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di Pave Lounguine (Russia, 2001, 154')

In un piccolo centro a 300 chilometri da Mosca, Michka e Tania stanno per sposarsi. Lei è fuggita cinque anni prima per fare la modella nella grande città e lui è lo stesso giovane minatore ingenuo e gentile, entusiasta di aver ritrovato un amore che sembrava potesse appartenere ormai soltanto al diario dei suoi ricordi. Cosa Tania abbia fatto durante questa lunga assenza Michka non lo sa, e neanche sembra interessarlo. Interessante, splendidamente ricamata è invece tutta la parata di personaggi che dei frementi sposi orchestrano la festa e la vita, ognuno con necessaria invadenza, ognuno a suo modo scomodo e picaresco. Uomini le cui tradizioni sembrano infiltrarsi nei volti con immediata semplicità, mentre l’incanto di questa naturalezza vincola i suoi spiriti in rapporti disperatamente simbiotici, confondendo sorrisi leali e tormenti in trame di seta. Tutti amici e nemici, tutti felicemente e disgraziatamente partecipi di un destino comune, festa e tragedia in un unico atto.
Che la Russia sia una traccia indelebile sulle rughe di Lounguine, è definitivamente dimostrato. La sua 16 mm si aggira tra le forme come un altro invitato, un ospite d’onore più che un abitante dello stesso villaggio. Si delizia, si ubriaca durante il banchetto come ogni altro istrionico ospite, solo per inseguire i personaggi più amati e curiosare senza malizia nella loro intimità, come a concedersi un desiderio. Quando Mitchka e Tania, ad esempio, si allontano dai canti e dalla tavola per trovare un rifugio, la cinepresa non può fare a meno di spiarli, di rapire un poco della loro bellezza e rubare la polvere di vita che si lasciano dietro ai passi, mentre l’oscurità è violata soltanto da un raggio di luna che taglia, attraverso la cornice opaca di una finestra, il biancore irreale sull’abito della sposa, e ne bacia la pelle. Allo stesso modo, questo morbido principio soggettivante si applica ad ogni uomo che compone l’eterogeneità dei partecipanti,trattando ognuno col medesimo, imparziale riguardo: in ogni macchia, lo sguardo coinvolto della cinepresa scorge una virtù e nel processo inverso attraversa lo specchio, cercando una natura umana più vicina alla completezza. Gli attimi migliori poi, sono superbamente trascinati dalla sincerità dei canti che, insieme alla vodka, sopiscono conflitti e discrepanze riconducendo allo stesso cerchio boss e operai, poliziotti e briganti, tutti testimoni di una Russia lontana e distaccata, entropica come ogni provincia del mondo, ma che eppure, pacatamente, sta tentando di ricostruirsi senza aggrappare le unghie al capezzale della grande città.
Come già in passato, l’impegno di Pavel Lounguine è tentare di dar respiro al cinema d’autore, con un linguaggio sensibile ed efficace senza patinature o metafore ma, pittosto, rettilineo e spontaneo, svincolato da ogni atto d’intellettualismo.

Francesco Russo
www.tempimoderni.com/2001/


Intervista a Pavel Lounguine
Luca Perotti

Pavel Longuine è al suo quarto lungometraggio dopo “Taxi blues” (1990), “Luna Park” (1992) e “La vita in rosso” (1996).
“Con questo film” dichiara il regista russo all’inizio della conferenza stampa di presentazione de “Le nozze”, “ho voluto mostrare come va la Russia profonda, quella dei villaggi, quella che non si vede mai. A Mosca, così come in Occidente, si dice che il popolo russo stia scomparendo perché non ha sopportato l’urto con il capitalismo e la libertà. Ho pensato di mescolare degli attori professionisti con gli abitanti di Lipski e tirare fuori la verità attraverso i gesti, i volti, le mani dei personaggi, per cercare di raggiungere in profondità alcuni aspetti della vita: la sfortuna, la povertà, la mafia; ma anche l’umanità, l’amicizia e l’aiuto tra vicini”.

In Europa c’è un fenomeno che colpisce molti paesi, compresa l’Italia, vale a dire un interesse quasi esclusivo da parte del pubblico per i film americani a discapito di quelli nazionali. Anche in Russia succede la stessa cosa? Oppure i Russi sono maggiormente interessati alla loro realtà?
“I film americani hanno la capacità di toccare il subconscio mitologico delle persone, e anche io cerco la mitologia della vita contemporanea, ma a modo mio.
Gli americani ci riescono più facilmente. In Russia alcuni vogliono capire il loro percorso storico, ma è difficile. Ognuno ha il suo modello di vita paradisiaca, che sia quella comunista o quella dei tempi dello zar. Io credo che il vero cinema d’autore passi per la ricerca del mito. Lars Von Trier, ad esempio, compie una ricerca sui nuovi santi e i nuovi martiri contemporanei; anche i film di Almodovar possono essere ricondotti ad un lavoro di ricerca, ma il regista spagnolo s’interroga sempre su chi sia il padre e chi il figlio”.

Lei ha detto di aver cambiato la sceneggiatura nel corso delle riprese, una volta entrato in contatto con la realtà del villaggio dove ha girato il film. Quali cambiamenti ha effettuato?
“Beh, ad esempio nel film c’è una pistola. Nella prima versione viene ucciso il fidanzato; in quella successiva il padre di Mishka uccide il poliziotto; poi ho deciso che nessuno avrebbe ucciso nessuno, perché è cosi che va la vita.
Perché in Russia succede che i boia e le vittime ballino assieme, avvolti nel fumo delle sigarette e nei vapori della vodka: è questa la tragedia e la felicità della Russia”.

Da quando è finito il Comunismo, in Russia non c’è più una produzione sostenuta, rigorosa e continua. Tutto sembra piuttosto dispersivo. Dove sono finiti i registi integerrimi, e quale visione ci può fornire del Cinema russo dopo questo cambio totale?
“Il problema del Cinema russo è la censura. La censura impedisce ma allo stesso tempo aiuta a creare un tipo di regista pro o contro. Oggi non ci sono ne autori pro, ne autori contro. Si raccontano invece delle storie, e quindi la vecchia generazione, quella che ha lottato per abolire la censura, si è persa. Si sono resi conto di non esistere senza la censura perché hanno bisogno di scegliere.
La nuova generazione imita il cinema statunitense e ciò non è interessante, ma il vero cinema russo verrà. Ora ci sono ancora poche cose che affrontano la realtà; anche un grande regista come Mikhalkov, ad esempio, preferisce affrontare argomenti storici.
C’e un’assenza di ideologia, e quindi ora bisogna raccontare delle storie e cercare di essere interessanti. Questo è il problema essenziale dell’artista, perchè, ovviamente, essere pro o contro è più facile.
Io vivo in Francia, ma dirigo film sulla Russia aiutato forse dal fatto che, vivendo all’estero, quindi al di fuori, ho la possibilità di analizzare le cose con distacco”.

In questo film si parla di Mosca, ma la capitale russa non appare mai...
“Mosca è un grande diavolo che è sempre presente. E’ come girare un film in Sardegna. A quel punto vi è l’opposizione naturale Roma- Sardegna. Anche se non appare, e, non viene descritta direttamente, la vita di Mosca si evince. Mosca è una grande metropoli, dove tutto si compra e tutto si vende, ma le persone della provincia sono più interessanti. La cosa nuova, secondo me, sta nel vedere la vita di queste persone in un villaggio”.

La musica è parte integrante del suo film. Come l’ha scelta?
La musica è entrata da sola perchè nei matrimoni russi si suona e si canta molto. Le canzoni sono quelle che cantano davvero gli abitanti di Lipski, ed è un mix che deriva dalla coscienza post sovietica, con canzoni tratte dalla guerra, dal folclore, canzoni ideologiche che danno un’idea dell’omogeneità della nostra cultura.
www.film.it


Corriere della Sera (6/1/2001)
Maurizio Porro
Dietro le unità di spazio, tempo e luogo delle Le nozze piccolo borghesi e un po’ mafiose del trasgressivo russo-francese Pavel Lounguine, premiato a Cannes per l’entusiasmo fragoroso del cast in cui si mescolano attori e paesani, batte il cuore dell’anima russa, servita con vodka, fra stupori, sdegni e speranze del mito post comunista e del nuovo stakanovismo capitalista. Gli sposi sono Tania, modella tornata da Mosca, e Michka, erede dell’«Idiota» dostoevskijano, la cui famiglia disapprova e ne ha conferma quando arriva alla festa, non per caso, il boss locale. Ma quel matrimonio s’ha da fare e si farà: poi, chissà. Alla maniera di Kusturica, ma senza quella genialità, con musiche di Chekassine in stile simil Bregovic, il regista che ha denunciato il caos attuale sovietico racconta con esborso di fantasia e manierismo propri, odi, amori e rancori di un paesino minerario. In cui i vecchi brontolano, i giovani sognano di diventare gangster e non funzionari di partito, i poliziotti studiano da corrotti, i socialisti rimpiangono, gli amanti allungano le mani e il tasso alcolico cresce a vista d’occhio, come se questa convulsa voglia di vivere, cantare, ballare, amoreggiare fosse un’anestesia locale per qualcosa di peggiore ed ignoto. Energica e vitale anche quando prevedibile, franca e allegra anche quando ripetitiva, la farsa tragicomica non punta al solito pessimismo sociale già frequentato dall’autore di «Taxi» e «Luna park», ma indica una via di resurrezione nella libertà di ogni stimolo e nella resistenza della solidarietà e anche, perché no, dell’humour. Vince un entusiasmo collettivo un po’ moralista, dove il regista pedina i suoi molti personaggi in un avvinazzato vaudeville ai limiti del patetico «post cecoviano» ma in cui resiste una fiammella di speranza tenuta viva dal fattore umano che consiglia al regista un quasi lieto fine.

Nozze alla russa
Nel nuovo indiavolato e romantico film di Pavel Longuine la Russia d'oggi tra entusiasmo e malinconia
di Natalia Aspesi

La Russia postcomunista di oggi appare immersa in una catastrofe quasi irrimediabile, tra disoccupazione e mafia, povertà e violenta ricchezza, corruzione e perdita di quella che viene chiamata anima russa, miscela peculiare e irrazionale di entusiasmo e disperazione, orgoglio e vittimismo, crudeltà e generosità. Poi arriva un film indiavolato e romantico, comico e malinconico di Pavel Lounguine, gran regista già autore del cupo e bellissimo Taxi Blues, premiato a Cannes '90, e la Russia torna a sembrarci un paese confuso, carico di problemi, ma vitale e forte, irresistibile. Anche Le nozze a Cannes è piaciuto molto, suscitando risate e commozione, e per onorarlo è stato inventato un premio all'insieme davvero magico dei suoi interpreti, gli attori veri e improvvisati, i magnifici abitanti di un paesino minerario a 200 km da Mosca dove il film è stato girato, cinepresa in spalla a seguire personaggi e situazioni. Dopo 5 anni vissuti come celebre modella a Mosca, Tania torna a casa, nella piccola Lipski dominata dalla pretenziosa ex Casa del Popolo in stile neoclassico. Chiede al compagno d'infanzia Michka, minatore da sempre innamorato di lei, di sposarla. Ma nessuno, nella vecchia famiglia operaia, è contento. Tania è troppo bella e diversa: la mamma piange disperata ("lei gli porterà via anche le mutande"), la zia nubile è gelosa ("lei è navigata"), il padre, eroe del lavoro, non sa come pagare il pranzo di nozze (lo storione no, è troppo caro"), il nonno nostalgico del comunismo brontola: "oggi tutti vanno in chiesa, anche i cani". Il paese però esulta, anche perché, dopo mesi, sono arrivate le paghe. La grazia del film è nella coralità turbinosa, nell'incessante movimento, nelle sorprese: l'amico ladro e alcolizzato, la zia in minigonna e parrucca rossa, il poliziotto grasso e carogna, il pope con coda di cavallo, la popputa padrona del ristorante, i languidi zingari musulmani: al pranzo di nozze si mangia, si canta, si balla, ci si ubriaca. Fino quando arriva da Mosca il boss, bello, ricco, sposato, con guardie del corpo. Tutti lo riveriscono, meno il nonno. Lui è innamorato di Tania, è venuto a prenderla, anche con la forza. La supplica: "Ti ho regalato il rolex, ti ho comprato i mobili italiani". Ma nella vita di lei c'è un dolore segreto, e solo Michka, sposandola, potrà aiutarla. Tania è Maria Mironova, ragazza molto bella, luminosa, vera, che rappresenta la fuga dal miraggio della grande città, dei miti occidentali, Michka, biondino innocente interpretato da Marat Basharov, è l'uomo russo giusto per il quale, dice Lounguine, l'idea di sacrificarsi è naturale come la vita stessa.
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Il film è completamente impregnato della fisicità dei personaggi. La dimensione umana è recitata in modo farsesco, trasuda dai gesti sfrenati, è giocata sulla opposizione tra individuale e collettivo, dissidio che diventa anche ideologico e politico. Il ritratto corale di un piccolo paese dell'ex Unione Sovietica, appare come il baluardo della tradizione contro le trasformazioni epocali post caduta del muro di Berlino, che hanno visto l'ineluttabile trionfo del capitale occidentale e dell'individualismo. Cosicché il parametro delle azioni è il denaro. Tra le prime sequenze del film è fondamentale, per capire la situazione economica del piccolo centro, quella in cui i lavoratori corrono verso la miniera per la felice notizia che le paghe sono arrivate. Il paese vive grazie alla comunità dei minatori e i pochi rubli sono appena sufficienti a garantire ai suoi abitanti la normale sopravvivenza.
A livello figurativo non è casuale la scelta di introdurre la modella - simbolo dell'occidente costruito proprio sul culto delle immagini "belle" - Tania, in un contesto pressoché rurale. Senonché la protagonista femminile dichiara la convinta scelta di ritorno definitivo al paese natale rinunziando così all'affascinante, ma solo in apparenza, vita nelle frenetiche città, in appartamenti arredati con i mobili italiani grazie ai guadagni da capogiro. Tutto ciò è legato alla possibile corruzione della donna. Il potere e il denaro sono già corrotti, quando si mettono in moto agiscono per il male altrui. Il poliziotto che vuole emigrare in Occidente, capirà che l'unica possibilità di andare via è legata alla scelta di commettere un sopruso, esaudire le turpi richieste del gangster e imprigionare ingiustamente il fidanzato di Tania, Michka.
La parte migliore del film è la folle, genuina euforia ubriacona dei personaggi, tasso alcolico che, contro le aspettative, si dimostra vera fonte di lucidità per l'alcolizzato amico di Michka.
Longuine è bravo nella direzione degli attori, sostiene le performance con la mdp per mezzo di agili riprese a mano. Le inquadrature sono innanzitutto primissimi piani, sfiorano la superficie dei corpi, la percorrono evidenziando i segni minimi dei volti. Se il cinema occidentale ha spesso rappresentato con ridicola approssimazione il gusto popolare creando delle imbarazzanti macchiette, in Le Nozze si può rilevare una divertente, anche se inesatta, coesistenza di caratterizzazioni che forse rappresentano un periodo già passato, o meglio una surreale stratificazione temporale attraverso costumi e tic diversi, come del resto durante le nozze quando i festeggiamenti sono accompagnati da musicisti tradizionali che a un certo punto devono sgombrare il campo per dare spazio a musiche più moderne. Il cinema di Lounguine cerca di raccogliere questi semplici gesti come se intendesse costruire uno spettacolo storico-pittoresco, ma dal retrogusto amaro, non si tratta in effetti di tragicommedia, ma di una vera e propria favola ottimista e grottesca, metafora eccessiva della contemporaneità.
© 2001 reVision, Andrea Caramanna