la Repubblica (1/19/2007)
Roberto Nepoti
Un uomo percorre l'America, l'Europa, l'Asia in compagnia del proprio
computer. Da quindici anni tiene conferenze che cominciano sempre con
queste parole: "Il mio nome è Al Gore e dovevo essere il
Presidente degli Stati Uniti". L'interesse di Una scomoda verità
non risiede nelle qualità cinematografiche (David Guggenheim
si accontenta di riprendere l'oratore e le immagini in "diaporama"
che ne illustrano le parole), ma nella personalità del protagonista
e nel soggetto che egli affronta. Soggetto terribile, di cui Gore (che
ha partecipato ai negoziati del protocollo di Kyoto) sembra essere uno
dei pochi americani ad avere compreso la portata: il surriscaldamento
globale del pianeta. L'antico candidato alla Casa Bianca avverte che
ci restano appena dieci anni per contrastare l'effetto-serra ed evitare
una catastrofe planetaria; lo fa illustrando a studenti e gruppi di
cittadini documenti, grafici, disegni e impressionanti simulazioni futuristiche
che mostrano la sparizione della calotta glaciale dell'Antartico. Il
suo show ecologista mette freddo alla schiena. Frattanto, viene fuori
un'immagine piuttosto diversa da quella che ci avevano dato di lui:
pur confermando una certa riservatezza, Gore dà prova di possedere
senso dello humour e calore umano. Anche se, a tratti, l'emergere di
elementi della sua sfortunata carriera politica e della sua vita privata
lasciano emergere l'ambiguo intreccio tra potere e spettacolo che ossessiona
gli americani.
Film TV (1/28/2007)
Federico Pedroni
Trionfalmente accolto dalla platea progressista del Sundance e inviato
in giro per i festival di mezzo mondo, Una scomoda verità di
David Guggenheim descrive impietosamente lo stato precario di salute
del nostro pianeta. La lotta contro il riscaldamento globale - e quindi
contro la desertificazione, l’effetto serra, i cambiamenti di
clima che in pochi decenni rischiano di mettere in dubbio la capacità
di sopravvivenza della Terra - è priorità del nostro mondo
globalizzato e la passione preoccupata che traspare dal film è
drammatica e coinvolgente. Come spesso accade però per i documentari
americani, specie quelli politici, il pubblico di elezione sembra essere
sempre quello statunitense, nonostante l’emergenza sia destinata
a colpire maggiormente i paesi più poveri. Tutto il film si basa
sull’energia comunicativa di Al Gore, con annessa parentesi sulle
discusse e forse truffaldine elezioni presidenziali perse nel 2000,
molto entertainer a volte insistito nella sua forzata estroversione.
Resta però un film che tratta, con completezza di informazioni,
una delle peggiori problematiche del nostro tempo e basta questo a renderne
necessaria una visione attenta e partecipata.