
di Mario Van Peebles (Storico-Drammatico/USA/1995/124min)
con Angela Bassett, Joe Don Baker, Kadeem Hardison, James Russo, M.
Emmer Walsh, Bokeem Woodbine
Pardo d'argento al Festival di Locarno 1995 (Distribuito dai Centri
Sociali Occupati)

Ambientato negli anni della contestazione "black" negli Stati
Uniti, Panther racconta con entusiasmo e passione la nascita del movimento
delle Pantere Nere, ovvero degli integralisti afro-americani che non
si riconoscevano nella politica pacifica di Martin Luther King. Questo
film che è stato boicottato negli Usa dalla stessa casa di produzione
(!) e in Italia non è mai uscito nelle sale. Panther, è
un film che racconta la storia che molti vogliono occultare, una pagina
importante della storia americana. Ma Phanter è un film politically
incorret per molti ma non per tutti!
(Cineforum Bolzano/12.03.1997/*****)

Raggiunto il successo
commerciale Mario VanPeebles ha girato questo film sul movimento delle
Black Panthers. La pellicola ha avuto un notevole riscontro presso il
pubblico e la critica dei festival internazionali ma, nonostante questo,
ha subito boicottaggi negli USA ed una censura indiretta (ma di fatto)
in Italia dove non è stato distribuito. Ci ha pensato il centro
sociale Leoncvavallo che ha sottotitolato l’edizione originale
per poi distribuirlo nel circuito alternativo.
Il caso “Panther” ci apre ulteriormente gli occhi su quella
che è la situazione politica negli USA, dove, evidentemente,
non va a genio proprio a tutti il fatto che finalmente la comunità
afroamericana abbia (avrebbe?) la possibilità di mostrarci il
suo punto di vista. Da sempre abbiamo conosciuto il fenomeno dei movimenti
afroamericani attraverso la lente filtrante e deformante WASP (quella
dei bianchi anglosassoni protestanti) e da sempre ci siamo convinti
che le cose stessero effettivamente nei termini mostrateci, che nella
fattispecie le Black Panthers fossero un movimento sostanzialmente estremista
e fondamentalmente violento. Il valore di questo film sta in gran parte
nel fatto che confuta questa tesi e nel fatto che ci presenta quello
che è il punto di vista dei neri che mai abbiamo potuto vedere.
Riviviamo nel film nei quartieri ghetto neri le stesse condizioni economico
sociali ed anche psicologiche di quella gente terrorizzata dalla prepotenza
di una polizia razzista e fascista, riviviamo gli stessi problemi ignorati
dall’amministrazione pubblica (la mancata installazione di un
semaforo ad un incrocio della morte), riviviamo le fasi dell’introduzione
della droga nel quartiere da parte di CIA ed FBI per indebolire la comunità
(e non è fantapolitica ma verità che emergono solo oggi)
e COMPRENDIAMO l’importanza delle Black Panthers e parteggiamo
per loro.
Il migliore film di M. Van Peebles ....CENSURATO!!!

Mi trovo di nuovo a ripescare registi e opere già
citate: Carax, diceva Marcello prima di Locarno, permise con Mauvais
Sang di ricominciare a credere nelle capacità di rinnovarsi del
cinema europeo e francese in particolare dopo che Diva aveva imposto
di prestare attenzione anche a Beineix, di cui ho amato moltissimo anche
Betty Blue e ho persino apprezzato il bistrattato La Lune dans le Canivaux,
non foss'altro per la presenza della mia coetanea e sogno muliebre di
un'intera generazione (come testimonia Paolino Rossi), Nastassja Kinski
(peccato che da Roselyn e i leoni si sia perso). A proposito di tanta
figlia: Herzog fu citato solo en passant, ma molto di ciò che
siamo lo dobbiamo a Fata Morgana, Herz aus Glas, La ballata di Storszek,
Anche i nani hanno cominciato da piccoli e soprattutto Aguirre e Nosferatu.
E allo stesso modo è opportuno non dimenticare tra i padri, ben
prima dell'omaggio wendersiano di Tokyo Ga, Ozu e Kurosawa, per arrivare
prima di Takeshi regista (già apprezzato in Furyo) ai Tetsuo,.
Passando attraverso Imamura e Oshima.
Con Carax, Beineix si affacciarono anche Rochant (Un mondo senza pietà),
ma soprattutto Besson (Subway insieme a garage-loft del postino di Diva
fu l'ambientazione europea dei primi anni '80 che trovai più
innovativa
Sempre Marcello citava la factory di Coppola: difficile prescindere
dalle innovazioni del regista di La Conversazione (candido questa pellicola
come la più intrigante storia autoreferenziale, laddove questo
aggettivo non è un insulto, ma uno degli elementi che andava
elencando Alberto tra gli aspetti che hanno caratterizzato il decennio
infame) e credo che Un sogno lungo un giorno marchi l'inizio, prima
ancora di Blade Runner, del nuovo gusto post'70s, dopo di che Hollywood
non sarebbe più stata la stessa, oltrepassando anche l'esperienza
degli Indiana Jones e Star wars: infatti da lì crescono i Zemeckis,
Dante, Kasdan. Non si possono non apprezzare i loro lavori, sono parte
integrante della nostra vita, non sono più solo rappresentazioni
del reale, ma rimeditazioni sul reale, che lo condizionano, lo trascendono
e deformano la realtà su cui vanno ad incidere, presentificandola
e storicizzando come fa Zemeckis non tanto con i Back to the Future,
quanto nel lavoro di Forrest Gump, equiparabile al nostro tentativo:
individuare gli episodi clou di quella che è stata la storia
del costume degli USA degli ultimi quarant'anni, rappresentarli apparentemente
in modo neutro e poi scardinarli dall'interno (The big Chill segue lo
stesso criterio e solo un po' più smaccato è il metodo
di Dante), lasciando che si disfino sotto i nostri occhi per analizzarli
meglio attraverso un minimo spostamento temporaneo dell'adesione alla
storiografia ufficiale.
Altro autore che ha forgiato il gusto dei cinefili è Landis,
ormai poco citato, ma i primissimi (Slok, Kentucky Fried Chicken ed
i film con Belushi) sono pietre miliari dello sberleffo mondiale (con
tutto il rispetto, la parodia di 2001 in Slok è irresistibile
e i ruoli cammeo affidati ad altri fari come Cronenberg in Tutto in
una notte sono daapplauso)
Ma tra la fine dei '70s e la metà degli anni reaganiani ci fu
un cinema che mi attirò moltissimo: ormai dimenticati, alcuni
giovanissimi ammantavano le loro storie molto dark, tristi, metropolitane,
infarcite di dialoghi, che rimandavano altre narrazioni in un intreccio
di storie noir e punk; si ritagliarono il successo tributato da persone
come Guido Chiesa che raggiunse l'altra sponda dell'Atlantico per lavorare
con Oblowitz (King Blank, Minus Zero), Benning (Him and Me), Jarmush
(il più fortunato, ancora "vivo" e apparso in opere
di un altro mito, il Paul Auster di Smoke con Wayne Wong regista della
sua sceneggiatura, ma questa è storia recente ? e guai a chi
la censura); presso quei giovani punk annovererei Slava Tsukerman già
ricordata da Marcello (Liquid Sky precorreva lo squid di quell'altra
inarrivabile organizzatrice di
sequenze di K.Bigelow).
Demme mi fece rilevare che poteva esistere un'etichetta per quel tipo
di film in cui la vita di un comune fessacchiotto cambiava e si svolgeva
su binari di assoluta selvaggeria in seguito ad un piccolo tassello
spostato: una sorta di realismo deformato che ancora adesso appare in
certo cinema americano dove si innescano situazioni ribalde in mezzo
al più piatto conformismo in seguito all'intrusione di un minimo
dettaglio impazzito ed incontrollabile. Quest'ultimo penso sia il motivo
per cui amiamo After Hours di Scorsese o Wild Thing. L'età dell'innocenza
è il miglior film secondo me tra quelli che hanno messo in scena
il senso di sudditanza degli americani verso la cultura (a loro preclusa
geneticamente) ed i meccanismi che hanno dato luogo al provicialismo
di cui ancora adesso soffrono (oltre ad annoverare i più raffinati
titoli di testa che mi ricordi)
Ma davvero militante, come le vecchie Black Panthers (a proposito: da
inserire obbligatorio nei programmi di storia dei maturandi il film
di Van Peebles), fu Lola Darling e poi quasi tutti i film di Spike Lee,
irriducibile, schematico, ma proprio grazie a questo inattaccabile,
inossidabile la sua missione di bandiera del cinema afroamericano. Massimo
rispetto e anche ammirazione per alcune soluzioni registiche e anche
per quella mano di Malcolm X che indica la direzione scattando in primo
piano: retorico, ma efficace.
Un aspetto diverso, ma preponderante negli anni ottanta fu il ritorno
del film di genere e nessuno aggiornò i generi in modo più
originale di Walter Hill (dal western al film di guerra fino all'operazione
scadente del musical di Streets of fire, dove peraltro c'erano alcune
intuizioni relative al decor del set intriganti). Lui pure sparito.
A proposito di genere: che dire di John Waters e di come si scardinano
dall'interno tutti i più vieti e retrivi luoghi comuni del provincialismo
mondiale (il provincialismo è uguale dovunque: nella Francia
dell'orribile La vie de Jesus, come in Virzì, nelle cittadine
di Wes Craven o nelle comunità ridicolizzate da Divine). Nuova
candidatura: ancora di più di Serial Mom fu efficace il primo
e credo unico film in odorama, Polyester stronca ogni benpensante sotto
ogni aspetto, perché non vuole dimostrare nulla, semplicemente
distrugge con scherno.
Molto meno retorica, più colta, precisa nelle citazioni e ancora
di più nella ricostruzione filologica (ad esempio Caravaggio
non fu mai omaggiato nella sua ossessione per la matericità del
colore come nel film a lui dedicato), nonostante tutto, è l'intera
filmografia di Jarman: da Sebastiane in latino all'urlo disperato di
Last of England, fino al doloroso Blue, passando per l'ostico e profondissimo
Wittgenstein.
Sempre rimanendo in Europa ebbi una vera infatuazione per Jos Stelling
a partire dal suo Scambista. E' un misconosciuto regista olandese (credo)
che fece anche un omaggio a Rembrandt, che ancora più che lo
scambista è uno studio preciso delle luci della pittura fiamminga
e del seicento olandese. Inoltre fece Marika degli inferni, maldistribuito
capolavoro bruegheliano. In assoluto il più attento ricostruttore
delle suggestioni iconiche provenienti dalla pittura: supera Greenaway
(senza avvicinarsi alla sua erudizione, né arrivando al suo estro)
per la meticolosità con cui ricrea quelle atmosfere pittoriche.
Proseguendo con l'Europa: dedicai parte della mia tesi a Almodovar,
perché pensai di cogliere la possibilità di innovare il
melodramma insufflando il dna della movida in esso, ma da Tacones Lejanos
in poi la sua produzione si è come annacquata e lo sberleffo
non incide più. Certo che La ley del deseo fu con Matador e Que
hecho yo para merecer esto una rivelazione; per non parlare della carica
di Pepi Luci Bom y otras chicas del monton Ancora europei: bella la
trilogia di Percy Adlon incentrata sulla figura di Marianne Sagebrecht.
Fine a se stessa, ma interessante sia tecnicamente, che come atmosfera
di sospensione, che è forse la cifra di quegli anni: lo sgomento,
il momento successivo allo sbigottimento e l'attesa di scovare una via
per ricominciare.
M'incantò anche l'unico film che sono riuscito a vedere di Pavel
Lounguine, il cinico e disperato Taxi Blues, ma poi non seppi più
nulla di lui.
Manca il cinema italiano?
Odiai fortemente il romanticismo di Francisca, ma poi recuperai la maggior
parte di De Oliveira, di cui Viaggio all'inizio del mondo credo che
sia un capolavoro: se esistesse una sessione dedicata al ricordo, ritengo
che ne debba essere vincitore questo delizioso film.