Di Javier Balaguer (Spagna / 2001 / 100’)
Con Sergi López, Paz Vega, Elvira Mínguez
TRAMA:
Angela, una giovane e bella segretaria, e Joaquim, pubblicitario capace
e rampante, si innamorano, si sposano e diventano genitori di una bimba.
Tutto sembra andare bene, finché vengono a galla tensioni e tormenti
celati e Joaquim dà sfogo alla sua violenza...
RECENSIONE:
L’opera prima per il cinema dello spagnolo Balaguer sembra seguire
le stesse coordinate dell’ultimo Apted (Via dall’incubo).
Lo sguardo che si instaura sin dall’inizio infatti sembra precipitare
i corpi in dimensioni incerte, volutamente ambigue, quasi presaghe di
aperture sul vuoto di fatto rimandate. La macchina da presa in questo
senso inventa prefigurazioni vertiginose di uno spazio come sottratto
(l’ambiente di lavoro della protagonista, la rarefazione impressionante
di momenti scanditi dall’incontro con Joaquin) e inventa di volta
in volta dei diversi modo di guardare il corpo di Angela. In questo
senso infatti la carnalità gioiosa e labirintica della Vega di
Lucìa y el sexo sembra qui stemperarsi nell’arsura vitrea
di spaziature progressivamente ambigue, proprio perché deposte
inizialmente nello sguardo quasi programmatico di un mèlo ordinario
(i primi incontri tra Joaquin e Angela, il loro matrimonio e la successiva
nascita di una bambina) e poi scandagliate in un rapporto fra corpi
che non rispondono più. Balaguer filma la realtà familiare
come il non luogo per eccellenza della definizione fisica del proprio
io e corrode la visione del laboratorio domestico introducendovi esplosioni
di rabbia e di violenza che scompongono le apparenze prima cesellate.
E’ per questo allora che in Solo mia appare l’immagine di
un cinema continuamente scisso, straziato in brandelli di carne (la
violenza di Joaquin che prende vita in forma di percosse contro la moglie
Angela) che incidono l’epidermide visiva, con un sangue che macchia
abiti e volti, rilanciando l’idea di un vero set (appunto quello
che fa da teatro all’escalation della violenza contro Angela)
inizialmente nascosto. Sotto questo profilo allora Balanguer è
anche seduttivo (certe sequenze sono estremamente muscolari, traccia
di un cinema che parte comunque dal corpo) proprio nell’accumulare
veri e propri organismi segnici (il corpo trasformato della casa, la
mutazione del rapporto tra coniugi, la frizione tra corpi desiderosi
di imporre la propria autorità) che marchiano la visione, costruendo
perimetri infuocati. Il rischio di Balanguer è semmai quello
di incappare in una eccessiva ridondanza che spesso blocca i corpi all’interno
di una plasticità forse eccessivamente studiata (i contrasti
cromatici tra i flashback e il presente, i giochi con la luce dei diversi
set), ma il regista spagnolo sembra comunque sincero nelle sue intenzioni,
specialmente quando privilegia i toni meno enfatici (vanno pure bene
quelli all’interno dell’orizzonte domestico, ma quelli che
affiorano nel tribunale intorno alla fine, andavano forse attenuati)
per aderire ad un’idea di cinema che trattiene volutamente i corpi,
facendoli poi implodere/esplodere con una immediatezza comunque convincente.
Francesco Ruggeri
http://www.sentieriselvaggi.it