di Jacques
Tati (120'-Francia 1958) con Jacques Tati, Jean-Pierre
Zola, Adrienne Servantie, Alain Bécourt, Lucien Fregis
Rispetto a Mon Oncle, The Party, sembra il punto di vista
americano sulla stupidità del conformismo moderno alimentato
dall'agiatezza dei nuovi ricchi.
Uscito dieci anni prima, il capolavoro di Jacques Tati, anticipa i temi
della catastrofe comica provocata dalle assurdità architettoniche
di una villa (in effetti, quì, una villetta) lussuosamente moderna.
Tuttavia l’altro capolavoro -di dieci anni più giovane-,
il party a Hollywood di Sellers-Blake, non è un remake, neanche
dal solo punto di vista dei temi architettonici, viaggiando su binari
di comicità e satira sostanzialmente differenti.
Mon Oncle, però, possiede già qualcosa di più.
Entra in scena lo stile, il linguaggio dell’architettura. La critica
cinematografica del tempo osserverà acutamente: “la nuova
casa del cognato di Hulot è una mostruosità suburbana
dell’astrattismo cubista in cui ogni spaventoso aspetto è
definito per essere alla moda a scapito di vivibilità.”
Quindi la prima ostentazione di modernità non è tecnologica,
ma stilistica (e alla moda). Questa villa, non solo è zeppa di
pulsanti di comando per la gioia dei padroni di casa per inutili, pericolosi
marchingegni –come la sua omologa hollywoodiana a Beverly Hills-,
ma ostenta- “coerentemente” con la propria forma, con la
propria architettura, la propria sostanziale esteriore modernità,
come momento di adesione ad uno stile estetico considerato in sintonia
con uno stile di vita.
Non è una novità di poco conto. Superata come fenomeno
d'avanguardia, l'architettura moderna scende anche nella gerarchia sociale
oltre che culturale. Divendando oggetto d'interesse "piccolo borghese",
vi si adegua simbolicamente, linguisticamente e, quindi, esteticamente.
Ad una consapevolezza superficiale non può che corrispondere
una rappresentazione superficiale. Se, in “The Party” l’architettura
restava circoscritta nel disegno degli interni e degli arredi, con una
sfumata caratterizzazione stilistica –quasi una comparsa rispetto
agli automatismi fuori controllo-, nella neo “lussuosa" banlieue
parigina, la residenza dell’industriale di tubi di plastica, Monsieur
Harpel, e principalmente della moglie -Madame Harpel, sorella di Houlot-
sfoggia orgogliosamente nella totalità dell’architettura
–negli esterni, negli interni e negli arredi- i propri inconfondibili
connotati estetici. Attenzione ai dettagli però. Come Totò,
a Capri, in “Totò a colori”, non sputa nell’occhio
di Picasso, ma del pittore snob “picassiano”, così
Tati non intende demolire l’estetica purista di villa Savoje,
ma, al contrario, la volgarità esibita del “lecobusierismo”
(ed altri ...ismi) di maniera in linea diretta o collaterale, divenuta
alla moda in un contesto sociale gia svuotato di autonoma identità.
Non per niente la casa non è bianca, ma grigia. Non per caso
la semplicità nuda riservata antidecorativa dei “maestri”
del moderno muta in ossessione-ostentazione iperdecorativa in stile
moderno –vedi il cancello d’ingresso, o i vialetti del giardino,
per esempio-. Tati, non spara nel mucchio, mira benissimo. E fa centro
anche (o soprattutto) a più di quarant’anni di distanza.
Questo film che, a scanso di equivoci didattici, dovrebbe essere proiettato
all’inizio e alla fine di ogni anno accademico in tutte la facoltà
di architettura, e qualche università lo ha quasi fatto, prima
a certi docenti e dopo agli allievi, non è solo un mirabile insieme
di pretesti per gag memorabili, è un catalogo ragionato di castronerie
architettoniche, “à rappel de monsieur les architectes”
come avrebbe potuto dire, appunto, Le Corbusier, prima di avvitarsi
anche lui in formalismi (e lecorbusierismi) senza ritorno.
Un elenco troppo lungo per essere esaurito qui.
Le “eleganti”, scomodissime, siderali, sedie stile “american
high tech”. Le finestre ad oblò che nella notte appaiono
come spettrali e minacciosi occhi giganti della villa. … i dittatoriali
percorsi obbligati del giardino ...sono solo assaggi del menù
che lo chef di Mon Oncle propone.
Perfetta e curatissima in tutti i dettagli di quella, propria, particolare
visione estetica, più che un' abitazione si propone come una
scultura da abitare, ideologicamente complice e contigua alla "machine
a habiter", tanto che la padrona di casa la accudisce e la pulisce
con cura maniacale come un vero capolavoro da museo. Asettica, è
lontana secoli dalla calda –e trasandata- umanità del quartiere
dove abita M. Hulot: che non è, ma potrebbe essere dalle parti
di rue Rambuteau; in quell’antico borgo delle Halles dove, tiro
del destino o premonizione artistica, vent’anni dopo atterrerà
proveniente dall’iperspazio della fantasticheria architettonica
il Beaubourg di Renzo Piano.
AF Cacciola 08-01
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