back il partigiano johnny
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di Guido Chiesa (Italia-2000, 135')
con Claudio Amendola, Stefano Dionisi, Fabrizio Gifuni
La Resistenza: fatica, paura, freddo, fame e i lutti; incontri, fughe, rastrellamenti, pioggia, fango, agguati, sangue, restano negli occhi in una forma ripetitiva, ossessiva, selvaggia, come in una cronaca pittorica della disperazione di libertà.

Corriere della Sera (18/11/2000)
Tullio Kezich

fight
Visti i tempi che corrono, un film intitolato "L'ultima raffica di Salò" avrebbe forse maggiori possibilità di far parlare di sé rispetto a Il partigiano Johnny. Pubblicato postumo nel '78, il romanzo di Beppe Fenoglio (1922-1963) è diventato un fenomeno di culto: e nella sua frammentarietà è insieme un diario e un laboratorio linguistico, con frequenti snobistici intermezzi in lingua inglese. Da questo testo canonico, inseguendo il protagonista in armi (ma con in tasca The Pilgrim's progress di John Bunyah) sulle balze piemontesi dall'ottobre '43 al febbraio '45, Guido Chiesa ha tratto un film più attento alla verosimiglianza che agli aspetti spettacolari. Non siamo difronte a una ricostruzione agghiacciante in stile Platoon di Oliver Stone o Kippur di Amos Gitai. Qui il regista si è limitato a ricavare dal testo la freschezza della testimonianza, immergendola in una scrupolosa ambientazione resa ancor più suggestiva dal ricorso a una sorta di decolorazione dell'immagine nella bella fotografia di Gherardo Rossi. Della guerriglia partigiana si rispecchiano le interne tensioni, da una parte i comunisti e dall'altra i badogliani, ma senza l'assillo di emettere verdetti di merito a favore degli uni o degli altri; e lasciando invece emergere la fatica, la paura, il freddo, la fame e i lutti. Rammenta un personaggio: "La guerra è solo casi estremi". Stefano Dionisi rivive l'odissea di Johnny con serena determinazione, ben accompagnato soprattutto da Andrea Prodan e Fabrizio Gifuni; e il disegno dei personaggi ne esce limpido, privo di enfasi, più sul versante del referto che dell'interpretazione. Si pensa a "Paisà" (ci pensò anche Fenoglio, replicandone quasi alla lettera la didascalia finale: "Due mesi dopo, la guerra era finita") in un film che offre i dati di un'esperienza storica con un'onestà mai prevaricatrice. Le conclusioni, sembra suggerire il regista, tiratevele da soli, una volta tornati a casa. Per il mio gusto in questa ricostruzione avrei eliminato la voce fuoricampo, tagliato un bel po' di minuti a beneficio di un'intensità senza cedimenti e amministrato con maggiore parsimonia la pur interessante colonna di Alexander Balanescu: che c'entra la musica quando si racconta la verità? L'anacronismo sarebbe un peccato veniale, ma mi sembra improbabile che nell'autunno '44 fosse pervenuto fra i partigiani piemontesi un disco di "Moonlight serenade" di Glenn Miller sul quale ballare in un raro momento di distensione. Forse il limite di un film così è anche il suo pregio: chiamiamola austerità, chiamiamolo pudore di fronte alla mozione degli affetti. Chiesa avrebbe potuto fare uno spettacolo più coinvolgente, ma in Il partigiano Johnny si avverte una nota di serietà del tutto insolita nel cinema non soltanto italiano.

Film TV (21/11/2000)
Enrico Magrelli


Un film coraggioso e importante, nonostante i difetti e alcune cadute. Il romanzo incompiuto, il brogliaccio di Beppe Fenoglio appare come un testo che si nega, con il suo tessuto frastagliato, all'esplorazione cinematografica che tende inevitabilmente alle semplificazioni e alle tipizzazioni. L'inquietudine del protagonista, l'impasto linguistico, il viaggio dentro i dubbi, le utopie, le tensioni ideali, i giorni, la normalità della guerriglia partigiana, i boschi, le vie de Alba, il paesaggio straordinario delle Langhe rendono incerta e rischiosa la scelta di un unico registro narrativo: struttura epica, cronaca neorealista, western di montagna? La Resistenza è un luogo della memoria e del conflitto politico italiano che suggerisce una posizione: elogio, negazione, demistificazione? La guerra è un soggetto troppo forte e sedimentato e gli effetti speciali, la tecnologia lo hanno trasformato in un genere ricco e asettico. Il regista che ha aperto con Il caso Martello la sua istruttoria romanzesca su quegli anni della Storia italiana e lo ha fatto usando l'ancora del presente, questa volta si cala nel flusso di quelle stagioni, di quegli entusiasmi, di quelle contraddizioni e vuole sottrarsi alla leggenda, fare un film che corra veloce come i pensieri del protagonista e come le gambe dei suoi compagni quando vogliono sfuggire alla morte.

la Repubblica (18/11/2000)
Roberto Nepoti


Era parecchio tempo che Guido Chiesa progettava di portare sullo schermo il romanzo semiautobiografico di Beppe Fenoglio, pubblicato postumo nel 1978. Quando la possibilità si è concretizzata, il quarantenne regista/sceneggiatore ha dovuto porsi una domanda difficile: come raccontare la Resistenza oggi, in un clima culturale in cui le idee, la Storia, la moralità paiono diventati oggetti d'antiquariato? Chiesa ha trovato la risposta giusta. Dal punto di vista della scrittura drammaturgica, Il partigiano Johnny adotta uno stile laconico e privo di enfasi; vi corrispondono immagini quasi scabre, colorate con una tavolozza neutra e omogenea. La volontà antideclamatoria è tanto più lodevole perché quella di Johnny è una storia tutta impastata di dolore. Dolore delle scelte difficili: all'indomani dell'8 settembre uno studente di letteratura inglese diserta, si nasconde nelle colline intorno alla sua Alba, poi prende la via delle Langhe e si unisce a un gruppo di partigiani comunisti. Dolore di una guerra combattuta tra freddo, pioggia e stenti, dove si attacca e si è attaccati di sorpresa, bisogna fuggire e nascondersi, si conquista una città sapendo di perderla subito dopo. Chiunque può essere un amico o un traditore: e dall'alternativa dipende la vita del partigiano. Tra l'autunno '43 e il febbraio '45, scandito per capitolistagioni, il film di Chiesa intende soprattutto mettere in scena questa sofferenza, la quotidianità di una guerra sporca e cattiva come ogni guerra, ma ancor più precaria e confusa, in cui i cadaveri restano abbandonati nei campi o nelle strade dei villaggi e ogni azione può scatenare una rappresaglia sanguinosa sulla popolazione civile. Passato a unaformazione di ex militari che sarà decimata, Johnny si ritrova solo, a cercare di sopravvivere tra fame e gelo al durissimo inverno del '44. Proprio quando potrebbe cadere preda della disperazione e sentir vacillare di più la propria motivazione ideale, vissuta finora con la titubanza dell'intellettuale, il giovane ritrova più forte la ragione della scelta fatta, rinuncia alla rinuncia, giunge a negarsi ogni residuo istinto di autoconservazione. Per misurare la coerenza antiretorica di Chiesa basterebbe paragonare il suo film con "La tregua", l'adattamento del romanzo di Primo Levi diretto tre anni fa da Francesco Rosi. I modelli del regista torinese sono altri: il cinema neorealista, e in particolare l'ultimo episodio di Paisà, da un lato, dall'altro "La sottile linea rossa" di Terrence Malick. L'unica cosa che stona, in tutto ciò, è a carico della colonna sonora, con la musica invadente di Alexander Balanescu e la voce overscreen che narra o commenta in inglese. Invece le scene di guerra risultano assolutamente convincenti, proprio per l'assenza di epicità e l'inesorabile ripetitività con cui sono rappresentate. L'ambientazione "on location" sui luoghi dell'azione è ineccepibile. Ottima l'interpretazione di Stefano Dionisi, adeguato e ben diretto tutto il cast.

Il Giorno (18/11/2000)
Silvio Danese


Per la prima volta la Resistenza al cinema come esperienza umana globale, quotidiana, perdurante, nello sbando e nel dubbio, nel rischio e nelle scelte terribili. Dal romanzo di Fenoglio, Guido Chiesa ha cercato di allineare la parola all'occhio della cinepresa, cosa difficile per un libro in cui il racconto è il linguaggio. Stefano Dionisi è il tenace, inesperto, partigiano Johnny, studente di letteratura inglese che prende il fucile, abbandona i gruppi comunisti, combatte con i fazzoletti azzurri del capitano Nord (Claudio Amendola), e infine cerca soltanto un motivo per restare se stesso, fino alla fine. Non è un film storico sulla Resistenza, non lo è nel principio, diciamo. È invece un film fisico su un uomo in guerra, sul mestiere di sopravvivere, sul "lavoro" del partigiano. Ridotto di alcuni minuti rispetto alla versione di Venezia, purtroppo ancora afflitto dalla musica onnipresente di Balanescu e da qualche imperfezione di cast e di sceneggiatura, rivela ora la sua parte migliore: incontri, fughe, rastrellamenti, pioggia, fango, agguati, sangue, paura, ti restano infine negli occhi in una forma ripetitiva, ossessiva, selvaggia, come in una cronaca pittorica della disperazione di libertà.