
di Mathieu Kassovitz (Francia -2000,105')
con Vincent Cassel, Jean Reno

È un bel thriller, I fiumi di porpora, un thriller che fa paura.
E non soltanto per le situazioni macabre e truculente (cadaveri orrendamente
mutilati, tombe scoperchiate), ma per il susseguirsi serrato degli eventi,
ciascuno dei quali aumenta la voglia di conoscere quello successivo.
Kassovitz è il regista del mitico L'odio.
TARMA
Due poliziotti: uno è l'esperto criminologo Jean Reno, l'altro
l'intrepido ispettore Vincent Cassel. Reno è stato chiamato a
Guenon, un'élitaria cittadina universitaria inserita in un aspro
paesaggio montano, in seguito al ritrovamento di un cadavere, sadicamente
torturato e mutilato delle mani e de gli occhi. Cassel si trova in un
paese a 200 chilometri di distanza e investiga sulla profanazione della
tomba di una bambina morta nel lontano 1982. Ma le strade dei due detectives
sono destinate a incrociarsi perché le loro inchieste portano
sulla stessa pista.
La Stampa (29/10/2000)
Alessandra Levantesi
I francesi tentano la via del thriller all'americana e fanno centro,
almeno sotto il profilo commerciale. Costato la bella cifra di 30 miliardi,
I fiumi di porpora ha totalizzato in patria ben 2 milioni e mezzo di
spettatori; e stando a "Variety", pare che il film abbia già
coperto il budget con le vendite all'estero lo scorso maggio a Cannes.
Un'operazione vincente per la Gaumont e una soddisfazione per il giovane
regista Mathieu Kassovitz il quale, mettendo da parte le meno remunerative
ambizioni autoriali espresse in pellicole come "L'odio" e
"Assassins", ha accettato di cimentarsi con il cinema di genere.
Basato sull'omonimo romanzo di Jean-Christophe Grangé (Garzanti),
Come qualcuno ha notato, I fiumi di porpora ha qualche somiglianza con
Seven di David Fincher. Pur essendo l'ambientazione differente - lì
una metropoli, qui una suggestiva cornice alpina fra neve, ghiacciai
e piogge torrenziali - anche la pellicola francese è immersa
in un'atmosfera plumbea e inquietante; e si respira un'aria quasi metafisica
nella scoperta di una società non meno colpevole dei mostri che
partorisce. Su questo piano, ben coadiuvato dall'ottimo direttore di
fotografia Thierry Arbogast, Kassovitz si dimostra all'altezza. Se c'è
qualche compiacimento e la musica è troppo invadente, nell'insieme
la regìa è forte, la suspense sostenuta e gli attori validi,
soprattutto Reno che ha un indubbio carisma divistico. Dove il film
non convince è nello scioglimento: ci sono meno morti che nel
libro, ma la spiegazione del mistero resta confusa e deludente.
Film TV (31/10/2000)
Alberto Crespi
Alta Savoia, zona di Grenoble: viene ritrovato, sulla
parete di un monte, il cadavere di un uomo morto molto, molto male.
L'hanno mutilato e torturato "scientificamente", tenendolo
in vita per ore con tecnica degna del peggior aguzzino. Intanto, in
un paesino vicino, la tomba di una bambina morta dieci anni prima viene
profanata. Lo sbirro Jean Reno indaga sul primo caso; l'altro sbirro,
Vincent Cassel, sul secondo. Avete già capito: ben presto le
indagini diventano una sola, e si incentrano sulla vicina università
arroccata fra i monti, dove succedono cose molto, molto strane... .
Vi abbiamo già detto fin troppo, parlandovi dell'ateneo e dei
torbidi giochi di potere fra "prof". I colpi di scena orchestrati
dalla nervosa regia di Mathieu Kassovitz non sono finiti, ma peggiorano
man mano che il film va avanti. Come spesso succede nei thriller mistico-esoterici,
I fiumi di porpora è affascinante finché il mistero incombe,
ma casca a pezzi non appena Kassovitz (seguendo la pista del romanzo
di Jean-Christophe Grangé) comincia a spiegarlo. L'atmosfera
alla "Seven" regge comunque per tre quarti di film, grazie
soprattutto a all'ambientazione alpina e all'alchimia fra Reno e Cassel.
Ripensando ad Assassin(s), poteva andare molto peggio.
la Repubblica (29/10/2000)
Roberto Nepoti
Due poliziotti diversi come il giorno e la notte, Pierre
Niémans (Jean Reno) e Max Kerkérian (Vincent Cassel),
sono incaricati di due indagini apparentemente indipendenti l'una dall'altra.
Invece le piste convergono e obbligano il navigato poliziotto di strada
e il giovane, nervoso ispettore a collaborare malgrado le divergenze
personali. Il soggetto sembra quello di uno dei tanti polizieschi americani
per coppie inter generazionali di star maschili (genere Seven); invece
è tutta roba francese: un romanzo nerissimo di JeanChristophe
Grangé e, alla direzione, Mathieu Kassovitz, impalmato ragazzo
prodigio ai tempi dell'"Odio". Senza contare le montagne della
Savoia, dove ha sede una strana università di cervelloni teatro
di lugubri delitti. È un bel thriller, I fiumi di porpora, un
thriller che fa paura. E non soltanto per le situazioni macabre e truculente
(cadaveri orrendamente mutilati, tombe scoperchiate), ma per il susseguirsi
serrato degli eventi, ciascuno dei quali aumenta la voglia di conoscere
quello successivo; per lo scenario montano solenne e incombente, che
spalma sui fotogrammi un continuo senso di minaccia; per la regia di
Kassovitz, efficace e potente. Altrove troppo compreso nel proprio ruolo
di autore con qualcosa da dire - vedi Assassin(s) - qui il giovane Mathieu
si mette al servizio del genere, deciso a rispettarne le regole piuttosto
che a rivisitarle; come a dimostrare quel che è capace di fare
nel cinema di puro intrattenimento. Gli ottanta milioni di franchi spesi
non sono affatto sprecati. I codici e le leggi del noir hanno solide
radici nel cinema francese: I fiumi di porpora rinverdisce la tradizione
nazionale immettendo quel tanto di realismo cherafforza, anziché
affievolirla, l'atmosfera romanzesca intessuta di eventi eccezionali.
Kassovitz dispone di un ottimo senso dello spazio e lo mette a profitto
per rendere più appassionante l'intrigo. L'unico problema è
l'intreccio assai complicato, che nell'ultima parte moltiplica le spiegazioni
e le ellissi narrative imprimendo un'accelerazione eccessiva al film;
senza che, peraltro, tutto risulti chiaro a chi non ha letto il romanzo.
Ormai diviso tra il cinema europeo e quello hollywoodiano, Jean Reno
("Léon") è un poliziotto nella grande tradizione
dei duri che celano inquietudini profonde. Debordante di energia, Vincent
Cassel gli dà la replica piuttosto bene.
Ciak (1/12/2000)
Pietro Calderoni
L'inclinazione seriale di un killer come strumento per
contrastare la serialità vincente del cinema americano? Mathieu
Kassovitz ci prova con I fiumi di porpora, dal romanzo di Grangé,
dimenticando di essere stato enfant prodige di un cinema "contro"
(L'odio). Il risultato è paragonabile a un "Royal col formaggio"
(ricordate Pulp Fiction?), ovvero il medesimo film-hamburger a cui ci
hanno abituato gli Usa, in cui solo il titolo originale è made
in France. Una pellicola a base degli stessi sapori forti a cui ci siamo
assuefatti - la sequenza iniziale che richiama Seven - in grado di tenere
incollati alla poltrona grazie all'ambientazione gelida e misterica,
alla recitazione asciutta di Jean Reno), alla trama che olezza di putrescente
follia neo-nazista; e a quell'atmosfera di mostruosità montante
che si perde in un finale troppo pasticciato.
Il Giorno (4/11/2000)
Silvio Danese
Noir francese, d'ambiente, con iniezione di horror hollywoodiano.
Nei borghi montani sopra Grenoble l'assassinio di un bibliotecario d'università,
seviziato e mutilato, e il decesso anteriore di una bambina combinano
un unico mistero, su cui indagano Jean Reno (tornato in patria con furore)
e Vincent Cassel (che la mette giù anche più dura). Tra
il rettore, i professori e gli studenti un feroce patto razziale nasconde
il movente di un serial killer. Da quando Seven ha esposto allo sguardo
dello spettatore, brutalmente incantato, la contemplazione di corpi
morti seviziati (ma sempre così finti da sembrare veri), il cinema
di genere si spinge a frequentare una sorta dinecrofilia della cinepresa
a caccia di sensazioni. Qui il freddo della morte va in risonanza con
l'immobile mistero dei ghiacciai e l'algida cupezza della gente di montagna.
È la cosa più riuscita. Il carattere impenetrabile dell'investigatore
di città, l'ostilità della provincia, l'oscura brutalità
del Male, la sfida del killer all'intelligenza del detective le abbiamo
ormai ruminate alla nausea. Matthieu Kassovitz (L'odio), neo-iperrealista
del "banlieue", tenta di recuperare dopo il flop dell'ultimo
film Assassin(s) imitando Argento.