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back pulp fiction
  inizio


di Quentin Tarantino (USA / 1994 / 154')
con Bruce Willis, John Travolta, Samuel L. Jackson, Uma Thurman


4 storie di violenza s'intersecano in una struttura circolare che si chiude con un ritorno all'inizio: 1) due balordi (T. Roth, A. Plummer) si accingono a fare una rapina in una tavola calda; 2) due sicari (J. Travolta, S.L. Jackson) recuperano una valigetta preziosa, puliscono la loro auto, insozzata dal sangue e dal cervello di un uomo ucciso per sbaglio, con l'aiuto di Mr. Wolf (H. Keitel), l'uomo che risolve problemi, e vanno a mangiare proprio nella tavola calda della rapina; 3) uno dei due sicari (Travolta) deve portare a ballare Mia (U. Thurman), moglie del capo (V. Rhames), che, scambiata eroina per cocaina, va in overdose; 4) il pugile Butch (B. Willis) contravviene ai patti, vince un incontro che doveva perdere e scappa con la borsa. Ispirato a quella narrativa popolare di ambiente criminale che, dagli anni '30 e '40, era pubblicata dai pulp magazines, il 2 film di Q. Tarantino (1963) procede sul filo di un'irridente ironia, di un efferato umorismo nero, di una dialettica tra buffonesco e tragico (tra fun e funesto) che mettono azioni, gesti e personaggi come tra parentesi, in corsivo, anche quando, come nel torvo episodio della sodomizzazione, questo film divertente e caustico dai dialoghi irresistibili penetra nell'abominio del male. Vietato in Italia ai minori di 18 anni. Palma d'oro a Cannes e Oscar per la sceneggiatura (Tarantino, Roger Avary). Divenne in pochi mesi oggetto di culto: in un referendum del Saturday Times (aprile 1995) fu votato come il 7 miglior film della storia del cinema.
(fonte) - KATAWEB

Non un film di gangster, non un b-movie parodistico, non un esercizio in stile Nouvelle Vague, Pulp Fiction è a suo modo un affresco geniale e manieristico sulla cultura pop. È una singolare sineddoche cinematografica del sistema sociale e culturale di fine secolo e di inizio Millennio, un paradigma della società contemporanea e dei simboli in cui questa si rispecchia e si identifica. La realtà del film di Tarantino è quella di un mondo di derivati, un cosmo plastificato le cui coordinate poggiano sicure sugli unici punti cardinali possibili: Royale con formaggio, Sprite, Mc Donald’s, Wendy’s, Jack-in-the-Box, Big Kahuna Burger. Un mondo animato dai replicanti dei divi di celluloide (Marilyn Monroe, Zorro, James Dean, Donna Reed, Jerry Lewis e Dean Martin, camerieri del Jack Rabbit Slim’s) e accompagnato nel suo incedere spento ed inerte dalle note facili della surf music. In questo universo di icone di massa, la televisione assurge a vero e proprio totem culturale (oltre che mediatico); invade i linguaggi con il suo gergo (Cos’è un pilota?), propone modelli di comportamento e moduli d’azione predefiniti (Io devo metterti a tuo agio in modo che tu ti apra e che riveli cose che di solito preferiresti tenere per te), e istituisce i suoi prodotti quale metro di valutazione della personalità (i Brady Bunch o la famiglia Partridge?). Buddy Holly, Fonzie, il Vietnam, Madonna, Fred Flinstone, il profeta Ezechiele, Jane Mansfield e Nick Nolte, tutto viene indistintamente condensato nella superficiale miscellanea della cultura di massa. E proprio la "massa di materia informe" (dalla definizione di Pulp apposta alla locandina del film) che ne risulta contamina e plasma ogni discorso, riducendo la molteplicità e le sfumature dei rapporti umani a diverbi infiniti e discussioni confuse e inconcludenti (Se un maiale avesse una personalità migliore, cesserebbe di essere un animale sudicio?). Scrive Roberto Ariagno: "Non è Pulp Fiction a somigliare al nostro mondo, ma il contrario".
Massimo Cerruti
(fonte) - CENTRAL DO CINEMA


"'Pulp Fiction' (153 minuti, ma la lunghezza non si sente) è un nonsense della malavita, un grande obitorio della risata attraversato da bulli e pupe incarnati da una dozzina di attori in stato di grazia. Nell'impegno di prendere in giro i luoghi comuni del genere, il regista sparge vernice rossa senza risparmio; e quel colore allude amaramente, tra uno sghignazzo e l'altro, alla macelleria della cronaca quotidiana."

(Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 2 novembre 1994)


"Tarantino per un verso si è tenuto alle asprezze e alle durezze iperrealistiche de 'Le Iene', con note più alte per quello che riguardava la violenza, ispirate, appunto, alle esasperazioni quasi fumettistiche dei pulp, con il gusto qua e là della cultura pop, per un altro, però, non ha esitato ad immergere ogni situazione, anche la più torva, in climi parodistici che, pur sembrando derivati dalla black comedy, puntano in realtà soprattutto sul sarcasmo, con una ferocia che rasenta l'irrisione, con dei lazzi, specialmente verbali, che aspirano unicamente a graffiare. Qua e là eccedendo, ma in genere, proprio per quel continuo esibire il sangue e gli orrori come gioco, sia pur diabolico, riuscendo a far accettare quello che in cifre diverse sarebbe stato difficile sopportabile. Al pubblico, cosi, non mancano motivi addirittura di divertimento, il cinefilo apprezza le esibizioni di intelligenza, gli interpreti, quasi ad ogni angolo, hanno splendide occasioni per imporsi. Il migliore, John Travolta: il suo gangster piccolo piccolo è una rivelazione; altro che il latte e miele della sua serie con bambini e cani."

(Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 29 Ottobre 1994)


"Il risultato satirico, esilarante e insieme terrificante, irride alla violenza esagerandola ed esasperandola, sghignazza sul crimine visto come la regola quotidiana che è nelle nostre società, e non come l'eccezione drammatica che dovrebbe essere. Lo stile insegue la frammentazione, il lampo, il clip, la gag, il blob, la strizzata d'occhio, trascurando tempo e spazio, narrazione e personaggi classici: con una logica postumanista che Jean-Michel Frodon definisce da bambino vorace o da avido parvenu, con la bravura spericolata che ha fatto di Quentin Tarantino, a trentun anni, il nuovo ragazzo prodigio di Hollywood."

('La Stampa', 28 Ottobre 1994)