
di Amos Gitai (Israele / 1999 / 110')
con Yael Abecassis,Yoram Hattab, Meital Barda, Uri Ran Klauzner
TRAMA:
Questo duro film del regista israeliano è ambientato nella comunità
ortodossa del paese: il matrimonio forzato e il ripudio della donna
sterile autorizzati dall'ultra ortodossia ebraica.
La storia è ambientata nel quartiere ultra - ortodosso di Mea
Shearim a Gerusalemme, ovvero nell'universo della religione. Meir (Yoram
Hattab) e Rivka (Yael Abecassis) sono sposati da dieci anni, si amano
appassionatamente e non hanno figli, per questo il rabbino capo della
loro comunità ne è preoccupato. La sorella di Rivka, Malka
(Meital Barda) è innamorata di Yaakov (Sami Hori) che ha scelto
di vivere al di fuori della comunità. Il rabbino ha però
deciso di darla in sposa a Yossef (Uri Ran Klauzner), il suo fedele
assistente.
Nel frattempo il capo della comunità stabilisce anche che Meir
deve ripudiare Rivka e sposare Haya in modo da assicurare la sua discendenza:
a quel punto la coppia non ha nessuna scelta. Rivka lascia la sua casa
e lentamente sprofonda nel silenzio e nella solitudine; confrontata
con questa disperazione, sua sorella Malka decide di utilizzare la ribellione
come via d'uscita da questa terribile situazione.
Il film è diretto dall'israeliano Amos Gitai, che chiude la sua
trilogia dedicata alla modernità in Israele attraverso il ritratto
di tre grandi città radicalmente diverse. Infatti dopo "Devarim"
girato a Tel Aviv sulla generazione dei quarantenni e dopo "Giorno
dopo giorno" che mostrava Haifa e la sua società mista di
israeliani e palestinesi, con Kadosh il regista analizza Gerusalemme,
centro spirituale delle tre grandi religioni monoteiste.
Attraverso la storia delle due donne confinate nell'universo claustrofobico
del quartiere ebraico vengono mostrate le contraddizioni di un sistema
pensato e scritto dagli uomini che assegna alle donne solamente la funzione
di riproduzione. La speranza di Gitai è quella che il suo paese
si iscriva finalmente nella modernità e nell'uguaglianza dei
sessi.
FilmUP.com
"Il cinema è l’arma più forte".
Con queste parole, il 28 aprile 1937 Benito Mussolini inaugurava gli
stabilimenti di Cinecittà, mettendo, così, in evidenza
quale formidabile strumento di propaganda può diventare il mezzo
cinematografico. Anche se il parallelismo potrebbe apparire un po’
troppo ardito, guardando il nuovo film del regista israeliano Amos Gitai
Kadosh (sacro) non si può che condividere questa asserzione.
Già, perché la pellicola in questione, presentata al festival
di Cannes e uscita qualche tempo prima delle elezioni per il rinnovo
del parlamento israeliano e l’elezione del primo ministro, ha
avuto, secondo molti, grande peso nella vittoria del leader laburista
Barak, contro le forze dell’estremismo religioso. E bisogna ammettere
che il ritratto di Mea Shearim, il quartiere ultraortodosso di Gerusalemme,
che il cineasta israeliano ci presenta risulta veramente indigesto a
qualsiasi persona dotata di un minimo senso dell’equilibrio. Anche
perché la forza di Kadosh risiede nel fatto che, pur parlando
di una comunità lontana mille anni luce dal nostro modo di vivere,
i drammi dei protagonisti del film sembrano vicini a noi, tanto che
lo spettatore è in grado di calarsi perfettamente in questa realtà
e partecipare alle loro sofferenze.
La tragedia che si consuma in Kadosh riguarda due sorelle: Rivka e Malka.
La prima è sposata da dieci anni con Meir, i genitori le hanno
scelto lo sposo, come è tradizione a Mea Shearim, eppure la loro
unione sarebbe felice, se fosse allietata dalla nascita di un bambino.
Dopo molti tentennamenti, l’uomo viene costretto a divorziare
dalla moglie sterile che, in quanto tale, non assolve ai suoi compiti.
Ma Rivka nel suo dolore non è sola, accomunata da un triste destino
c’è la sorella Malka, che viene data in sposa a un uomo
che non ama, in quanto il suo cuore è già stato conquistato
da un giovane musicista che ha deciso di vivere fuori dalla comunità.
Di fronte a scelte che le sono state imposte, Malka reagisce in maniera
diversa dalla sorella che, invece, accetta l’allontanamento dalla
casa e dal marito.
Gran parte del merito del film va senz’altro al regista che ha
saputo creare una narrazione scarna e compatta, in grado di sviscerare
la vicenda attraverso dialoghi secchi e inquadrature incollate sui volti
dei protagonisti. Una scrittura, insomma, che non fa concessioni al
sentimentalismo, ma che allo stesso tempo, mette da parte il registro
del documentario, per partecipare della storia dei personaggi. Importante
si rivela anche la recitazione dei diversi attori, in grado di connotare
i personaggi della pellicola, senza cadere nel patetico (e il rischio
c’era), in particolare splendida la prova Yael Abecassis, la moglie
ripudiata e Meital Barda (Malka), che ha vissuto un a storia simile
a quella del suo personaggio: proveniente da una famiglia religiosa
ha dovuto abbandonare i genitori, per realizzare il suo sogno di diventare
attrice.
Irene Fornari
www.tempimoderni.it