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Michael Moore ( USA, 2003, 122')
Documentario sugli eventi del dopo 11 settembre. Moore
racconta cosa è successo negli Stati Uniti dopo l'attacco alle
torri gemelle e soprattutto di come il presidente George W. Bush abbia
usato politicamente a suo favore il tragico evento. Ecco perché
questo testo rispecchia in pieno i problemi più scottanti dell'America.
La telecamera di Michael Moore filma con scetticismo il Presidente George
W. Bush ed i suoi consulenti. Prendendo come punto di partenza la controversa
elezione del 2000, il regista illustra l'improbabile ascesa al potere
del mediocre petroliere texano che diviene nel giro di poco tempo padrone
del mondo libero. Moore rivela i legami personali e finanziari che uniscono
la famiglia Bush a quella di Bin Laden e gli effetti devastanti della
guerra in Iraq.
Un film da Pulitzer. Partiamo dal presupposto che quanto
viene raccontato e abilmente montato sia vero, come si fa a dare la
Palma d'Oro a Cannes senza dargli come minimo il premio giornalistico
più ambito del Pianeta? Sì, perché, sempre partendo
dal presupposto che la sceneggiatura di Fahrenheit 9/11 si sia scritta
da sola e che l’irriverente regista, Michael Moore, abbia solo
ripreso i momenti più salienti della presidenza Bush e dato un
tocco di sana ironia agli eventi pre e post 11 settembre, Fahrenheit
9/11,diciamocelo pure, non è un film. E' un'inchiesta appassionata
che incastra senza indugio e senza temere le conseguenze, l'uomo più
potente del mondo. E non solo. Incastra anche quel manipolo di uomini
che la storia la scrivono ogni giorno, e non perché eroi. La
fanno perché decidono di farla, per non soccombere. Per non rinunciare
a status e privilegi che solo soldi e potere possono assicurare. Uomini
e donne che per non perdere ciò che tranquillamente sprecano
perché in eccesso, non disdegnano di sacrificare vite umane,
i figli degli altri, ragazzi anche adolescenti reclutati tra studenti
e disoccupati in famiglie che non hanno nulla da perdere. Perché?
Perché non hanno nulla. Il conflitto diventa così un'occasione
da non perdere, una via d'uscita dallo squallore e dalla miseria delle
periferie. La guerra diventa un gioco dove ci si esalta non appena si
avvista il nemico. Basta spararsi musica a tutto volume nelle orecchie
e sparare, sparare, sparare, come in un videogame. Basta poco insomma
per trasformare perfetti sconosciuti innocenti nel peggior nemico. Basta
poco, un fucile, una canzone. E poi, dato che la statistica non è
un'opinione, qualcuno di questi eroi bambini ci rimane. Così
che quel brano che ha incitato all'odio diventa anche la colonna sonora
della propria morte. L'odio, d'altronde, non può che portare
lì, alla morte. Una pellicola insomma che definire coraggiosa
e incosciente è poco. Un atto di accusa contro un uomo, l'attuale
presidente degli Stati Uniti, che in realtà è un sistema,
ineliminabile perché invisibile. E l'invisibile si sa è
inesistente. Grazie Michael Moore. Grazie per il pugno nello stomaco.
Per una che quando al Tg danno i servizi di guerra cambia canale è
stata dura resistere tutta la proiezione. Ma ne valeva la pena. Non
ne vale la pena quando i servizi sono confezionati con aggettivi studiati
appositamente per risultare strazianti e fare audience senza spessore.
Fahrenheit 9/11 apre gli occhi su una realtà difficile da immaginare
e da digerire, fa entrare nel ruolo non solo della vittima ma anche
del connivente. Concludiamo ricordando che tutti noi siamo vittime di
persone senza ideali e senza idee. C'è una cosa però che
possiamo fare ed è informarci. Un modo è leggere. L'altro
è andare al cinema per ascoltare una voce fuori dal coro: quella
di Michael Moore.
(Iolanda Siracusano e Valeria Venturin)
FilmChips (27/8/2004)
Iolanda Siracusano
Spero che nessuno rida guardando Fahrenheit 9/11 di
Michael Moore, nonostante il susseguirsi di gag, di battute, di trovate
apparentemente comiche in questo film che non lascia neppure un fotogramma
senza una netta intenzione politica. L’intenzione è una implacabile
accusa contro il presidente americano George Bush, una arringa senza pause
e senza tregua. Ma né la frequente scossa di comicità né
la forza dell’accusa sono il vero filo conduttore del film. Contro
le apparenze, contro le involontarie risate che farete guardandolo, Fahrenheit
è un film tragico, percorso da una profonda tristezza e da un filo,
appena un filo di speranza. Quello che vedete vi sembrerà una presa
in giro di George Bush, un uomo disorientato e incapace - ma sostenuto
da amici potenti - che vince le elezioni col trucco e dichiara con l’inganno
una guerra pericolosa, dall’esito paurosamente incerto («10
anni per uscirne», ha annunciato nei giorni scorsi il quotidiano
americano «Usa Today»). L’uomo che vedete, vero protagonista
del film, vi apparirà qualcuno che non è intelligente, non
è spiritoso, non ha alcun carisma, non è in grado di richiamare
attenzione, raramente completa (se non legge) una frase, raramente pronuncia
giusto un nome o una parola che non gli siano consueti, e spesso appare
incerto in attesa di un copione. D’accordo, con i montaggi si fanno
miracoli e questo film di Michael Moore è un capolavoro di montaggio.
Ma non c’è montaggio in un punto chiave della storia. Il
giorno è l’11 settembre, il luogo è una scuola elementare
della Florida, l’ora, sovraimpressa alla scena fin dal momento in
cui quella sequenza è stata ripresa, indica che sono le 9 del mattino.
Attenzione, le 9 del mattino dell’11 settembre. Sono passati 15
minuti dal momento in cui il primo aereo dirottato è andato a esplodere
contro la prima delle due torri gemelle, quella più a nord-est.
Nell’inquadratura si vede che qualcuno comunica qualcosa al presidente,
che guarda nel vuoto e poi comincia a leggere per i bambini da un libro
di fiabe. Sono passati 11 minuti dall’impatto mortale di un altro
aereo dirottato contro la seconda torre, quella di sud-ovest. Infatti
vediamo che il presidente degli Stati Uniti viene avvertito con la frase
«signor presidente, il Paese è sotto attacco». Sono
le 9,06, le 9,07, le 9,10 (leggiamo lo scandire dei minuti in basso a
sinistra) e Bush - che ha smesso di leggere la fiaba - non si muove e
guarda in modo interrogativo verso la camera. Quel viaggio per visitare
bambini e scuole in uno Stato governato dal fratello Jeb evidentemente
non prevedeva la presenza di un consigliere capace di intervenire e decidere.
C’è scritto 9,15 sullo schermo, quando si vede qualcuno che
viene a prendere Bush. «Non mi convince, nessuno è così
stupido», ha detto Norman Mailer, lo scrittore americano, intervistato
dal figlio sul «New York Magazine» del 9 agosto. Nessuno ha
smentito Moore. Il film di Michael Moore non è stato investito
o fermato in alcuna smentita. Non nella parte iniziale, in cui si racconta
(e si vedono alcune scene esemplari) che il neo eletto George Bush ha
speso il 42% del suo primo anno di presidenza in vacanze nel suo ranch.
Non nei giorni che precedono l’eccidio di Manhattan, in cui sia
Bush che Rumsfeld che Colin Powell che Condoleeza Rice negano recisamente
che Saddam Hussein sia un pericolo. Non nella evidenza visiva dei riguardi
usati verso la potente famiglia saudita Bin Laden (la famiglia a cui appartiene
il terrorista Osama) a cui viene messo a disposizione l’unico aereo
che decolla dagli Stati Uniti due giorni dopo l’attacco alle torri.
Anche il montaggio della fase in cui scatta la decisione di fare di Saddam
Hussein il nemico è esemplare: una frase dopo l’altra, tutte
filmate, tutte in sequenza, tutte non smentibili, mostrano come si fa
a far salire la febbre, a costruire, colpo su colpo, l’immagine
del nemico, spingendo sempre più gente a credere nelle armi di
distruzione di massa, nelle armi chimiche, nervine, infettive, atomiche.
Mostrano una immensa e riuscita mobilitazione dei media, che stanno al
gioco in perfetta sintonia. È il gioco sanguinoso del patriottismo
cieco, uno slancio di fede che esime dal discutere e chiede di ubbidire.
Questa è la prima parte, logica e lucida, di un appassionato argomento
di opposizione tanto più efficace quanto più implacabilmente
provato. Ma qualcosa di cupo e di tragico avvolge all’improvviso
gli spettatori nelle sequenze di guerra. Una ragione è che di questa
guerra non si è visto quasi niente, quasi solo militari che si
spostano ed esplosioni da lontano, e questa sorta di embargo ha funzionato
sia per l’Europa che per l’America. Ma l’altra ragione
è che lo spettatore del film di Michael Moore è in grado
di rendersi conto, mentre vede i corpi straziati, mentre la camera entra
e sosta in retrovie colme di sangue, di donne e bambini che nessuno aveva
mai mostrato prima, che il sangue vero è il frutto di una enorme
messa in scena, di una folle rappresentazione artificiale e finta, per
combattere niente, per infliggere colpi immensamente potenti nel vuoto.
Abbiamo assistito a una vasta operazione pubblicitaria che ha piegato
evidenza, consapevolezza, conoscenza, esperienza, buon senso. E dove di
vero, spaventosamente vero, ci sono solo i cadaveri. Qui il montaggio
è cambiato, è lento, con lunghe sequenze che non risparmiano
nulla. Qui la voce si fa più rada e benché il commento (la
voce di Michael Moore) continui a essere fattuale (luoghi, dati, cifre)
nella tradizione americana, la voce ti guida dove l’opinione pubblica
d’Europa e d’America non erano finora arrivate. Il punto in
cui la falsa propaganda diventa morte. Il disagio che provi è nella
disturbante somiglianza di questo film-verità con la pura invenzione
cinematografica. E, anzi, con richiami fortissimi a celebri denunce (fotografie,
disegni, tavole illustrate, tremende caricature) della prima guerra mondiale.
Il disagio che provi è nel sapere che è tutto vero, ai nostri
giorni, in piena epoca di presunto progresso e civiltà. Ma il viaggio
di Michael Moore continua con la sua desolata esplorazione nel territorio
delle vittime e dei soldati, ovvero sul versante del terribile prezzo
americano. Siamo sui carri armati in cui i soldati si chiudono prima di
correre lungo strade devastate e ostili riempiendosi le orecchie di musica
rock che ricevono in cuffia, sotto l’elmetto, invece di ordini.
Siamo nei quartieri desolati d’America, dove i marines vanno in
cerca di reclute stanate dalla disoccupazione, dalla povertà, dalla
noia, dal vuoto. Siamo nei cimiteri americani dove arrivano i corpi dei
soldati uccisi ogni giorno, con l’ordine che nessuno deve saperlo,
nessuno deve filmarli. Dei morti in guerra non si deve parlare. E la camera
di Moore può solo fermarsi sulla solitudine immensa di padri e
di madri per la morte dei figli di cui nessuno deve sapere, in un isolamento
da fantascienza in cui ogni morte è una sola morte, legata a nulla,
seguita da nulla, dolore e silenzio. Siamo in un Paese che Bush ha isolato
dal mondo, che porta il peso sanguinoso di una guerra che non finisce,
un Paese che venera la verità ed è spinto a combattere da
una catena di bugie, che ama se stesso e vede la sua immagine deformata
dal mare di ostilità che lo circonda, che è orgoglioso della
sua libertà e si trova di fronte l’incubo di Abu Grahib e
di Guantanamo. È l’America di Bush, che questo film racconta
in un intervallo di profonda tristezza e di stordimento, come i soldati
che corrono fra le strade distrutte da Kirkuk e Najaf con la musica rock
che martella dentro il casco, e il rischio continuo dell’autobomba.
Il filo di speranza è che questo film sia stato fatto, che abbia
riempito le sale di tutta l’America, che sia stato visto da milioni
di persone nell’anno delle elezioni presidenziali
l'Unità (26/8/2004)
Silvia Colombo
BIOGRAFIA
SU MICHAEL MOORE
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