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di Norman Jewison (180')
TRAMA
In una sequenza i tre agenti immobiliari di Toronto sostenitori di Rubin
Carter hanno un incidente d'auto, provocato dal temibile avversario, il
malefico poliziotto Vincent Della Pesca. Deborah Kara Unger esce dalla
macchina fracassata, ha la stessa espressione allucinata che aveva in
Crash di David Cronenberg. I suoi amici, John Hannah e Liev Schreiber,
comunicano la medesima sensazione di straniamento: potrebbero trovarsi
in qualunque altro film, e tutti quanti sembrano chiedersi che ci fanno
nel film di Norman Jewison.
Il problema di The Hurricane,
oltre alla convenzionale forma filmica (Jewison rimane per questo cineasta
degli anni settanta), è la giustapposizione superficiale dei personaggi.
Caratteri che dovevano essere ben definiti per tracciare il tema fondamentale
del film: la contrapposizione razziale tra bianchi e neri, tra stereotipi
eretti da una parte e dall'altra. Ma l'unico momento in cui tale operazione
funziona è un sincero e rivelatore dialogo in cella tra Rubin Carter
e un vecchio detenuto di colore: "pensi che i bianchi siano davvero
cattivi? Ho conosciuto una volta un bianco e mi ha salvato per tre volte
la vita... certo però non sanno ballare... ". Ogni dialettica
è invece pregiudicata poiché Jewison liquida le caratteristiche
psicologiche di Della Pesca, il quale continua misteriosamente a ringhiare
e a sbavare pur di veder rovinato Carter che sembra così vittima
di un odio personale piuttosto che dell'intera società razzista
di quell'epoca in cui i bianchi avevano poteri assoluti.

La storia del pugile quasi
campione dei pesi medi, incastrato nell'accusa d'omicidio e condannato
a tre ergastoli, è realmente accaduta e ha coinvolto nella lotta
ventennale per il rispetto dei diritti civili anche Bob Dylan che dedicò
una canzone a Carter intitolata proprio Hurricane (uragano). L'interpretazione
di Denzel Washington è l'unica cosa per cui vale la pena di vedere
il film. Grazie alla sua straordinaria capacità di esprimere sentimenti
diversi, Washington costruisce una convincente biografia di Rubin Carter,
passando straordinariamente dalle difficili performance sul ring all'altezza
di Toro Scatenato, alle scene più truculente dentro la prigione,
e alla disperazione finale, dopo le numerose umiliazioni del tribunale
di New Jersey, nel giocare l'ultima e pericolosa carta di fronte alla
Corte Suprema. Le ultime sequenze processuali sono davvero goffe. Tutti
gli interpreti gigioneggiano allegramente, dalla smorfia del già
citato Della Pesca, alla caricatura del giudice Sorokin (Rod Steiger),
le macchiette della guardia carceraria buona, e i buffi avvocati delle
opposte parti, tutto secondo copione.
© 2000 reVision, Andrea Caramanna
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