Titolo originale Les invasions barbares
di Denys Arcand
Colore – 35mm / Anno Produzione: 2002 / Nazionalità:Francia/Canada
/ Durata:99’

TRAMA:
Sferzante, cinico, diretto, il film mostra uno spaccato di
vita comune a molte persone. Racconta la vita così come è,
ricca di dolori e allegrie, di passioni e rinunce. Tratta argomenti
"scottanti" come quello della droga da usare per fini terapeutici,
quello dell'eutanasia, quello della corruzione e della mala sanità.

SCHEDA:
Regista DENYS ARCAND
Soggetto di DENYS ARCAND
Sceneggiatura di DENYS ARCAND
Fotografia GUY DUFAUX
Montaggio ISABELLE DEDIEU
Musica PIERRE AVIAT
Una produzione di CINEMAGINAIRE INC.
Distribuita da BIM Distribuzione
PREMI: Oscar 2003 come « Miglior film straniero »
Premio per la miglior attrice (Marie-Josee Croze) e per la miglior Scenggiatura
al 56mo Festival di Cannes (2003)
David di Donatello 2004 per Miglior film straniero

RECENSIONI:
05/12/2003 - Consumismo, potere, arroganza: un ritratto ironico e spietato
del mondo occidentale firmato Arcand
Sedici anni dopo, i protagonisti del Declino dell'impero americano
hanno smesso di litigare e amoreggiare, scontrarsi e ritrovarsi, accusarsi
e poi subito raccontarsi gioie e dolori. C'è chi si è
sposato e ha costruito una famiglia, chi ha divorziato, chi si strugge
al pensiero della figlia tossicodipendente e chi si dà ancora
da fare in cerca di conquiste. Ma ognuno per la sua strada. La vita
decide di riunirli, ma l'occasione non è delle più allegre.
Remy, docente di storia all'università, scopre di avere un cancro.
La ex moglie chiama al capezzale il figlio manager di successo mentre
la figlia, in viaggio per una ricerca biologica su una barca a vela,
non può rispondere all'appello. Di fronte alla gravità
della malattia del padre, Sébastien telefona ai vecchi amici
e tutti accorrono. Il tempo ha segnato le loro facce ma non la brillantezza
delle menti. Nessuno si lascia andare alla tristezza, il come eravamo
è infarcito di ironia e non certo di lacrime. La camera della
clinica si trasforma nel palcoscenico sul quale i vecchi sodali tornano
a recitare un copione ben noto eppure non per questo meno arguto e stimolante.
Nulla è tuttavia sufficiente per strapparlo al cancro. Quando
la ragione fa dire basta alle cure, Remy si rifugia in una casa in riva
al lago ad aspettare la morte. Una sceneggiatura perfetta, segnalata
con un premio a Cannes, e un gruppo di attori in stato di grazia, sono
le armi di cui Arcand si serve per far rivivere i sarcastici fustigatori
della società che avevamo imparato a conoscere nel precedente
film. In Le invasioni barbariche acquistano un lato più umano,
ammantati della saggezza tipica dell'età matura. E se i corpi
decadono e l'esistenza scivola tra le mani, i nostri rispondono cercando
di affrontare il pensiero della morte con il distacco che regala il
sapere. Ma è proprio vero? L'intelligenza che in un primo momento
sembra aiutare Remy e compagni si ritorce loro contro, acuendo ferite
e dolori. La si potrà usare, d'ora in avanti, solo per scegliere
di morire con dignità e tentare di accettare l'inaccettabile.
Quanto ai barbari, sono coloro che se ne servono esclusivamente per
far soldi e fagocitare le culture umaniste, come ben rappresenta la
figura di Sébastien, tipico esempio di neobarbaro. Per lui la
morte del padre arriva forse troppo presto, quando non può ancora
capire la lezione che la vita gli sta impartendo, e infatti decide di
riconsegnarsi a un ambiente ipocrita e corrotto. Il passaggio al mondo
barbarico è definitivamente segnato, e Arcand lo denuncia a gran
voce in un'opera che è a tutti gli effetti un apologo contro
società occidentale. Il declino si è completato lasciando
inesorabilmente spazio agli invasori.
Angela Prudenzi