
di
Peter Jackson (Nuova Zelanda, 1992, 104’)
con Timothy Balme, Diana Peñalver, Elizabeth Moody
Trama:
L'horror grafico, lo splatter, la visualizzazione esplicita della devastazione
del corpo un film che si può definire un manifesto finale di
un determinato stile horror lo splatter, appunto.
Il terzo film di Peter Jackson chiude definitivamente
una precisa fase della carriera del regista, e, parlando più
in generale, rappresenta la fine di un'epoca, di un determinato filone
del cinema horror che fece la fortuna del genere nel periodo che va
dalla fine degli anni '70 fino all'inizio dei '90. L'horror grafico,
lo splatter, la visualizzazione esplicita della devastazione del corpo,
hanno rappresentato in quel periodo il marchio di fabbrica di registi
come Stuart Gordon, Brian Yuzna, Sam Raimi e lo stesso Jackson; quest'ultimo
ne ha accentuato ancora di più gli aspetti grotteschi, repulsivi
e insieme comici, in una dialettica che ha portato alle estreme conseguenze
le premesse già poste dai suoi colleghi.
Con questo film, uscito nel 1992, Jackson mette definitivamente la parola
fine a quel modo di fare horror, realizzando un'opera che di esso può
essere considerata, sia guardando il cinema del regista neozelandese,
sia più in generale quello dell'orrore, il punto di non ritorno
. È un commiato, dunque, quello di Jackson, un commiato dalla
sua "adolescenza" cinematografica e da un filone florido e
straordinariamente vitale del cinema della paura: ed è un commiato,
è il caso di dirlo, in grande stile, con una vera e propria festa
splatter che annichilisce, dal punto di vista grafico, qualsiasi pellicola
realizzata in precedenza, e fa letteralmente e definitivamente cadere
a pezzi tutti i canoni del buon e (soprattutto) cattivo gusto.
Il successo dei film precedenti diede a Jackson la possibilità
di lavorare con più mezzi, e questo è evidente fin dalle
prime scene del film: la fotografia è molto curata, e gli effetti
speciali e di make-up sono decisamente più realistici rispetto
alle precedenti opere del regista. La storia rivela subito i suoi connotati
grotteschi: dopo un sanguinoso prologo ambientato nella foresta neozelandese,
facciamo la conoscenza di Lionel e della sua folle e possessiva madre;
la donna cerca in tutti i modi di ostacolare il rapporto del giovane
con la bella Paquita, che ha "visto" nei tarocchi il suo destino
legato a quello di Lionel. L'atmosfera idilliaca dell'incontro dei due
ragazzi al giardino zoologico viene subito interrotta dalla presenza
della folle genitrice, che viene accidentalmente morsa da una rara e
pericolosa scimmia. La vecchia si trasformerà così in
uno zombie sanguinario, contagiando in breve un gran numero di persone.
Come nel precedente Fuori di testa , Jackson accentua subito il carattere
grottesco della vicenda e quello caricaturale dei suoi personaggi con
scelte di regia ben precise: c'è un forte uso di grandangoli
e di primissimi piani, mentre la recitazione è costantemente
sopra le righe. Sembra divertirsi un mondo, il regista, a smontare pezzo
per pezzo tutta una serie di istituzioni e di consuetudini borghesi
(la famiglia, la chiesa, la venerazione per i morti), con una verve
folle e anarchica ancora più spinta rispetto ai suoi film precedenti.
Il contrasto tra il carattere idilliaco della cittadina in cui il film
è ambientato, e la natura deviata dei suoi personaggi (oltre
alla madre di Lionel, sono da ricordare un farmacista nazista convinto
di essere perseguitato dagli ebrei e il disgustoso zio del giovane,
interessato all'eredità della defunta sorella), esplode definitivamente
dopo la trasformazione di questi in zombi: è da ricordare a questo
proposito un'esilarante "cena" tra morti viventi, che finisce
in un coito post-mortem tra un prete-zombi e un'infermiera quasi senza
testa che genererà un marmocchio orrido e pestifero.
Jackson si scatena letteralmente nel finale, in un'orgia splatter di
arti mozzati, corpi triturati, e sangue ad ettolitri, che non può
essere descritta ma va semplicemente vista. E' da notare comunque, ancora
una volta, l'assoluta padronanza tecnica del regista nel dirigere anche
le scene più deliranti, e l'assoluto, irrefrenabile, folle divertimento
che proprio queste ultime finiscono inevitabilmente per procurare allo
spettatore. Ed è da notare anche, in alcune scelte di montaggio,
e soprattutto negli onirici flashback che ricordano al protagonista
un oscuro episodio della sua infanzia, un'anticipazione del Jackson
che verrà: il ragazzino che si diverte un mondo a provocare,
ad abbattere i limiti del cattivo gusto, e a giocare con la macchina
da presa, sta per lasciare il posto al maturo regista che solo due anni
dopo conquisterà la platea di Venezia con lo splendido Creature
del cielo .
Due parole, infine, vanno spese (purtroppo) per lo scandaloso adattamento
italiano (ma più che di adattamento, in questo caso, bisognerebbe
parlare di riscrittura totale dei dialoghi), che snatura completamente
il tono del film: l'arbitraria modifica di molte battute, e l'aggiunta
di sana pianta di altre (in particolare tutte quelle degli zombi, che
nella versione originale non parlano) trasformano l'originale mood tra
il disgustoso e il grottesco in una demenzialità spiccia, gratuita
e di bassa lega. Saremmo curiosi di sapere se Jackson è a conoscenza
del trattamento che è stato riservato al suo film nel nostro
paese, e, in caso affermativo, quali siano i suoi pensieri a riguardo.
Da parte nostra, non possiamo che consigliare fortemente la visione
della versione originale del film, considerata anche la comprensibilità
media dei dialoghi per chi abbia una conoscenza anche solo discreta
della lingua inglese.
Marco Minniti
http://www.cinema.castlerock.it
Peter
Jackson