l'Unità (9/20/2007)
Pasquale Colizzi
Se accettiamo l’inconciliabilità tra Le Ragioni dell’aragosta
e quelle della classe operaia, e decidiamo di non farne un dramma, il
film che Sabina Guzzanti ha presentato alle Giornate degli Autori è
una bella commedia del nostro tempo chiusa in una scatola vecchia come
il mondo e pregiata proprio per questo. Prendete un gruppo di artisti
che hanno condiviso felicemente umori e lavoro, rimetteteli assieme
con uno scopo generoso, chiudeteli in una casa, shakerate pazientemente,
servite a temperatura ambiente. Potrebbe essere la traccia dinamica
del Mucchio selvaggio di Peckinpah, oppure di un’idea pirandelliana,
ma tenetela lontana dalle analogie con qualunque Grande freddo, poiché
andreste fuori strada. Qui non c’è crudeltà, nessun
rimpianto, nessuno svelamento di un angoscioso passato minaccia questo
tenero ritiro spirituale. Anzi se tratti di gentile ferocia si intravedono
qui e lì, sono dettati esclusivamente dal bisogno e dalla voglia
di essere lucidi e presenti qui e ora, come si diceva una volta dalle
parti del funzionariato Pci, «senza eccezione alcuna». Questa
è una storia, poi ce n’è un’altra che riguarda
più da vicino Sabina Guzzanti ma ci torneremo. Intanto, la vicenda.
In un angolo non frequentato della Sardegna, Su Pallosu, una cooperativa
di pescatori lancia a Sabina Guzzanti un invito al quale lei non sa
dire di no: la loro attività è alle corde; il mare bistrattato,
inquinato, svuotato non offre più quelle belle quantità
di aragoste dalla vendita delle quali dipendeva e dipende la sopravvivenza
della piccola comunità sarda. Il portavoce della cooperativa
è un compagno ex sindacalista alla Fiat, Sabina immagina uno
show per servire la denuncia al grande pubblico, si tuffa nel progetto,
chiama a raccolta il gruppone di Avanzi - Francesca Reggiani, Cinzia
Leone, Stefano Masciarelli, Antonello Fassari - e si trasferisce con
loro in casa di un ritrovato, ma renitente, Pierfrancesco Loche. Tutto,
o quasi, lascia intendere che la ripresa è quasi diretta, che
si sta raccontando con taglio documentaristico una vicenda che si offre
sfacciatamente al passo di un reality semiclandestino. La presenza nella
casa di Gianni Usai, l’ex sindacalista, è una sorta di
miccia sempre accesa che produce bagliori di un tempo passato ma, come
tanti altri, non digerito. Siamo dalle parti di quella storia d’Italia
che vorremmo volentieri rivedere con calma alla moviola cento e cento
volte, per capire cosa ci accadde. Usai è testimone di quella
stagione Fiat che si concluse con la sigla molto rapida di un accordo
che per settimane la classe operaia aveva combattuto: ma in mezzo ci
furono divisioni interne e soprattutto quella manifestazione dei quarantamila
colletti bianchi Fiat che gettò nel panico sindacati e non solo.
Tra flashback e pensieri recitati, questo strato storico che per Sabina
resta incomprensibile - si chiede, ad un certo punto, perché
cavolo si sia firmato e in modo tanto contestato, solo perché
c’era stata quella manifestazione - intreccia il presente dei
comici senza violentarlo. Così, non sfonda nel sarcasmo il giudizio
su un’era Prodi che non sembra aver dato ancora al paese le chance
che si merita. La cosiddetta «scena politica», a dispetto
delle attese di chi si era infiammato seguendo i fotogrammi corrosivi
di Viva Zapatero, resta sullo sfondo, Berlusconi compreso, mentre un
piano sequenza ideale sta alle costole della politica, e cioè
della capacità di questo piccolo collettivo di fare qualche cosa
a sostegno di una buona causa. Mano a mano che la data dello show si
avvicina - luci sul teatro romano di Cagliari, persino Soru fa la sua
parte - ecco i segni delle crisi individuali che occupano progressivamente
la scena. Se ne verrà a capo? Ce la farà questa politica
a resistere alla stanchezza e al cinismo? A Sabina preme dire di sì,
che si può e che non ci sono altre risposte oltre al «fare»,
e questo introduce un altro piano di lettura tutto legato al percorso
di questa artista che, maligna qualcuno, «spinta da quel sarcasmo,
prima o poi finirà, annichilita, tra le braccia di suo padre».
Sabina è un «mostro», un po’ Sordi, un po’
Tognazzi con dentro la febbre di Dario Fo, ci interessa molto dove sta
andando e la sua aragosta dice che è più vicina agli uomini
che agli dei, è quasi commovente questo suo accenno di tenerezza.
Loche è un gigante con il passo più lieve della terra,
Cinzia Leone è mossa da un forza biblica, può fare quello
che vuole su un palco come nella vita, Francesca Reggiani la sa più
lunga dell’uomo mascherato, Stefano Masciarelli è un gran
tecnico di classe, Antonello Fassari non ha paura di nessuno, ricorda
Piccoli. Andatevi a vedere queste Ragioni dell’aragosta e capirete
che si può raccontare l’Italia di oggi senza dire stupidaggini
e col sorriso sulle labbra. Sotto-sotto, c’è un bel trucco,
ma è meglio se ve lo scoprite da soli.
Corriere della Sera (9/21/2007)
Maurizio Porro
La simpatica Sabina Guzzanti dice che questa sua rimpatriata (falsa)
tra i colleghi di «Avanzi», organizzata nel film per uno
show (falso) per i pescatori sardi orfani di aragoste per i vip, è
un (vero) reality, quindi un anti-reality radical. Nel senso che ciascuno
dei comici del gruppo si espone a una (finta) confessione che poi necessariamente
ha qualche parte di verità (come la scena di Cinzia Leone che
parla della sua malattia), ma nell'insieme non si sa mai se credere
o no, quanto e come. Ambiziosamente simpatico nel denunciare tutto e
subito a partire dai quotidiani big, la vera domanda è quella
che si pone in camerino la star prima della prima: avrà un senso
continuare a far satira? La risposta intanto la sta dando Beppe Grillo,
ma il match tra Vero e Finto organizzato dal clan Guzzanti vuole tutto
e il contrario di tutto: la musica è finita ricordando la Fiat,
la Sardegna e il sindacalista, le ansie e il narcisismo d'artista.