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di Anthony Minghella (USA, 2003,155
minuti)
con Brendan Gleeson, Philip Seymour Hoffman, Nicole Kidman, Jude Law,
Natalie Portman, Donald Sutherland,
Renée Zellweger, Giovanni Ribisi
Trama:
Confezionatore di storie di passioni contorte su sfondi epici o d'epoca,
l'autore inglese realizza con Ritorno a Cold Mountain il suo film migliore,
più omogeneo di Il paziente inglese e meno pretenzioso di Il
talento di Mi. Ripley
in una sintesi di passione di violenza riesce bene a rappresentare la
guerra come immanente, devastante fenomeno di umano imbruttimento.
la Repubblica (2/13/2004)
Roberto Nepoti
Se gli americani non hanno mai amato rappresentare la guerra di Secessione
(e capire il perché non richiede eccessi di fantasia), tuttavia
il conflitto civile ha prodotto almeno due film fondativi dell'immaginario
collettivo: il primo kolossal, "Nascita di una nazione" di D.
W. Griffith, e il razziatore di Oscar "Via col vento". Anche
l'adattamento del best seller di Charles Frazier ci regala un grande momento
di cinema; e proprio quando mostra le giubbe blu e i soldati in grigio
intenti a massacrarsi: è la battaglia di Petersburg, sulfurea rappresentazione
di efferatezza dantesca incastonata nelle scenografie di Dante Ferretti,
dove Minghella dà prova di un talento che non avremmo sospettato.
Una volta capitalizzata quella che è destinata a diventare una
sequenza da antologia, però, Ritorno a Cold Mountain non offre
molto di più, quasi avesse esaurito tutta l'energia nello sforzo
iniziale. La sintesi del voluminoso romanzo si limita a cucire al filo
bianco due schemi di racconto diversi: uno è il viaggio dell'eroe,
traccia narrativa topica di metà della letteratura occidentale;
l'altro, più stanziale, un comune western urbano, dove una banda
di malvagi angaria i deboli di un villaggio (tipo "Il cavaliere della
Valle Solitaria", per intendersi). Gravemente ferito nella battaglia,
l'operaio e contadino Inman affronta a piedi un viaggio di centinaia di
chilometri per raggiungere Cold Mountain. La meta, di cui si fa contemporaneamente
destinatore e destinatario, è la sua amata Ada; lungo il percorso
trova oppositori (nordisti indegni della divisa, donne assatanate, bastardi
che lo denunciano) e aiutanti (una santona che lo cura); poi giunge a
destinazione per la resa dei conti con i malvagi. In montaggio alternato
seguiamo le traversie della fanciulla in attesa, minacciata da molti ma
protetta da una specie di Calamity Jane di nome Ruby, mentre una serie
di flashback c'informa di come sbocciò, prima dello scoppio delle
ostilità, l'amore tra Ada e Inman. Quanto la sequenza di guerra
è folgorante, altrettanto languenti e ripetitive risultano le altre;
sia nella variante romantica dell'idillio, sia nelle situazioni di ferocia,
qualche volta gratuite, che si dipanano lungo le due ore e mezza abbondanti
del film. Il tutto sullo sfondo di un pacifismo generico che vorrebbe
rinfrescare il colore a un melodramma vecchia-maniera dove due star su
tre (Law e Kidman), si prendono troppo sul serio, la terza (Zellweger)
non abbastanza.
Corriere della Sera (2/14/2004)
Tullio Kezich
Come uscirà Ritorno a Cold Mountain dalla notte degli Oscar della
domenica bisestile del 29 febbraio? Vincitore o vinto? Arrivando il film
sui nostri schermi, dopo che ne abbiamo parlato dalla Berlinale, la curiosità
aumenta. Al FilmFest il kolossal di Minghella non ha raccolto entusiasmi,
mentre in patria ha raggranellato nelle prime sei settimane circa 80 milioni
di dollari. Una cifra rispettabile, che nella distribuzione mondiale risulterà
almeno raddoppiata, ma insufficiente a coprire l'investimento. Donde la
speranza della Miramax di rifarsi sulla spinta degli Academy Awards. Ma
anche su questo fronte il panorama non è tranquillizzante. Intanto
bisogna ricordare che Cold Mountain, pur avendo sette nomination, non
è riuscito a sfondare nelle cinquine più ambite: niente
miglior film, regia, sceneggiatura e niente Nicole Kidman. Nell'ultimo
numero di Variety troviamo un'analisi rigorosa delle candidature: il pur
notevole Jude Law potrebbe non farcela di fronte a protagonisti della
forza di Bill Murray e Sean Penn; più concrete possibilità
sembra avere Renée Zellweger come comprimaria; l'operatore John
Seale risentirà forse del fatto che il film non è entrato
nelle categorie maggiori; il montatore Walter Murch ha fatto un lavoro
apprezzabile ma c'è di meglio; e le tre candidature musicali (due
per le canzoni e una per la colonna sonora) non contano molto. Peccato
che non sia arrivato alla nomination l'art director Dante Ferretti, l'eterno
sconfitto degli Oscar, perché la sua ricostruzione della battaglia
di Petersburg lo meritava. È difficile, a questo punto, fare un
bilancio dei pregi di un film altamente spettacolare che ha almeno il
grande merito di presentare la Guerra Civile non come una crociata nordista
per la liberazione degli schiavi né come la fiera risposta del
Sud cavalleresco (vedi Via col vento). Sulla falsariga del romanzo di
Charles Frazier, il film di Minghella vede il tragico episodio di 150
anni fa alla luce delle guerre di oggi. Tragici massacri in cui l'uomo
comune non riesce più a ravvisare nessuna motivazione ideale. Per
quanto riguarda la trasposizione del libro, nel film risultano numerose
semplificazioni e qualche rozzezza. Come il fatto di ridurre il tragico
finale a uno scontro da western fra il buono e il cattivo, mentre Frazier
aveva avuto la felice intuizione di far sparare il colpo fatale da un
ragazzotto stravolto e impaurito.
Film TV (2/17/2004)
Emanuela Martini
Confezionatore di Storie di passioni contorte su sfondi epici o d'epoca,
l'inglese Anthony Minghella (che ha trovato a Hollywood i mezzi per il
suo cinema un po' altisonante e molto levigato) realizza con Ritorno a
Cold Mountain il suo film migliore, più omogeneo di Il paziente
inglese e meno pretenzioso di Il talento di Mi. Ripley. Forse perché
il romanzo di [harles Frazier da cui è tratto gli offre preconfezionati
tutti gli stereotipi necessari, forse perchè la Guerra di Secessione
è per definizione romantica, sta di fatto che qui Minghella non
è costretto a invischiarsi in voli narrativi o a cercare alibi
alla popolarità del racconto. Che è dichiarata ed esplicita:
un ruvido ragazzo sudista e una colta "southem belle" si incontrano,
si innamorano, si dichiarano e vengono immediatamente separati dalla guerra;
per tre anni, lui vive tra gli orrori della battaglia, lei lo aspetta,
le lettere di entrambi vanno perdute, lei si impoverisce ed è costretta
ad affrontare una nuova vita di durezze, lui cerca di tornare a casa.
ll film comincia nel 1864, sul campo di Petersburg, poco prima che lnman
diserti dall'esercito confederato per tornare a Cold Mountain, e le storie
procedono parallele: flashback del loro amore, il cammino di lui, costellato
di incontri, agguati e aiuti inaspettati, le traversie di Ada, assediata
dalla povertà e dagli sciacalli del Sud (ma i nordisti non sono
da meno) e sorretta dal vigore di un'inattesa compagna, una vagabonda
di nome Ruby. Minghella padroneggia i diversi piani temporali del racconto;
realizza un'efficace scorcio della battaglia, dominata dal senso di morte,
orrore, in tilità; ha un bello squarcio visionario (la scena in
cui Ada guarda il suo destino in un pozzo, attraverso lo specchio); calibra
colpi di scena, commozione personaggi. In Ritorno a Cold Mountain c'è
tutto quello che vi aspettate e ogni momento ha l'esito che prevedete.
Un po' troppo, e soprattutto troppo diluito, raccontato, "telefonato".
0uello che pare mancare è la passione straziante del vero mélo,
il sentimento epico del vero film di guerra. Si resta perciò a
occhi asciutti, come davanti a un buon prodotto televisivo un po' prolisso.
Jude Law e Renée Zellweger meritano candidatura all'oscar.
il Giornale Nuovo (2/6/2004)
Maurizio Cabona
Piange - sola e disperata - la vitale contadina di Renée Zellweger
alla fine di Ritorno a Cold Mountain, quando l'eterea Nicole Kidman torna
fra le braccia del marito (Jude Law), disertore dopo anni di combattimenti
contro i nordisti. È dunque finita la lunga «amicizia»
fra donne, culminata nelle ore a letto insieme (a leggere un libro, naturalmente)
e nel dono (solo affetto, certo) di un bracciale? No, perchè la
vedovanza incombe: i «lupi mannari» della Confederazione -
che braccano i disertori, nella loro caparbia cecità di fronte
agli eventi - servono dunque a qualcosa. Senza orpelli, è a questo
che si riduce Ritorno a Cold Mountain di Anthony Minghella, tratto dal
romanzo di Charles Frazier, una sorta di versione adattata alla guerra
civile di Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (oltre che di vari
altri film, citati nell'articolo accanto). Il ruolo della Zellweger le
permette svettare rispetto a quello di damina della Kidman; quanto a Jude
Law, interpreta il sudista deluso con lo sguardo fisso, come interpretava
il cecchino sovietico nel Nemico alle porte: in fondo anche quel (brutto)
film inaugurò una Berlinale…
Corriere della Sera (2/6/2004)
Tullio Kezich
L a pace non è solo possibile, ma doverosa». Nel pronunciare
queste sublimi parole, che tutti dovremmo fare nostre, il Papa si riferiva
all'Iraq, ma l'assioma potrebbe anche sintetizzare il senso di Ritorno
a Cold Mountain. Candidato a sette Oscar senza aver realizzato in patria
un incasso eccezionale (e vedremo perché) il film di Anthony Minghella
ha inaugurato la Berlinale. Fin dall' apparizione del best seller di Charles
Frazier (due milioni di copie vendute, tradotto da Tea) questa saga della
Guerra Civile è stata accostata a Via col vento, ma è una
cosa ben diversa. Nel romanzo di Margaret Mitchell e nel film prodotto
da David O. Selznick vibravano l'esaltazione del sud cavalleresco e la
congiunta condanna dei nordisti vincitori. Stavolta non c'è niente
di tutto questo: il conflitto è visto come una fatalità
incomprensibile, una catena tormentosa da cui non emergono ragioni o torti.
Separati dalla tragedia collettiva, i promessi sposi Inman e Ada rivivono
la vicenda di Ulisse e Penelope: lui inciampa in ogni sorta di disavventure
sul suo sentiero di reduce e disertore, lei arroccata nella sua sperduta
fattoria del North Carolina affronta i rischi della quotidianità.
Sullo schermo, spesso ribaltando gli incastri del romanzo fra presente
e passato, tutto comincia il 30 luglio 1864, quando nell'assedio di Petersburg
gli unionisti fecero brillare una mina sotto i piedi dei confederati.
Precipitandosi poi in massa nel cratere dell'esplosione, gli yankees scatenarono
un furibondo corpo a corpo che costò loro 3.798 vittime e circa
1.500 ai difensori. All'insegna dell'urlo e del furore, nell'allucinante
allestimento dell'art director Dante Ferretti (come hanno fatto a negargli
la nomination?) questo scontro belluino evidenzia un messaggio più
convincente di qualsiasi appello pacifista. Gravemente ferito, appena
può Inman se la dà a gambe come il protagonista di Addio
alle armi di Hemingway e per oltre due ore ci chiediamo se riuscirà
a ricongiungersi ad Ada. Quando i due sono finalmente l'uno di fronte
all'altro, e lei non riconoscendolo gli punta addosso il fucile, continuiamo
a chiederci con giustificata apprensione come andrà a finire. Nell'adattare
un romanzo di 500 pagine in cui un incontrollato fiume di parole intorbida
l'ispirazione, Minghella ha realizzato un film stringato e nitido appena
contaminato da un vago manierismo. Fra i protagonisti spiccano il tormentato
Jude Law e la bizzarra Renée Zellweger come serva pragmatica, mentre
Nicole Kidman soffre di un personaggio sfocato. A causa però di
talune violenze atroci, che coinvolgono i bambini, il film non riesce
a farsi amare; ed è perciò che un successo di stima non
si è trasformato in successo di massa. |
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