back mi chiamo sam
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(USA,Drammatico,2001,132min)
Titolo originale: I am Sam
Regia di Jessie Nelson
Con Sean Penn, Michelle Pfeiffer, Dakota Fanning, Doug Hutchinson, Laura Dern


La definizione del sé, come la sua raffigurazione, è complessa tanto che lo psicologo James Hillmann, nel suo libro "Il codice dell’anima", ricorda le otto colonne che il dizionario inglese dedica alla parola "self" (sé). Tale riferimento alla "buona" psicologia ci è utile per affermare l’incapacità sostanziale di ricerca introspettiva nel film, a causa di un’ingombrante sceneggiatura che nel suo incessante schematismo limita e sotterra proprio l’inesauribile varietà del sé. La riduzione di quest’apertura è collegata alla necessità di mostrare nella tesi esposta - un handicappato può essere un buon padre - i vari momenti chiave che dovrebbero definitivamente convincere lo spettatore. In realtà non c’è niente da dimostrare, perché non possiamo generalizzare gli eventi descritti nel film. Che un disabile sia in grado di badare al proprio figlio è possibile, ma ugualmente non è detto che lo sia. Allo stesso modo una persona cosiddetta normale può essere o meno in grado di allevare i propri figli. Se così stanno le cose, la parte legale di Mi Chiamo Sam è del tutto irrisoria poiché non è la vittoria giuridica il segno che ci interessa. Ben più importante appare il tentativo di entrare in contatto con l’universo oscuro, la percezione di un uomo che ha un handicap, e per questo motivo parla, si esprime in modi completamente distinti dai "normali", ma non per questo meno autentici, la sua capacità di relazione, i suoi tempi, i significati, la sensibilità e il suo immaginario (con)fuso con le musiche dei Beatles.
L’operazione di lettura psicologica ci riporta ad altri sorprendenti tentativi d’immedesimazione tra i quali il più memorabile rimane quello di Dustin Hoffman in Rain Man, in cui l’autismo "sapiente" rappresentava un vero e proprio territorio di frontiera, una barriera ancora più inaccessibile e non solo a livello di ardua prova ed interpretazione da parte dell’attore, non meno di quel mondo dell’idiota che girava lo stesso e meglio di quello normale in Forrest Gump decidendo anche la storia di un paese.
La regia di Jessie Nelson appare totalmente disponibile alla performance del corpo di Sam/Penn, alla sua totale concentrazione che rischia in qualche caso l’eccessivo manierismo; è Sean Pennn/Sam l'unico centro del film, il suo viso, i suoi movimenti disarticolati, il suo modo di parlare (anche nella sovrapposizione svantaggiosa del bieco doppiaggio) risucchiano ogni sguardo fino ad imprigionarlo . Da una parte questo metodo di regia è potente perché in qualche modo violenta lo spettatore, costringendolo ad un rapporto stretto con la diversità del "ritardato mentale", dall’altra parte però impone una serie inutile di siparietti strappalacrime che coinvolge a turno tutti gli altri personaggi, dalla "matura" Lucy, alla rampante avvocatessa Rita Harrison/Michelle Pfeiffer, fino alla vicina di casa agorafobica (Dianne Wiest). Sarebbe bastato raccontare, come accade in qualche scena, quel mondo sospeso, estraneo, invisibile, della diversità mentale, senza dover preoccuparsi di giudizi o tesi da dimostrare. Solo alcune sequenze sono efficaci laddove ci si limita alla sintetica espressione di una differenza: gli amici ritardati che si riuniscono per la giornata del video o, ancora loro, davanti alla nuova segreteria telefonica, per aiutare Sam a registrare un messaggio... per la figlia Lucy.
© 2002 reVision, Andrea Caramanna



Le frequenti e insistite voci che hanno anticipato l'uscita di Mi chiamo Sam, riguardanti l'ottima performance di Sean Penn e la presenza di materiali cover dei Beatles nella colonna sonora, rischiano di adombrare e svalutare le altre, apprezzabilissime, caratteristiche e la valenza generale dell'opera di Jessie Nelson.
La vicenda di un padre portatore di handicap, il Sam del titolo (Penn), che vede togliersi ingiustamente la custodia della piccola figlia Lucy (la brava Dakota Fanning) - poiché giudicato inadatto alla sua educazione - ingaggiando così una battaglia legale e morale per il riaffidamento, ha trovato infatti una felice e appropriata narrazione in un film ben calibrato, sincero ed emozionante, che adempie dignitosamente alle sue ambizioni e rispetta le promesse.
Autrice anche della sceneggiatura (a quattro mani con Kristine Johnson) la Nelson, per la sua seconda regia (la prima è del 1994 : Corinna, Corinna) ha adottato un registro docu-drammatico che, differendo da alcuni collaudati dettami, non si circoscrive ai momenti tipicamente cronachistici (come le fasi del processo in aula) ma invade l'intero materiale diegetico. Ecco allora il fortissimo, imperante impiego della macchina a mano, virato, per l'appunto, ad un preciso modulo di inchiesta giornalistica: frequenti zoom, movimenti esitanti e stacchi informali. Non mancano però punteggiature marcate, come i fermi in macchina, i ralentì - che riaffermano l'autorialità e si caricano di significato con i dialoghi corrispondenti - e, non ultime, le scelte cromatiche high key, luminose e dense con colori caldi negli esterni e temperature blu e azzurre nella maggiorparte degli interni (una tavolozza che ben si sublima nei dipinti degli end-titles ).
Con l'entrata in scena di Rita Harrison (Michelle Pfeiffer), l'avvocato freddo e distaccato che assiste Sam nella sua causa, il testo evolve in un'articolato e riuscito studio di caratteri, regalando così ai due protagonisti una preziosa occasione recitativa. Penn e la Pfeiffer, infatti, oltre ad impostare subito un potente 'gioco al massacro' di classe e misura recitativa, hanno modo di immergere i propri personaggi l'uno dentro l'altro facendo sì che le loro complesse e, apparentemente, diverse identità si correggano e si migliorino reciprocamente. Ecco dunque che Sam, allora, riesce ad acquistare, grazie all'avvocatessa, una matura autonomia rispetto al suo gruppo di amici, e Rita, conquistata a sua volta dalla vicenda e dalla purezza del suo cliente, si spoglia pian piano dell'indifferenza e dell'indole arrivista che la imprigionano, riavvicinandosi ai propri sentimenti e a quelli del figlio trascurato (il make-up e i costumi dell'attrice sono la cartina tornasole di questo sviluppo: prima visibilmente truccata e stretta in abiti dal taglio maschile, poi naturale acqua e sapone con vestiti che ne esaltano la femminilità).
Segmento importante ai fini di questa reciproca depurazione attanziale, oltre che raffinata esplicitazione di messa in scena registica, è un incontro, verso la fine del film, tra Rita e Sam nell'appartamento di quest'ultimo: la donna esorta l'amico, ormai deluso e amareggiato dal negativo decorrere del processo, a farsi coraggio e a perseverare. I due sono divisi da una parete di origami che Sam sta costruendo; servendosi di uno spazio ancora aperto nel 'muro' attraverso cui i due personaggi comunicano, la Nelson costruisce una serie di controcampi composti, mantenendo così, anche graficamente, l'isolamento che l'uomo ha imposto. La discussione si fa accesa e Rita con violenza rompe la parete, avanzando verso Sam che involontariamente la spinge ad aprirsi e ad esternare i suoi dolori, in un crescendo di enfasi e tensione che sfocia in una eccezionale prova attoriale, prima nello sfogo della Pfeiffer, poi nel sorreggerla e consolarla di Penn. I ruoli si invertono e si fanno speculari: Sam, ritardato mentale con problemi sociali e filiali, si fa protettore e consigliere della sua brillante e rampante avvocatessa con problemi sociali e filiali ("Come possiamo essere così diversi, eppure essere così uguali" recita, non a caso, 'Stellaluna', fiaba ricorrente in più di un'occasione nel racconto, sintetizzando, oltretutto, il sentito inno alla mutua comprensione di cui il film è portatore).
La svalutazione operata dalle voci preparatorie al film di cui si è prima accennato, colpisce, infine, anche l'aspetto musicale che, al contrario di quanto si è tenuto a reclamizzare (con obiettivi di mercato visibilissimi) è dominata dalle composizioni originali di John Powell, piuttosto che dalle cover dei 'fab four' (che comunque compaiono, dimostrando la loro ottima fattura e la loro valida funzione metadiegetica: Sam è infatti un grande appassionato del gruppo).
Il compositore inglese, proveniente dal clan zimmeriano "Media Ventures", si è adoperato efficacemente in uno score 'piccolo', sviluppato in accenni melodici agrodolci e briosi affidati ad un esiguo organico esecutivo. Gli interventi sono il più delle volte risolti in brevi giri ritmici che si sincronizzano alle immagini sopratutto attraverso pause e attacchi repentini, anche se non mancano momenti di puro commento descrittivo: il disperarsi di Sam (incapace di affrontare un'incontro con Lucy dopo il suo affidamento ad una famiglia) su di un piccolo pianoforte - martellando i tasti con drammatica violenza - è uno di questi. Powell ricalca dapprima l'esecuzione del personaggio con un perfetto sincrono, allargando poi la composizione ad un più intenso e struggente momento melodico, mentre la Nelson dissolve il protagonista, ormai distrutto e accasciato sulla piccola tastiera, incrociandolo con la figlia in lacrime, addolorata dalla mancata visita del padre. Un commento, dunque, che lodevolmente si adatta allo spirito di un lungometraggio che, come il suo protagonista, dalla sua umiltà ricava la sua grande nobiltà.

(fonte) - OFFSCREEN