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di Andrew Niccol (USA, 2005, 120')
con Ian Holm, Jared Leto, Ethan Hawke, Bridget Moynahan, Eamonn Walker,
Nicholas Cage
Trama:
spirato ad una storia vera, il film rimane sospeso tra l'opera di denuncia
e cronachistica e la commedia esistenziale di una vita vissuta al di
sopra degli schemi della presunta normalità. Semplicemente d'antologia
tutta la prima sequenza dei titoli iniziali che ripercorre il viaggio
di un proiettile: dalla fabbrica al cranio di un bambino soldato.
Non basta non sparare. La guerra la fa anche chi con
il suo business contribuisce ad armare chi si spara. Ce lo insegna l'ultimo
film di Andrew Niccol, "Lord of War", interpretato da un grandissimo
Nicolas Cage e da altrettanto superbi, Ethan Hawke, Jared Leto, Ian Holm.
Yuri Orlov (Nicolas Cage) è uno che nella vita non si accontenta
e pur di non sbarcare il lunario e basta, decide di buttarsi nel a dir
poco remunerativo campo del traffico di armi. A suon di mazzette e spudoratezza,
il nostro eroe (l'accezione non è positiva) riesce in poco tempo
a costruire un impero, ad ammogliarsi con la donna dei suoi sogni, a far
fuori l'unico "concorrente" visibile sulla piazza (Ian Holm
è sempre al top) e a farla franca anche quando le prove contro
di lui sono schiaccianti. Perché? Perché, come tutti sanno
e il film denuncia tra una battuta e l'altra (il filmfa anche ridere),
una pedina come Yuri Orlov, fa sempre comodo, più che a se stesso,
ai veri signori della guerra, quelli che da una vasca-idromassaggio o
sorseggiando uno spumantino affacciati sul mare esotico di un insospettabile
albergo, tirano le fila dei burattini in guerra del momento. La guerra
insomma è un male, e lo sanno tutti, ma per il conto in banca di
illustri sconosciuti patinati, è un male molto più che necessario.
A scannarsi tanto sono i soliti "barbari", quelli di cui le
pagine dei giornali non hanno interesse a parlare, quelli per cui non
vale la pena neanche fare un servizio ai pur insanguinati tg televisivi.
Il film corre via liscio dall'inizio alla fine. Magari è un po'
lungo e cade per qualche istante in trappole narrative che per quanto
funzionali all'intreccio, non aggiungono nulla di significativo al senso
del film. Bellissima la soggettiva del proiettile in apertura. Il pubblico
assiste alla sua metallica "nascita" in fabbrica per poi guardare
attraverso i suoi occhi invisibili, come viene sballottato da un posto
all'altro, da un camion a un altro, caricato in un fucile, sparato e conficcato
dritto nella fronte di un guerrigliero senza nome, senza senso, senza
storia. Quanto al protagonista, nonostante neanche la perdita di tutto
a parte il business, lo fa rinsavire, non si riesce a provare odio per
lui neanche per un momento. La condanna è tutta per il meccanismo
che ruota intorno a lui, come alle vittime della guerra da lui armata.
L'uomo, seppure determinato, seppure assassino, ha poco a che fare, alla
fin fine, con il male che attanaglia il mondo e che è il vero protagonista
del film.
FilmChips (11/18/2005)
Iolanda Siracusano
"Nel mondo ci sono 580.000.000 di armi, circa
una ogni dodici persone. Il nostro compito è convincere le altre
undici ad acquistare un'arma".
Questa è la fredda logica a cui un mercante d'armi si attiene per
andare avanti nel suo mestiere ed è l'incipit di questo film di
Andrew Niccol: vita, morte e miracoli di un Signore della Guerra.
Il mercante è Yuri Orlov, un immigrato ucraino catapultato nella
disillusione del sogno americano di uno squallido sobborgo di Brooklin.
Ma è pur sempre l'America, la Terra delle opportunità. Ed
allora è facile, per chi è intraprendente e con pochi scrupoli,
passare da un sudicio ristorante di zuppa di cavoli ad una lussuosa hall
di un albergo dove commerciare in bazooka è facile come vendere
noccioline. Poi c'è il crollo del Muro e negli ex Paesi dell'Est
c'è un mercato a cielo aperto di carri armati ed elicotteri lancia
missili. Si compra tutto a prezzi stracciati per poi rivendere a dittatori
cannibali che ti pagano in diamanti. Solo così, d'altronde, puoi
conquistare la donna della tua vita, quella che vedevi sulle patinate
pagine di una rivista o su un luminoso cartellone dell'ennesimo aeroporto
di cui ormai si è scordato il nome.
La parabola di un mercante d'armi è come quella di un colpo di
mortaio: arriva il momento in cui, dopo aver toccato il cielo, la discesa
è rapida è incontrollabile e lo scoppio distrugge tutto
e tutti, soprattutto quelli che ti stanno vicino e che ami di più.
Ispirato ad una storia vera, il film di Niccol ("SimOne", l'ultima
sua opera) rimane sospeso tra l'opera di denuncia e cronachistica e la
commedia esistenziale di una vita vissuta al di sopra degli schemi della
presunta normalità. L'esitazione, non risolta, tra i due registri
mina l'opera rendendola in alcuni punti eccessivamente scanzonata ed in
altri insopportabilmente drammatica, come nel caso dell'indugiare su particolari
e dettagli particolarmente pietosi. Scelta stilistica che tramuta l'azione
in didascalia e alla lunga rende la visione del film stucchevole facendo
pensare ad una certa artificiosità dell'intento creativo dell'autore.
Il cast è molto ben scelto. Nicolas Cage ha la necessaria forza
drammatica per disegnare un personaggio la quale moralità è
al di sotto del minimo sopportabile e la cui doppiezza è all'altezza
solo del suo gretto realismo. La bella Bridget Moynahan ("Io, Robot")
è la giusta figura di moglie inconsapevole (ma quanto inconsapevole?)
dei loschi traffici del marito, Ethan Hawke la legittima misura di giustizia
idealista posta a contrappeso dell'immoralità di Yuri. Ian Holm
è invece un personaggio del quale dubitiamo l'esistenza nel mondo
reale: un mercante di armi che si schiera per una compagine... è
come se un commerciante selezionasse i suoi clienti in base a qualche
astruso criterio. Inconcepibile.
La frase: "Non potranno mai confermare il mio arresto, visto che
i principali venditori di armi nel mondo sono Stati Uniti, Russia, Cina,
Gran Bretagna e Francia e sono tutti e cinque membri permanenti del Consiglio
di sicurezza dell'Onu".
film up
Daniele Sesti |
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