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4 storie di violenza s'intersecano in una struttura circolare
che si chiude con un ritorno all'inizio: 1) due balordi (T. Roth, A.
Plummer) si accingono a fare una rapina in una tavola calda; 2) due
sicari (J. Travolta, S.L. Jackson) recuperano una valigetta preziosa,
puliscono la loro auto, insozzata dal sangue e dal cervello di un uomo
ucciso per sbaglio, con l'aiuto di Mr. Wolf (H. Keitel), l'uomo che
risolve problemi, e vanno a mangiare proprio nella tavola calda della
rapina; 3) uno dei due sicari (Travolta) deve portare a ballare Mia
(U. Thurman), moglie del capo (V. Rhames), che, scambiata eroina per
cocaina, va in overdose; 4) il pugile Butch (B. Willis) contravviene
ai patti, vince un incontro che doveva perdere e scappa con la borsa.
Ispirato a quella narrativa popolare di ambiente criminale che, dagli
anni '30 e '40, era pubblicata dai pulp magazines, il 2 film di Q. Tarantino
(1963) procede sul filo di un'irridente ironia, di un efferato umorismo
nero, di una dialettica tra buffonesco e tragico (tra fun e funesto)
che mettono azioni, gesti e personaggi come tra parentesi, in corsivo,
anche quando, come nel torvo episodio della sodomizzazione, questo film
divertente e caustico dai dialoghi irresistibili penetra nell'abominio
del male. Vietato in Italia ai minori di 18 anni. Palma d'oro a Cannes
e Oscar per la sceneggiatura (Tarantino, Roger Avary). Divenne in pochi
mesi oggetto di culto: in un referendum del Saturday Times (aprile 1995)
fu votato come il 7 miglior film della storia del cinema.
Non un film di gangster, non un b-movie parodistico,
non un esercizio in stile Nouvelle Vague, Pulp Fiction è a suo
modo un affresco geniale e manieristico sulla cultura pop. È
una singolare sineddoche cinematografica del sistema sociale e culturale
di fine secolo e di inizio Millennio, un paradigma della società
contemporanea e dei simboli in cui questa si rispecchia e si identifica.
La realtà del film di Tarantino è quella di un mondo di
derivati, un cosmo plastificato le cui coordinate poggiano sicure sugli
unici punti cardinali possibili: Royale con formaggio, Sprite, Mc Donald’s,
Wendy’s, Jack-in-the-Box, Big Kahuna Burger. Un mondo animato
dai replicanti dei divi di celluloide (Marilyn Monroe, Zorro, James
Dean, Donna Reed, Jerry Lewis e Dean Martin, camerieri del Jack Rabbit
Slim’s) e accompagnato nel suo incedere spento ed inerte dalle
note facili della surf music. In questo universo di icone di massa,
la televisione assurge a vero e proprio totem culturale (oltre che mediatico);
invade i linguaggi con il suo gergo (Cos’è un pilota?),
propone modelli di comportamento e moduli d’azione predefiniti
(Io devo metterti a tuo agio in modo che tu ti apra e che riveli cose
che di solito preferiresti tenere per te), e istituisce i suoi prodotti
quale metro di valutazione della personalità (i Brady Bunch o
la famiglia Partridge?). Buddy Holly, Fonzie, il Vietnam, Madonna, Fred
Flinstone, il profeta Ezechiele, Jane Mansfield e Nick Nolte, tutto
viene indistintamente condensato nella superficiale miscellanea della
cultura di massa. E proprio la "massa di materia informe"
(dalla definizione di Pulp apposta alla locandina del film) che ne risulta
contamina e plasma ogni discorso, riducendo la molteplicità e
le sfumature dei rapporti umani a diverbi infiniti e discussioni confuse
e inconcludenti (Se un maiale avesse una personalità migliore,
cesserebbe di essere un animale sudicio?). Scrive Roberto Ariagno: "Non
è Pulp Fiction a somigliare al nostro mondo, ma il contrario".
('La Stampa', 28 Ottobre 1994) |
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