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di Peter Mullan (Gran Bretagna / 2002 / 119’)
con Eileen Walsh, Geraldine McEwan, Dorothy Duffy, Annie-Marie Duff.


La condizione della donna nel mondo occidentale cristiano, solo recentemente, dal '68 in poi, ha registrato un netto miglioramento, pur mantenendo elementi di forte discriminazione. Il film mostra in tutta la sua drammaticità un' ecclatante esempio di segregazione femminile perorata dalla Chiesa Cattolica.
A volte ci soffermiamo su paesi lontani, ad esempio l'Iran,e critichiamo il loro modi di vivere, ci consideriamo superiori, più evoluti e lontani anni luce da situazioni medioevali. Puntiamo l'indice, giuduchiamo e ci sentiamo meglio. Peccato che spesso non guardiamo nel nostro giardino.
Peter Mullan l'ha fatto, con "Magdalene" ha puntato i riflettori su una realta nascosta, scomoda, terribile, che stava fino a qualche anno fa (il 1996) vicino a noi nella tanto evoluta Comunità Europea.
Siamo alla fine degli anni sessanta ed in Irlanda le case "Magdalene", dedicate a Maria Maddalena, sono piuttosto diffuse. All'interno delle suore "tengono in riga" delle donne che hanno perso di vista la "luce di Dio", riportandole così sulla retta via. Intento lodevole se non fosse per il fatto che queste giovani, e spesso non più tali, vengo tenute rinchiuse, segregate lontano da qualsiasi contatto umano, con un'atmosfera simile ad un lager. La loro colpa? Aver avuto una relazione prima del matrimonio, un bambino o semplicemnete essere state troppo provocanti. Come espiarla? Dieci ore di lavoro duro (in una lavanderia) per sette giorni alla settimana, senza alcuna retribuzione, con vitto scadente, con l'obbligo del silenzio, ma con tanta preghiera!
Peter Mullan (gia' attore di "My Name Is Joe") dirige questa storia dai toni dickensiani dove tre ragazze vengono, per motivi diversi, rinchiuse in una delle case "Magdalene".
Bernardette (l'esordiente Nora-Jane Noone) è un'orfana che, secondo la sua direttrice, ha il destino dell'ammaliatrice e per questo deve essere "raddrizzata", Rose (l'irlandese Dorothy Duffy) ha invece avuto un bambino senza però avere un marito, peccato mortale, il padre decide quindi di dare in adozione il piccolo (per evitare che sia un bastardo - sostiene lui) e di seppellire la figlia nell'istituto ed infine Margaret (Anne Marie Duff / "Enigma"), che è stata violentata da un cugino, sarà anche lei destinata alla "correzione".
Le ragazze vengono spogliate di ogni identità, a cominciare dai nomi, e costrette ad una serie di soprusi fisici e psicologici che minerebbero anche la volontà più forte. Sotto la sadica e rapace guida della Sorella Bridget (Geraldine Mc Ewan / "Enrico V") percorreranno tutti gli abissi della disperazione e dello sconforto, incapaci di reagire in alcun modo, ormai plagiate dalla volontà delle suore.
Di contro l'opulenza della vita di queste dedite all'accumulo di denaro alle spalle delle loro "protette". Alla fine se deve essere fatta una scelta sarà sempre il Dio Denaro a vincere.
Risulta chiaro che l'unico modo di uscire da questa prigione di una vita senza speranza può essere solo la morte o, peggio ancora, la presa dei voti che trasformerà le ragazze nel loro peggiore incubo: le suore stesse.
Ben diretto e ben giarato, senza gli artifici di effetti particolari e con l'utilizzo della camera a mano o al limite su cavalletto, il film riesce a colpire lo spettatore lasciandolo attonito. Anche la crudezza del commento musicale ben si adatta al clima della pellicola (indimenticabile, però, la musica d'apertura del matrimonio irlandese).

Valerio Salvi
FilmUP.com


Film TV (10/9/2002)
Emanuela Martini

Si chiamano Margaret, Rose, Bernadette, tre ragazza che vivono nella contea di Dublino: una è stata violentata da un amico durante una festa nuziale, una ha avuto un bambino senza essere sposata e la terza ha scambiato alcune parole con dei coetanei fuori dalla cancellata dell'orfanotrofio nel quale vive. Considerate peccatrici, tutte e tre vengono rinchiuse in uno dei conventi Magdalene gestiti dalle suore della Misericordia per conto della chiesa cattolica. In quei conventi, almeno 30.000 donne sono vissute come ai lavori forzati, lavando e stirando per conto terzi, per 364 giorni all'anno (tranne Natale, quando ricevevano un'arancia a testa), frustate, umiliate, letteralmente deprivate, quasi sempre dall'adolescenza alla morte. Poteva anche andargli peggio, come accade alla quarta protagonista del film, Crispina, una povera ritardata (anche lei ragazza madre) che viene rinchiusa in manicomio quando rivela pubblicamente i servigi sessuali resi al prete pastore del convento. Non siamo nei secoli bui della rivoluzione industriale o negli oscuri sobborghi dell'anima dickensiani. "Magdalene" comincia nel 1964, quando a Dublino le ragazze portano la minigonna e i capelli cotonati, e gli ultimi conventi Magdalene (il nome veniva da Maria Maddalena, che espiò i suoi peccati nella miseria e l'autoflagellazione) sono stati chiusi nel 1996. La barbarie istituzionale, con la complicità di famiglie bigotte e benpensanti, allarga le sue ombre sulla civilissima cultura occidentale. Ci voleva uno scozzese pazzo, coraggioso e visionario come Peter Mullan per fare questo film, uno che aveva già scoperchiato una chiesa verso il finale di "Orphans" (il suo primo lungometraggio, premiato alla Sic di Venezia nel 1998) e che non si é lasciato intimorire dagli ostacoli che ha opposto al suo progetto la Chiesa cattolica irlandese. "Magdalene" é duro e appassionato come un feuilleton, e altrettanto incredibile. Ma é tutto vero. Mullan sa trattare il realismo con un trionfale antirealismo; montaggio, ossessione, paura, orrore riflesso in una pupilla insanguinata.

Sole 24 Ore (15/9/2002)
Roberto Escobar

Inginocchiata davanti a Sorella Bridget (Geraldine McEwan), Margaret (Anne-Marie Duff) recita il Padrenostro. Dopo quattro anni di paura, sono queste le prime parole che la giovane donna pronuncia in piena, consapevole autonomia di fronte alla sua persecutrice. E' questo il momento più intenso di Magdalene (The Magdalene Sisters, Gran Bretagna, 2002, 119'). L'una di fronte all'altra, stanno non solo due persone, ma anche e soprattutto due condizioni umane. La prima, forte della sua presunzione d'autorità, si nutre di prevaricazione, e in questo si autogiustifica nel nome di Dio. L'altra, priva di qualunque potere, disperatamente abbandonata, all'amore patemo di quello stesso Dio si rivolge per vedersi riconosciuta come essere umano. Dice Peter Mullan d'aver voluto usare un cinema crudo e sicuro, per raccontare la storia di Margaret, di Bernadette (Nora-Jane Noon), di Rose (Dorothy Duffy), di Kathy (Britta Smith), di Crispina (Eileen Walsh) e di tante altre donne derubate di se stesse. E crude e sicure sono, certamente, le prime sequenze del suo film. Non servono discorsi, per raccontare le condizioni, le cause, il contesto che porta le protagoniste nell'inferno d'una Casa Maddalena. Tutto invece è affidato alle immagini, a un montaggio veloce, intenso, "doloroso" per noi che siamo in platea. Magdalene, dunque, inizia mostrando - crude e sicure - le immagini di un matrimonio. La regia inquadra dapprima volti, sguardi, gesti d'una piccola comunità in festa. Poi, sempre più selettivamente, segue altri gesti, altri sguardi e altri volti, fino ad arrivare a uno stupro, che inorridisce per la sua "innocenza". Tutto accade come si suppone sempre accada: con una violenza domestica, con una negazione in buona coscienza d'un corpo cui non è attribuito alcun valore d'umanità. Poi, ancora senza parole né giustificazioni, la macchina da presa mostra l'autodifesa della comunità, ferita dalla violenza sessuale. Una ferita, questa, che non deriva dalla colpa dello stupratore, ma proprio dal fatto dello stupro. Occorre dunque eliminarlo, quel fatto, eliminando in senso letterale - negando e cacciando fuori dai confini del gruppo -- il corpo su cui il crimine è stato compiuto. Quella di Margaret è una colpa ben più grave di quella del suo stupratore: una colpa oggettiva, che sta dentro di lei, e che nessuno (pseudo)amore materno o paterno è disposto a perdonare. Lo stesso accade per Bernadette e per Rose. Questa è una ragazza madre, quella è bella, è orfana, è per così dire esposta con il proprio corpo al desiderio maschile. In loro, ossia proprio nei loro corpi, la colpa vive oggettivamente e materialmente. Che si sia o non si sia già manifestata, in ogni caso le condanna a essere eliminate: a essere, appunto oggettivamente e materialmente, negate e cancellate. Per la sua gran parte, Magdalene è la cronaca terribile e atterrita di questa cancellazione e negazione. Chiudendosi nell'universo totalitario della Casa gestita da Sorella Bridget, la macchina da presa racconta i rituali consolidati di un'orrida saggezza istituzionale, il cui fine è l'annientamento umano. Come sa qualunque carceriere e aguzzino, imporre la segregazione, negare l'identità e addirittura il nome, invadere i corpi, significa indurre nelle vittime prima il sospetto e poi la certezza d'essere colpevoli. Solo così, solo trovando in se stessi la causa della sofferenza, solo svalutandosi da sé, a quella stessa sofferenza si può cominciare a dare senso. Solo così, ancora, per un paradosso cui sempre s'affidano i persecutori, in qualche modo la si può attenuare. Non sembra esserci infatti altra possibilità di liberazione, per le recluse. Non c'è un fuori cui possano rivolgersi. Il loro carcere non è altro rispetto al mondo che le ha condannate ed espulse: né è solo la verità ultima. Ed è per questo, forse, che Rose, quando le si presenta l'occasione, non fugge. Per lei non c'è libertà e non c'è dignità né al di qua né al di là del muro della "lavanderia". Sorella Bridget è funzionale alla comunità che elimina ed espelle. E l'altro lato, il più esplicito, della sua ferocia. E infatti la dignità delle vittime alla fine sta dentro di loro. Sta nella decisione di ribellarsi, nel coraggio con cui Rose e Bernadette si contrappongono all'universo totalitario e persecutorio. Sta, soprattutto, nel gesto grande e profondo di Margaret. Inginocchiata non davanti a Sorella Bridget, ma davanti a Dio, nelle parole della preghiera più grande della Cristianità la giovane donna nega l'autorità stessa della sua antagonista. O meglio, nega la sua presunzione d'autorità. E con ciò ritrova e libera se stessa.

Sette (12/9/2002)
Claudio Carabba

Tetre prigioniere del collegio delle suore crudeli, le ragazze senza colpa (furono tradite dall'amore e le famiglie non glielo hanno perdonato) scontano la loro innocenza con dolenti umiliazioni e finte preghiere. Già attore di Ken Loach, lo scozzese Peter Mullan con Magdalene Sisters conferma di essere un narratore originale, adeguatamente cattivo, sdegnato senza retorica. I cattolici si sono offesi per i ritratti delle religiose (e dei bravi padri) senza pietà. Eppure Mullan conferma sicuro: tutto questo avveniva nella pia Irlanda pochissimi anni fa.