una metafora
politica?), Tao Lan non ha più nulla da perdere o da guadagnare:
è un'alienata, estranea a se stessa, al mondo esterno dal quale
è mancata per troppi anni (praticamente un periodo equivalente
a tutta la sua precedente esistenza), e soprattutto estranea ai suoi genitori
e alla solidarietà cui si appella quella Chen Jie che si è
offerta di accompagnarla a casa. Fisicamente e psicologicamente Tao Lan
non è più la stessa persona di quando è finita in
prigione, dove ha vissuto una vita perfettamente equivalente e speculare,
sostituiva del suo drammatico passato. Un passato che ora, forzatamente,
le autorità vorrebbero restituirle mettendo a disagio sia lei che
i suoi ex-genitori, i quali per molti versi erano riusciti per tanti anni
a sfuggire a ogni esame di coscienza retroattivo, considerando l'accaduto
alla stregua di una disgrazia irrimediabile, onde convivere con la presunta
disgrazia e rassegnarvisi.
L'atteggiamento passivo comune un po' a tutti i protagonisti del film
va ben al di là della circostanza specifica: l'unico gesto di protesta
verso una situazione ingiusta e insostenibile, seppure circoscritta all'ambito
familiare, l'ha compiuto Tao Lan verso la perfida sorellastra Yu Xiaoqin,
ma è stata per questo punita con l'isolamento fisico e temporale.
La detenzione per la ragazza ha significato un progressivo e programmatico
smarrimento del sé, attraverso cui il sistema giudiziario è
riuscito a estirpare alla radice il comportamento deviante e con esso
ogni altro stimolo vitale. La protagonista ha perso perciò ogni
interesse attivo e autocosciente nei confronti della vita, perché
da un certo momento in poi ha smesso oggettivamente di vivere.
La persona che ora viene restituita al mondo e alla cosiddetta libertà,
quella di cui dovrebbero godere persone come i suoi genitori o gli abitanti
dell'intera nazione, è un vegetale rabbonito dallo stato di cattività
in cui ha vissuto per diciassette anni. Un periodo di tempo preciso, che
ha finito con il rappresentare fatalmente l'unità di misura standard,
il denominatore, il modulo temporale della sua vita, simmetricamente suddivisa
nei primi diciassette trascorsi nella prigione familiare e nei successivi
diciassette all'interno della prigione statale. Lo straniamento della
ragazza è lo stesso del film, suddiviso a sua volta in due blocchi
equivalenti e in sostanza indifferenti l'uno all'altro. Mentre lo smarrimento
dei genitori riflette un atteggiamento altrettanto meccanico e passivo
nei confronti della vita rispetto a quello di Tao Lan: sospinti da difficoltà
materiali, hanno creato disparità in seno alla famiglia, contribuendo
al sorgere e al delinearsi di due personalità molto diverse nelle
due sorellastre: da un lato il senno ostentato di Yu Xiaoqin, costretta
suo malgrado a sembrare all'esterno migliore di quanto non fosse: dall'altro
la negligenza introversa e sofferta di Tao Lan, tipico capro espiatorio
di una serie di patologie familiari latenti.
E dopo aver fomentato l'attrito reciproco, quegli stessi genitori hanno
accettato supinamente la tragedia, così come si sono lasciati spostare
di casa e di quartiere, e a diciassette anni esatti di distanza non hanno
più nemmeno la forza di opporre resistenza al ritorno della figliol
prodiga, divenuta una perfetta e innocua estranea. Infatti la accettano,
almeno formalmente, poiché ad accompagnarla è Chen Jie,
una ragazza in divisa che incute loro timore, cautela e riverenza.
Il delitto ha convinto i genitori di Tao Lan dell'ineluttabilità
delle loro condizioni familiari, cui si sono arresi come ad un cupo e
incomprensibile destino. Persino Chen Jie si sta sforzando automaticamente,
attraverso quella che considera una buona e doverosa azione, di trovare
in tutto questo sfacelo morale e materiale (che è allo stesso tempo
sia privato che politico), tra i rimorsi di un passato rimosso e le macerie
di un presente precario e anonimo, una via giusta e positiva da percorrere
e additare ai protagonisti di cui, per qualche ora, condivide il malessere.
Chen Jie è appena una ragazzina volenterosa, investita delle mansioni
di pubblico ufficiale, troppo giovane e velleitaria per poter svolgere
un'analisi comparata tra il prima e il dopo, i diciassette anni corrispondenti
all'infanzia e all'adolescenza di Tao Lan e i successivi diciassette anni
di vuoto e di reclusione. Non può farlo così come non possiede
gli strumenti adeguati, generazionali e anagrafici, per affrontare in
senso lato una riflessione sulla storia recente della Cina. Dove diciassette
anni lasciano intravedere un'acuta frattura nei rapporti privati. Dunque,
un cortocircuito non soltanto temporale.
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